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Vania è morta.

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Vania è morta. Ieri prima che venisse raccontata la dinamica, il movente dell’omicidio in tante avevamo già capito. Avevamo capito che si trattava di un tentato femminicidio e che probabilmente il collega in questione era uno dei tanti uomini che non si era rassegnato al no di una donna.

È questo il problema. Alcuni uomini non accettano di essere “abbandonati”, non accettano l’autonomia e l’indipendenza delle donne, non accettano la felicità altrui.

Vania adesso non c’è più. E insieme a lei se ne va un pezzetto anche della nostra felicità. Se ne va insieme alla chiusura dei centri antiviolenza e insieme ai ritardi dell’approvazione della legge sull’introduzione sentimentale a scuola.

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Pubblicata la mia interrogazione sulla situazione dei migranti a Corigliano. Appalti sospetti e la morte di un minore.

sbarco-corigliano
Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-13981

Lunedì 1 agosto 2016, seduta n. 665

COSTANTINO, PALAZZOTTO, DURANTI e RICCIATTI

Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
a partire dai primi giorni del mese di gennaio 2015, con l’approdo della Ezadeen al porto di Corigliano Calabro, cittadina di oltre 40 mila abitanti sulla costa jonica cosentina, vi si sono succeduti sette sbarchi di profughi provenienti principalmente dalle coste africane;
la gestione della situazione emergenziale all’interno del porto è stata condotta al meglio dalla prefettura e dalla protezione civile, coadiuvate da alcune associazioni operanti nel territorio e l’apporto dell’amministrazione comunale è stato per lo più di natura logistica;
la permanenza all’interno del territorio comunale dei profughi (in maggioranza somali, eritrei, ivoriani, nigeriani, etiopi, guineani) è stata minima, dalle tre alle sei ore, fatta eccezione per quello di fine maggio 2016, quando all’incirca 140 persone, ivi compresi 20 minori non accompagnati, sono stati alloggiati all’interno del palazzetto dello sport di Corigliano per qualche giorno e il piccolo gruppo di minori non accompagnati, affidati come prevede la legge al sindaco della città, hanno trovato accoglienza nelle strutture preposte del territorio;
il 29 giugno 2016 ha attraccato nel porto di Corigliano una nave battente bandiera irlandese con quasi 500 profughi. Anche in questo caso eccellente è stato il lavoro della prefettura e della protezione civile. Tuttavia, a queste operazioni non ha partecipato né con uomini, né con mezzi, l’amministrazione comunale, che ha motivato il mancato intervento con le presunte difficoltà economiche della città di Corigliano;
al termine delle operazioni di sbarco, risultava la presenza di 91 minori non accompagnati che, come prevede la legge, venivano affidati all’amministrazione comunale che ha provveduto a sistemarli all’interno del palazzetto dello sport di Corigliano. A distanza di quasi un mese, i ragazzi, ridotti nel numero da numerose fughe e purtroppo da un decesso, sono ancora alloggiati lì;
il palazzetto non presenta i requisiti minimi per una così lunga ospitalità, sia da un punto di vista igienico, sia da un punto di vista della sicurezza;
la gestione dell’accoglienza è stata affidata in un primo momento all’onlus «Marinella Bruno» con affidamento diretto motivato dalla situazione emergenziale. Fin dai primi giorni di luglio si è affiancato all’onlus un gruppo di cittadini volontari – a titolo completamente gratuito – che hanno fornito aiuto nei turni al palazzetto, capi di vestiario, generi alimentari, prodotti per l’igiene personale e lezioni di italiano basilari;
come si evince, dalla delibera di giunta il costo dell’affidamento prevede una spesa di 26.400 euro (26 euro a minore al giorno) e molte delle voci contenute nella stessa sono in realtà state coperte da donazioni e dai suddetti interventi di volontari;
il presidente della onlus «Marinella Bruno», Giuseppe Bruno, risulta essere coniuge dell’assessora allo sport e al turismo Alessandra Francesca Capalbo. La stessa risulta essere segretaria della stessa associazione presente alla seduta di giunta al momento della delibera da lei stessa votata;
sono registrate le numerose e documentate richieste delle associazioni operanti nel settore e presenti nel territorio, di realizzare un protocollo d’intesa per la gestione di tali emergenze con eventuali gare d’appalto. Al termine degli 11 giorni di gestione della onlus «Marinella Bruno», ad essa subentrava l’associazione «Azzurra», che sembrerebbe essere intervenuta anche in questo caso senza gara d’appalto e senza a tutt’oggi alcuna delibera di giunta o protocollo d’intesa attestante i compiti ed i modi con cui l’associazione dovrebbe operare;
alle criticità di natura sanitaria (con grave ritardo si è conclusa la fase di esame medico dei ragazzi, a quanto risulta agli interroganti mancherebbe la figura di responsabile sanitario obbligatoria per legge), igienica (i servizi del palazzetto sarebbero prevedibilmente inidonei, le pulizie sporadiche, il cambio delle lenzuola non risponderebbe ai tempi dichiarati dall’associazione), logistica (turni con poco personale, talora non adeguatamente formato), si aggiunge una totale mancanza di sorveglianza dei minori rispetto alle loro uscite quotidiane; si è unita a ciò la morte del giovane Oumar Sangare, annegato in mare in un pomeriggio di uscita con altri ospiti minori del centro, morte avvenuta senza che vi fosse la presenza di un adulto accompagnatore che forse avrebbe potuto sventare la tragedia;
la squadra locale di volley, la Corigliano Volley, a nome del suo direttore sportivo Pino De Patto, ha rilasciato in data 23 luglio 2016 dichiarazioni secondo le quali la squadra non potrà allenarsi presso il palazzetto dello sport diventato centro di accoglienza, anche per le condizioni di incuria in cui lo stesso è stato abbandonato –:
se il Ministero interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, quali iniziative intenda assumere per verificare la correttezza dei procedimenti di assegnazione dell’accoglienza alle associazioni sopra citate; se intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, per individuare e accertare le cause e la dinamica della morte del giovane Oumar Sangare, che in quanto minore non accompagnato si trovava sul territorio italiano sotto la responsabilità delle istituzioni accoglienti. (4-13981)

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/13981&ramo=CAMERA&leg=17

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Presentata la mia interrogazione sulla collocazione di un’ulteriore quota di Poste italiane sul mercato azionario

poste italiane
Interrogazione a risposta scritta 4-13888
Giovedì 21 luglio 2016, seduta n. 659

COSTANTINO, RICCIATTI, DURANTI, PAGLIA, PANNARALE, CARLO GALLI, MARTELLI, MELILLA e PIRAS

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico . — Per sapere – premesso che:
Poste Italiane, fondata nel 1862 come azienda autonoma, oggi società per azioni, è una delle più importanti aziende italiane nell’ambito dei servizi, operativa nel settore postale, finanziario, assicurativo e in quello della telefonia mobile, centrale nell’economia del Paese per la sua abilità strategica e per la sua funzione sociale;
Poste Italiane, concessionaria del servizio universale, è presente su tutto il territorio italiano con 13 mila uffici postali e più di 143 mila dipendenti;
nell’ottobre del 2015 Poste italiane viene collocata in borsa, con la vocazione di grandi guadagni e la funzione di contribuire all’abbattimento di parte del debito pubblico;
la collocazione sul mercato azionario del 35 per cento dei titoli ha garantito solo una minima entrata nelle casse dello Stato e, dopo un primo buon debutto, le quotazioni si sono «sgonfiate»;
un’ulteriore collocazione del 30 per cento dei titoli azionari in borsa, in aggiunta al precedente passaggio del 35 per cento a Cassa depositi e prestiti, significherebbe di fatto un inutile smembramento dell’azienda, causando importanti ripercussioni sul personale di Poste Italiane e sulla qualità dei servizi offerti alla cittadinanza –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali urgenti iniziative intenda avviare per valutare le ripercussioni dell’ulteriore ricollocazione in borsa, al fine di evitare una svendita che darebbe a Poste Italiane un aspetto speculare a quello di altre società che gestiscono reti di distribuzione, con il rischio di perdere le specificità dell’azienda, in primis la sua funzione sociale. (4-13888)

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Non si può fare cassa con i fondi per i Centri antiviolenza. Raggi intervenga e corregga la scelta dell’Assessore al Bilancio

MANIFESTAZIONE IN CAMPIDOGLIO CONTRO LA CHIUSURA DEI CENTRI ANTI VIOLENZA

MANIFESTAZIONE IN CAMPIDOGLIO CONTRO LA CHIUSURA DEI CENTRI ANTI VIOLENZA

E’ assurdo che a fronte dell’aumento dei casi di femminicidio a Roma, la seconda città in Italia per numero di casi, le prime mosse della Giunta Raggi siano fare cassa con i fondi per i centri antiviolenza. Una cosa incredibile che penalizza prevalentemente le donne già in difficoltà per la chiusura di alcuni servizi come SosDonnaH24. La Sindaca Raggi intervenga e corregga l’Assessore al Bilancio del Comune.

Lo afferma la deputata di Sinistra Italiana Celeste Costantino, promotrice della proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale come strumento contro il femminicidio e la violenza di genere, commentando il taglio di 300.000 euro ai centri antiviolenza operato dalla Giunta Raggi.

Roma è la seconda città in Italia per numero di casi e a livello nazionale, nei primi cinque mesi del 2016, ci sono stati 57 femminicidi, di cui 45 in famiglia, contro i 63 dello stesso periodo dello scorso anno, prosegue l’esponente di SI. In questi anni abbiamo assistito al taglio dei fondi, a piani emergenziali e mappature senza criteri dei Centri antiviolenza in tutta Italia da parte del governo nazionale. Ora la scure dell’Assessore Minenna sui fondi per i centri romani. Mi auguro che la Sindaca di Roma Virginia Raggi intervenga immediatamente. Un servizio pubblico come quello svolto dai centri antiviolenza non può essere definanziato per scelte di risparmio. Anzi, conclude Costantino, le risorse non solo vanno reintegrate ma mi auguro che nel prossimo bilancio del Comune di Roma siano aumentate.

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Presentata interrogazione sull’inattività delle Terme di Antonimina a Reggio Calabria

acque
Interrogazione a risposta scritta 4-13865
Mercoledì 20 luglio 2016, seduta n. 658

COSTANTINO, PAGLIA, DURANTI e RICCIATTI

Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
il Consorzio Acque Sante Locresi è ente strumentale dei comuni di Antonimina e Locri in provincia di Reggio Calabria;
la concessione mineraria originale è stata rilasciata al comune di Antonimina ed al comune di Locri – congiuntamente – in data 15 aprile 1948, dal Ministero dell’industria e commercio, Corpo delle miniere, distretto di Napoli;
le acque del Consorzio termale di Antonimina — Locri sono conosciute già dall’antichità come «Acque Sante Locresi» e sono classificate come acque termominerali, isotoniche, leggermente sulfuree, salso-solfato-alcaline con tracce di jodio (Autorizzazioni del Ministero della sanità n. 2724 del 6 maggio 1991 e n. 2813 del 29 settembre 1992);
le acque sgorgano costantemente a 36 gradi di temperatura e sono batteriologicamente pure e sono impiegate per bagni, fanghi e per via transmucosa con benefica azione risolvente, detergente e stimolante delle difese organiche e del ricambio generale, trovando quindi indicazione nei postumi di processi infiammatori cronici di qualsiasi origine;
la nuova struttura, sita a Bagni Antonimina a circa quattrocento metri di distanza dalla sede originaria, è stata inaugurata, ufficialmente, il 27 agosto 2011;
la struttura, il cui progetto risale al 1986, sorge su un’area di circa diecimila metri quadri, ed è costata circa 6 milioni di euro, finanziati con la legge n. 64 e con i P.I.T.;
lo stabilimento si distribuisce su tre piani con ampio salone d’ingresso, salone conferenze, uffici amministrativi, sale mediche, due reparti di fangoterapia e aerosolterapia, una grande piscina termale e le sale di fisioterapia;
usualmente la stagione termale è compresa da aprile a novembre ed impiega circa 15 unità lavorative tra stagionali e unità a tempo indeterminato, che attualmente sono inattive;
alla data del 7 luglio 2016 non risulta ancora avviata la stagione annuale con grave pregiudizio per l’erogazione delle prestazioni sanitarie, la maggior parte delle quali svolte in regime di convenzione con l’ASP di Reggio Calabria;
tale situazione appare pregiudizievole dell’attività presente e futura del Consorzio e nello scenario di un’eventuale privatizzazione potrebbe portare ad un minore valore di realizzo;
già nel 2006, lo stabilimento era stato attenzionato e governato da un commissario prefettizio, Dottoressa Niccolò, la quale ha provveduto ad adeguare lo statuto del Consorzio, sotto richiesta degli stessi sindaci dei comuni di Locri e di Antonimina, i quali avrebbero potuto nominare un nuovo Consiglio di amministrazione;
il ripristino, con urgenza, della regolare operatività del suddetto consorzio è importante al fine di salvaguardare l’erogazione del servizio sanitario e le maestranze e l’economia complessiva dell’ente aiuterebbe sul piano occupazionale e sociale tutto il territorio di Locri e Antonimina –:
se il Governo non intenda convocare, per quanto di competenza, un tavolo istituzionale di confronto, con la partecipazione degli enti interessati, al fine di salvaguardare i livelli occupazionali e dare uno sbocco di prospettiva alle parti sociali e al territorio coinvolto. (4-13865)

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La mia interrogazione al Ministero dell’Interno sulla carenza di strutture e di accoglienza alle donne migranti in Italia rifugiate e richiedenti asilo

20/09/2015 Palermo. A bordo della nave della marina tedesca Holfein, sono sbarcati 767 migranti. Fra loro ci sono 65 minori non accompagnati e 9 donne incinte

Interrogazione a risposta scritta 4-13734
COSTANTINO Celeste
Venerdì 8 luglio 2016, seduta n. 650

COSTANTINO, RICCIATTI, DURANTI, NICCHI, CARLO GALLI, PANNARALE, MARTELLI, QUARANTA, MELILLA, PALAZZOTTO, PIRAS, AIRAUDO, SANNICANDRO, PLACIDO, KRONBICHLER

Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
dal 1999 al 2005 l’Unione europea ha lavorato alla creazione del Common European Asylum System (CEAS), le cui direttive impongono oggi, nello scenario ulteriormente mutato delle migrazioni rispetto a quegli anni, condizioni di accoglienza che garantiscono dignità, protezione e sicurezza sociale, fisica e materiale;
numerose ricerche dimostrano che il gap esistente tra le direttive formali e le reali condizioni di permanenza nei CIE, nei CARA e nei CDA, è ancora troppo ampio;
questo gap si ripercuote maggiormente sulle vite di coloro che il Parlamento europeo definisce appartenenti a «gruppi vulnerabili», ovvero le donne richiedenti protezione internazionale e le rifugiate, che sono portatrici sì come gli uomini di un passato fatto di povertà guerra e violenza, ma sono soggette maggiormente, rispetto ai propri compagni di viaggio, a violenze ed oppressioni specifiche non solo nel Paese da cui scappano, ma anche durante la loro traversata e all’interno delle strutture dei Paesi che dovrebbero accoglierle;
non a caso le istituzioni e gli osservatori internazionali hanno in alcuni casi stabilito di studiare i dati riguardanti la partenza e l’approdo di donne come strumento di comprensione del fenomeno, ad esempio Unhcr ha recentemente aggiunto alla sezioneMediterranean Crisis, un paragrafo dedicato al Gender Breakdown of Arrivals che aggiorna i dati sulle donne approdate sulle coste di Italia e Grecia, i principali punti d’ingresso nel territorio dell’Unione;
se si combinano le tabelle pubblicate, i dati Eurostat consentono la disaggregazione di genere per provenienza, età, Paese in cui si è fatta domanda e decisioni finali sulla sua valutazione. Nel 2015 hanno chiesto asilo nei 28 Paesi dell’Unione europea 1.321.600 di persone, di cui 366.785 erano donne;
solo in Italia invece, nel 2015, le domande d’asilo delle donne erano 9.720 su un totale di 84.085, 4.930 nel 2014 su 64.625, e 3.655 nel 2013 su 26.620. Il sito del Ministero dell’interno HYPERLINK rende pubblici i dati sulla presenza di asilanti sul territorio nazionale. Rispetto al 2014, offre altresì una mappatura regionale e provinciale delle presenze di richiedenti, differenziando anche la tipologia di centro. Tuttavia, non sono indicate le strutture per donne, né vi sono dati disaggregati per genere. Anche il documento che specifica l’andamento mensile del 2015, fornendo dati sulle nazionalità e sulle risposte delle domande analizzate, limita i numeri sulle donne alle domande presentate, senza specificazioni sulle nazionalità, né sulle risposte. («Cosa accade dopo l’approdo sulle coste italiane e greche quando a chiedere asilo sono le donne. Quello che dicono e non dicono i dati». Barbara Pinelli, portale ingenere.it, 5 luglio 2016);
le condizioni psicologiche, sanitarie e di permanenza delle donne nelle strutture di accoglienza italiane si rivelano essere al limite del sopportabile; le donne sono perciò doppiamente esposte a violenza: quella da cui provengono e quella in cui arrivano, in uno scenario di sovraffollamento che spesso le vede condividere gli spazi di accoglienza con numerosi uomini, costrette ad un’alimentazione insufficiente anche durante la gravidanza, o che le vede relegate e controllate a vista persino nell’educazione dei propri figli;
inoltre, nonostante si incontri anche personale qualificato, si è evidenziato come le risorse, professionali ed economiche, non siano sufficienti ad intercettare le donne che arrivano nei centri italiani da un trascorso di violenza, ignorando quando queste sono state vittime di soprusi prima o durante la traversata, o quando siano vere e proprie vittime di tratta, dal luogo remoto da cui sono partite, passando per una serie di compravendite, fino ad arrivare nel nostro Paese –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali iniziative intenda intraprendere per garantire una mappatura più funzionale degli arrivi per genere non solo per l’osservazione dei dati ma soprattutto per garantire strutture consone alla permanenza delle donne richiedenti asilo e rifugiate, strutture dotate di personale qualificato e risorse che siano in grado di offrire un significativo percorso di cura e accoglienza nel rispetto della loro vulnerabilità e delle loro usanze. (4-13734)

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Iniziamo dalla povertà

 

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Sono d’accordo con chi sostiene che non bisogna farsi guidare dall’ “antirenzismo”. Non lo paragonerei affatto all’antiberlusconismo, ma colgo comunque il pericolo di uno schiacciamento culturale che non ci consentirebbe di fare passi in avanti. Mi permetto però di evidenziare che anche l’antigrillismo non ci fa bene.

Noi oggi ci dovremmo concentrare, in maniera autonoma, sulla politica: lotta alle disuguaglianze sociali e difesa della democrazia.
Il referendum costituzionale è lo strumento con cui adempiere al secondo punto, ancora non abbiamo elaborato un piano serio che intervenga sul primo, cioè sulla povertà.

Ragioniamo di questo. C’è la necessità dell’introduzione di un reddito minimo garantito, ma abbiamo bisogno anche di ripensare il mondo del lavoro. Non possiamo più mutuare la nostra politica dal Sindacato e non possiamo più cavarcela citando le esperienze di coworking e di startup in giro per l’Italia. Questo è un pezzo importante, ma che non copre tutto. I laureati nel nostro Paese diminuiscono vertiginosamente e il sistema “meritocratico” (questo sì teorizzato sia da Renzi che da Di Maio) taglia fuori un pezzo largo della popolazione che sinceramente non ce la fa a raggiungere gli standard richiesti.

C’è posto in questo Paese per chi ha una licenza media? Ha diritto a lavorare anche chi non ha idee “creative”? Oppure chi non si candida ad essere il numero 1, in Italia deve soccombere?
Siamo in una fase regressiva. Se vogliamo occuparci della povera gente, è bene iniziare a fare l’identikit della povera gente. C’è il ricercatore universitario precario figlio della classe media impoverita, ma c’è anche il ragazzo disoccupato figlio della povertà più nera.

Concentriamoci e discutiamo, tanto per iniziare, a come rispondiamo a queste due condizioni.

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L’educazione sentimentale arriva alla Camera! #1oradamore

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Oggi inizia in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati l’iter sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.
Una giornata storica per tutti noi che abbiamo creduto in questa proposta di legge e abbiamo continuato a fare pressione dal basso affinché venisse discussa in Parlamento.
Siamo davvero all’inizio. Il percorso è ancora lungo e bisognerà vigilare affinché non vengano ulteriormente dilatati i tempi. Un dato però c’è e ce lo dobbiamo rivendicare tutti insieme: finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo.
In tanti c’avevano provato negli anni. Noi siamo gli unici ad esserci riusciti. Perché? Perché questa proposta di legge, fin dalla sua scrittura, si è avvalsa di una cosa fondamentale: la partecipazione. Dall’ascolto delle operatrici dei Centri antiviolenza (Cosenza, Napoli, Padova, Potenza, Ferrara, Catania, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Pescara, Pordenone, Roma, Latina, Casal di Principe) che sono andata a visitare nel viaggio che ho chiamato #RestiamoVive; ai suggerimenti che mi sono arrivati da insegnati, dirigenti scolastici, associazioni, cooperative, movimenti, case editrici, giornalisti, psicologi e pedagogisti.
Grazie all’associazione daSud e a Change.org, ormai tre anni fa lanciammo la campagna #1oradamore: era un modo per far conoscere la proposta di legge e per sostenerla affinché non venisse lasciata in un cassetto come purtroppo avviene alla stragrande maggioranza delle proposte di iniziativa parlamentare. In più, il pericolo – rispetto all’educazione sentimentale – era che il tema in sé venisse cassato perché considerato tema sensibile, questione “etica” su cui è bene non legiferare. Di solito ci si appella a queste argomentazioni per scongiurare le decisioni.
Oggi siamo di fronte a una nuova sfida. Teniamoci pronti a parare i colpi di una discussione che non sarà affatto facile. Che ripercorrerà in parte quel discorso pubblico agghiacciante che abbiamo già ascoltato con le Unioni civili e la Step child adoption e che vedrà al centro il fantasma della teoria del gender, con tutte le falsità che ne conseguono: masturbazione in classe dei bambini, indottrinamento ideologico, sponsorizzazione dell’omosessualità e transessualità e tante altre amenità affini.
Noi invece manterremo la barra ferma sullo spirito, sull’obiettivo della legge e sulle numerose esperienze che già esistono nelle scuole italiane e alle quali ci siamo ispirati per condurre questa battaglia culturale. Una su tutte: l’associazione Scosse. Grazie a loro lavoro su Roma e grazie anche al festival che promuovono “Educare alle differenze”, arriviamo a questo appuntamento forti di una pratica già consolidata, attivata nel tempo, che ci racconta come il Paese è più avanti della politica. Cioè quello che noi proviamo a sancire in un testo di legge esiste già: il problema è che solo alcuni bambini e alcuni ragazzi hanno la fortuna di averne accesso. Con questa legge, invece, rendiamo organico e strutturale un modello di insegnamento che, laddove è stato fatto, ha prodotto risultati importanti. In Italia come in Europa.
Non a caso la Convenzione di Istanbul caldeggiata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, votata all’unanimità ormai tre anni fa, chiedeva nell’articolo 14 agli Stati ratificanti di inserire l’educazione all’affettività – prima si chiamava educazione sessuale – nelle scuole di ogni ordine e grado. L’hanno riconosciuta necessaria tutti i paesi del nord Europa a partire dagli anni 50. Poi, a cascata, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, l’hanno assunta anche la Germania, la Francia, l’Olanda, il Regno Unito, la Spagna. Lasciando l’Italia e la Grecia come unici Paesi in cui nulla in termini normativi è mai stato fatto.
Adesso, e lo vedremo, sembra sia arrivato anche il nostro momento e nessuno pensi che tutto si gioca in Parlamento. Non è finito lo sforzo con cui avete contribuito a questo primo successo. La pressione affinché non venga snaturata “troppo” la legge ci deve vedere di nuovo tutti impegnati. Bisogna vigilare e monitorare il lavoro istruttorio. A partire dall’adozione del testo base. La nostra legge non è l’unica ad essere stata presentata in questi anni: ci sono proposte che vanno da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 stelle. Siamo consapevoli che l’ora dedicata all’educazione sentimentale sarà molto difficile da portare a casa, ma ci sono dei punti sui quali ci deve essere grande fermezza: formazione a tutti gli insegnanti e libri di testo.
Chi fa la formazione? C’è un elenco sterminato. Dimentichiamo che anche in Italia sono arrivati nelle accademie universitarie i corsi di laurea in gender studies materia in sé già multidisciplinare esattamente come multidisciplinare deve essere l’approccio alla prevenzione e al contrasto alla violenza. Tre filoni vanno seguiti: educazione sessuale, educazione civica, educazione di genere. E poi l’esperienza pratica da cui poter attingere che sono appunto i centri antiviolenza e le associazioni che in questi anni questo ruolo di formatori l’hanno già assunto.
Quali libri di testo? Anche qui l’elenco è sterminato. Bisogna far seguire il codice Polite e bisogna dare spazio alla lettura e alla letteratura di genere.
Battaglie coraggiose sono state intraprese in questi anni, penso a quella della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi che dopo aver portato delle favole che tengono conto dei cambiamenti sociali se l’è viste come nei peggiori periodi oscurantisti bandite dalle biblioteche della città per decisione del Sindaco. E tante tante realtà – piccole e grandi – che sono state capaci di produrre e diffondere la cultura della realtà.
Oggi ci dobbiamo riconnettere ancora una volta. E farlo però non più in una condizione di debolezza ma di forza perché il primo risultato lo abbiamo prodotto. L’associazione Frida Kalho di Marano (Napoli) con alla testa Stefania Fanelli che, generosamente, a spese proprie, ha prodotto 10.000 cartoline per chiedere al Governo di discutere la proposta di legge può dire a se stessa di avere vinto. Di esserci riuscita. Ma adesso ci aspetta un altro step non meno faticoso e va seguito con attenzione.
I mezzi e gli strumenti per osservarlo direttamente e in trasparenza esistono: gli stenografici del lavoro in commissione attraverso il sito della Camera e le dirette video dell’aula; la comunicazione costante dei parlamentari del gruppo di Sinistra Italiana con un attenzione maggiore chiaramente da parte mia che sono la prima firmataria e da parte di Annalisa Pannarale che seguirà il provvedimento in commissione; il lavoro di diffusione che metteranno i campo le compagne che hanno dato vita a Pink Factor Elettra Deiana, Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti, Maria Pia Pizzolante, Giorgia Serughetti; le giornaliste e i giornalisti che si sono sempre occupati del tema come Loredana Lipperini, Riccardo Iacona, Raffaele Lupoli, Giacomo Russo Spena, Michele Cucuzza, Roberto Moliterni, Giovanna Pezzuoli e tutto il blog della 27a ora del Corriere della Sera, Zeroviolenza, Leggendaria, Maria Fabbricatore di Fimmina tv, Luca Sappino, Angela Azzaro, l’Huffington Post; gli artisti che hanno prestato professionalità e sostegno alla causa come Gustav Hoffer e Luca Ragazzi che hanno girato il video clip #1oradamore o come Serena Dandini, Lunetta Savino, Paola Minaccioni che hanno firmato l’appello; il teatro Rossi di Pisa che mi ha accolta sul palco ed Elena Fazio e Angela Sajeva che l’hanno portata in scena; l’associazione Carminella e Amore e psiche che l’hanno portata dentro l’Università; il Pride di Palermo che è stato il primo a crederci e a volerci dedicare una giornata intera e così poi tutti i movimenti GLBT che hanno portato avanti questa battaglia; le famiglie arcobaleno e l’Agedo; le forze dell’ordine come il Commissariato di Torpignattara, che ha promosso insieme a Leonardo Loche al Liceo Immanuel Kant iniziative di approfondimento sul tema. In tre anni ho fatto centinaia di iniziative, di presentazioni di questa legge in cui ho incrociato le esperienze più diverse, di questo devo ringraziare in gran parte Sinistra ecologia e libertà, quelle compagne e quei compagni sui territori che c’hanno creduto ed hanno fatto nelle proprie realtà un lavoro straordinario. E in ultimo Nicola Fratoianni coordinatore nazionale di Sel, che non mi ha fatto mancare mai il suo supporto, e il capogruppo Arturo Scotto, che ha spinto per farla calendarizzare.
Ecco ci siamo, adesso tocca davvero a noi. Ci sarà da divertirsi.
A questo link possiamo ancora firmare la petizione
https://www.change.org/p/educazione-sentimentale-nelle-scuole-1oradamore