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Consiglio d’Europa, La risoluzione “Prostituzione, tratta e schiavitù moderna in Europa”

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Oggi in Consiglio d’Europa è stato votato a maggioranza il sì alla risoluzione proposta da José Mendes Bota (Portogallo, Ppe) sulla prostituzione, tratta e schiavitù moderna. Una risoluzione che rappresenta un passo indietro e che non costituirà un vincolo per i paesi membri perché l’assemblea parlamentare ha un potere di raccomandazione sugli stati. Capisco lo sforzo fatto durante la redazione della risoluzione ma considero sbagliato l’avvicinamento al modello svedese e quindi alla criminalizzazione della prostituzione. Lo sguardo adottato è troppo schiacciato su un approccio rivolto solo a tratta e sfruttamento, non considerando affatto la prostituzione come un tema decisamente più complesso, che coinvolge molteplici attori.

Finora in Europa si sono delineati due grandi modelli. Il sistema adottato dalla Svezia che, dichiarando di voler proteggere chi si prostituisce, punisce i clienti. L’altro modello è quello usato in Olanda, Germania e Svizzera, che stabilisce regole e garantisce diritti per chi lavora nel mercato del sesso. Il modello svedese, a cui con questa risoluzione ci avviciniamo, viene criticato fortemente dai movimenti delle/dei sex workers perché in realtà fa aumentare la vulnerabilità delle prostitute e non provoca per niente la contrazione dell’industria. L’effetto più evidente è la criminalizzazione del fenomeno: aumento della violenza, degli abusi, dell’incidenza di Hiv/Aids e malattie sessualmente trasmissibili e peggioramento delle condizioni di lavoro delle sex workers. Il secondo modello, da cui prende le distanze nella risoluzione Bota, presenta pure dei grossi limiti, il più grande dei quali è che in molti casi le sex workers, che non hanno la cittadinanza europea, sono obbligate a lavorare nel sommerso perché non possiedono un permesso di soggiorno.

Questa risoluzione rappresentava una occasione (sprecata, ahimè) per creare una terza via per affrontare il tema della prostituzione, magari guardando ad un’esperienza che viene poco presa in considerazione, ovvero quella della Nuova Zelanda. Finora è stato l’unico Paese a seguire un principio “banale” ma rivoluzionario secondo cui è impossibile difendere le persone che si prostituiscono senza una loro diretta partecipazione alle decisioni. Nel sistema neozelandese le risorse pubbliche sono utilizzate per sostenere attivamente delle iniziative di mediazione del conflitto, prevenzione e cura sanitaria, lotta allo sfruttamento, violenza e prostituzione forzata e minorile.

Credo che nessuna discussione politica sulla prostituzione possa prescindere dal problema di come contrastare i fenomeni di tratta e sfruttamento. A questo proposito segnalo una normativa italiana che è discussa come buona pratica in tutto il mondo. Il modello italiano fa i conti con la realtà dei progetti migratori delle vittime di tratta, che vorrebbero restare: la sua originalità sta nel fatto che le vittime, anche senza denunciare gli sfruttatori, possono ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale convertibile in permesso di lavoro, o di studio. Inoltre sono sostenute nella ricerca del lavoro e inserite in un percorso di migrazione legale. Questa struttura normativa potrebbe essere adottata nel panorama europeo: è un modo efficace per proteggere le vittime e per condurre una vera lotta alle mafie, cioè contro coloro che davvero detengono lo sfruttamento mondiale delle donne. Il Parlamento europeo si è dotato di una commissione antimafia, perché il Consiglio d’Europa non apre anch’esso un focus? Il contrasto finora proposto in sede europea agisce sempre e solo sugli ultimi anelli della catena della prostituzione e non sul sistema criminale che detiene il potere.