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L’educazione sentimentale arriva alla Camera! #1oradamore

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Oggi inizia in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati l’iter sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.
Una giornata storica per tutti noi che abbiamo creduto in questa proposta di legge e abbiamo continuato a fare pressione dal basso affinché venisse discussa in Parlamento.
Siamo davvero all’inizio. Il percorso è ancora lungo e bisognerà vigilare affinché non vengano ulteriormente dilatati i tempi. Un dato però c’è e ce lo dobbiamo rivendicare tutti insieme: finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo.
In tanti c’avevano provato negli anni. Noi siamo gli unici ad esserci riusciti. Perché? Perché questa proposta di legge, fin dalla sua scrittura, si è avvalsa di una cosa fondamentale: la partecipazione. Dall’ascolto delle operatrici dei Centri antiviolenza (Cosenza, Napoli, Padova, Potenza, Ferrara, Catania, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Pescara, Pordenone, Roma, Latina, Casal di Principe) che sono andata a visitare nel viaggio che ho chiamato #RestiamoVive; ai suggerimenti che mi sono arrivati da insegnati, dirigenti scolastici, associazioni, cooperative, movimenti, case editrici, giornalisti, psicologi e pedagogisti.
Grazie all’associazione daSud e a Change.org, ormai tre anni fa lanciammo la campagna #1oradamore: era un modo per far conoscere la proposta di legge e per sostenerla affinché non venisse lasciata in un cassetto come purtroppo avviene alla stragrande maggioranza delle proposte di iniziativa parlamentare. In più, il pericolo – rispetto all’educazione sentimentale – era che il tema in sé venisse cassato perché considerato tema sensibile, questione “etica” su cui è bene non legiferare. Di solito ci si appella a queste argomentazioni per scongiurare le decisioni.
Oggi siamo di fronte a una nuova sfida. Teniamoci pronti a parare i colpi di una discussione che non sarà affatto facile. Che ripercorrerà in parte quel discorso pubblico agghiacciante che abbiamo già ascoltato con le Unioni civili e la Step child adoption e che vedrà al centro il fantasma della teoria del gender, con tutte le falsità che ne conseguono: masturbazione in classe dei bambini, indottrinamento ideologico, sponsorizzazione dell’omosessualità e transessualità e tante altre amenità affini.
Noi invece manterremo la barra ferma sullo spirito, sull’obiettivo della legge e sulle numerose esperienze che già esistono nelle scuole italiane e alle quali ci siamo ispirati per condurre questa battaglia culturale. Una su tutte: l’associazione Scosse. Grazie a loro lavoro su Roma e grazie anche al festival che promuovono “Educare alle differenze”, arriviamo a questo appuntamento forti di una pratica già consolidata, attivata nel tempo, che ci racconta come il Paese è più avanti della politica. Cioè quello che noi proviamo a sancire in un testo di legge esiste già: il problema è che solo alcuni bambini e alcuni ragazzi hanno la fortuna di averne accesso. Con questa legge, invece, rendiamo organico e strutturale un modello di insegnamento che, laddove è stato fatto, ha prodotto risultati importanti. In Italia come in Europa.
Non a caso la Convenzione di Istanbul caldeggiata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, votata all’unanimità ormai tre anni fa, chiedeva nell’articolo 14 agli Stati ratificanti di inserire l’educazione all’affettività – prima si chiamava educazione sessuale – nelle scuole di ogni ordine e grado. L’hanno riconosciuta necessaria tutti i paesi del nord Europa a partire dagli anni 50. Poi, a cascata, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, l’hanno assunta anche la Germania, la Francia, l’Olanda, il Regno Unito, la Spagna. Lasciando l’Italia e la Grecia come unici Paesi in cui nulla in termini normativi è mai stato fatto.
Adesso, e lo vedremo, sembra sia arrivato anche il nostro momento e nessuno pensi che tutto si gioca in Parlamento. Non è finito lo sforzo con cui avete contribuito a questo primo successo. La pressione affinché non venga snaturata “troppo” la legge ci deve vedere di nuovo tutti impegnati. Bisogna vigilare e monitorare il lavoro istruttorio. A partire dall’adozione del testo base. La nostra legge non è l’unica ad essere stata presentata in questi anni: ci sono proposte che vanno da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 stelle. Siamo consapevoli che l’ora dedicata all’educazione sentimentale sarà molto difficile da portare a casa, ma ci sono dei punti sui quali ci deve essere grande fermezza: formazione a tutti gli insegnanti e libri di testo.
Chi fa la formazione? C’è un elenco sterminato. Dimentichiamo che anche in Italia sono arrivati nelle accademie universitarie i corsi di laurea in gender studies materia in sé già multidisciplinare esattamente come multidisciplinare deve essere l’approccio alla prevenzione e al contrasto alla violenza. Tre filoni vanno seguiti: educazione sessuale, educazione civica, educazione di genere. E poi l’esperienza pratica da cui poter attingere che sono appunto i centri antiviolenza e le associazioni che in questi anni questo ruolo di formatori l’hanno già assunto.
Quali libri di testo? Anche qui l’elenco è sterminato. Bisogna far seguire il codice Polite e bisogna dare spazio alla lettura e alla letteratura di genere.
Battaglie coraggiose sono state intraprese in questi anni, penso a quella della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi che dopo aver portato delle favole che tengono conto dei cambiamenti sociali se l’è viste come nei peggiori periodi oscurantisti bandite dalle biblioteche della città per decisione del Sindaco. E tante tante realtà – piccole e grandi – che sono state capaci di produrre e diffondere la cultura della realtà.
Oggi ci dobbiamo riconnettere ancora una volta. E farlo però non più in una condizione di debolezza ma di forza perché il primo risultato lo abbiamo prodotto. L’associazione Frida Kalho di Marano (Napoli) con alla testa Stefania Fanelli che, generosamente, a spese proprie, ha prodotto 10.000 cartoline per chiedere al Governo di discutere la proposta di legge può dire a se stessa di avere vinto. Di esserci riuscita. Ma adesso ci aspetta un altro step non meno faticoso e va seguito con attenzione.
I mezzi e gli strumenti per osservarlo direttamente e in trasparenza esistono: gli stenografici del lavoro in commissione attraverso il sito della Camera e le dirette video dell’aula; la comunicazione costante dei parlamentari del gruppo di Sinistra Italiana con un attenzione maggiore chiaramente da parte mia che sono la prima firmataria e da parte di Annalisa Pannarale che seguirà il provvedimento in commissione; il lavoro di diffusione che metteranno i campo le compagne che hanno dato vita a Pink Factor Elettra Deiana, Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti, Maria Pia Pizzolante, Giorgia Serughetti; le giornaliste e i giornalisti che si sono sempre occupati del tema come Loredana Lipperini, Riccardo Iacona, Raffaele Lupoli, Giacomo Russo Spena, Michele Cucuzza, Roberto Moliterni, Giovanna Pezzuoli e tutto il blog della 27a ora del Corriere della Sera, Zeroviolenza, Leggendaria, Maria Fabbricatore di Fimmina tv, Luca Sappino, Angela Azzaro, l’Huffington Post; gli artisti che hanno prestato professionalità e sostegno alla causa come Gustav Hoffer e Luca Ragazzi che hanno girato il video clip #1oradamore o come Serena Dandini, Lunetta Savino, Paola Minaccioni che hanno firmato l’appello; il teatro Rossi di Pisa che mi ha accolta sul palco ed Elena Fazio e Angela Sajeva che l’hanno portata in scena; l’associazione Carminella e Amore e psiche che l’hanno portata dentro l’Università; il Pride di Palermo che è stato il primo a crederci e a volerci dedicare una giornata intera e così poi tutti i movimenti GLBT che hanno portato avanti questa battaglia; le famiglie arcobaleno e l’Agedo; le forze dell’ordine come il Commissariato di Torpignattara, che ha promosso insieme a Leonardo Loche al Liceo Immanuel Kant iniziative di approfondimento sul tema. In tre anni ho fatto centinaia di iniziative, di presentazioni di questa legge in cui ho incrociato le esperienze più diverse, di questo devo ringraziare in gran parte Sinistra ecologia e libertà, quelle compagne e quei compagni sui territori che c’hanno creduto ed hanno fatto nelle proprie realtà un lavoro straordinario. E in ultimo Nicola Fratoianni coordinatore nazionale di Sel, che non mi ha fatto mancare mai il suo supporto, e il capogruppo Arturo Scotto, che ha spinto per farla calendarizzare.
Ecco ci siamo, adesso tocca davvero a noi. Ci sarà da divertirsi.
A questo link possiamo ancora firmare la petizione
https://www.change.org/p/educazione-sentimentale-nelle-scuole-1oradamore
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Presentata alla Camera la mia interrogazione per i lavoratori della Reggia di Venaria

VENARIA

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-13571

COSTANTINO Celeste

COSTANTINO, DURANTI e RICCIATTI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
la Reggia di Venaria apre ufficialmente i suoi spazi al pubblico il 12 ottobre 2007, dopo circa 10 anni di lavori di ristrutturazione. Si è trattato di un cantiere su cui sono state impegnate grandi risorse provenienti in gran parte da fondi comunitari, cantiere che è stato per anni il più grande d’Europa. Oggi la Reggia di Venaria è tra i beni protetti dall’Unesco;
per l’organizzazione dei servizi necessari alla sua apertura la regione Piemonte predispone un bando di gara spedito in data 27 aprile 2007 che viene aggiudicato definitivamente all’A.T.I. CODESS CULTURA Soc. Coop – Società servizi socioculturali cooperativa sociale Onlus – Arethusa s.r.I – Cooperativa lavoratori ausiliari del traffico L.A.T – Cooperativa sociale P.G Frassati Onlus;
avverso tale aggiudicazione, in data 7 giugno 2007, la seconda in graduatoria, il concorrente REAR Soc. Coop (Capogruppo) e CO.PA.T Soc. Coop – Pulintec Servizi s.r.l. proponeva ricorso al Tar e vedendosi accolto il ricorso, subentrava nel servizio a CODESS dopo 8 mesi circa dall’apertura del complesso. L’intera vicenda giuridica si concluderà poi ben oltre la scadenza naturale dell’appalto, con il riconoscimento da parte del Tar delle ragioni di CODESS avverso le decisioni del neo-nato consorzio La Venaria Reale, il quale ha lasciato gestire il servizio per l’intero periodo a REAR, nonostante il fatto che, a livello giuridico, le ragioni dei concorrenti parevano comunque in continua alternanza;
l’ingresso della REAR è stato subitaneo e «traumatico»; nell’arco di 15 giorni i lavoratori che precedentemente operavano presso la Reggia di Venezia si sono visti recapitare le lettere di licenziamento da CODESS;
il Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) applicato ai lavoratori da CODESS era il MULTISERVIZI PULIZIE FISE. Il subentro della REAR, che anche per tramite di funzionari della Reggia e per esplicita volontà della REAR, si voleva eseguire senza adempiere regolarmente al passaggio diretto delle maestranze ai sensi dell’articolo 4 del CCNL Multiservizi, normalmente previsto in cambio d’appalto, ma tramite «chiamate dirette» negli uffici della REAR (procedura anche «consigliata» dai funzionari della Reggia);
tale situazione ha visto nascere una vertenza sindacale tesa da un lato ad assicurare che tutti i lavoratori in appalto venissero assunti da REAR (che non considerava il caso di fattispecie un cambio di appalto) e dall’altro al riconoscimento dell’applicazione del CCNL finora applicato per garantire i livelli di reddito;
REAR era intenzionata infatti ad applicare un altro CCNL, notoriamente peggiorativo: il CCNL multiservizi unici;
la vertenza (sintetizzata nel verbale della prefettura si conclude, anche a seguito dell’intervento della regione Piemonte con la vittoria del sindacato a vedersi applicato il Multiservizi Fise;
ciononostante, alcuni lavoratori, a causa della paura, della confusione che regnava in quei giorni e anche a causa dei sedicenti consigli provenienti dai funzionari della Reggia si sono recati negli uffici REAR prima dell’accordo che ha posto fine alla vertenza e si sono visti applicati il Contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Unione nazionale della cooperativa italiana (UNCI);
come si vedrà, questo ultimo fatto avrà per tali lavoratori delle conseguenze che si protraggono finora, anche perché il tipo di contratto a loro proposto è stato non solo il contratto UNCI ma addirittura un contratto «a chiamata»;
questo primo appalto finirà dopo un lungo periodo di proroga che vedrà il Consorzio (che nel frattempo si è costituito giuridicamente come ente strumentale) cercare di fronteggiare le vertenze sindacali nate per rivendicare una paga più consona al servizio fornito, l’applicazione del contratto di settore e la risoluzione di quelle storture ancora presenti a causa della politica sindacale di REAR che continuava ad applicare il CCNL UNCI a un discreto numero di lavoratori (anche provenienti da altri cantieri ma poi messi stabilmente ad operare in Reggia) e a causa del clima volutamente ostile e anti-sindacale della REAR;
il periodo si conclude comunque positivamente per i lavoratori, con la stipula del Protocollo d’intesa tra organizzazioni sindacali e consorzio teso a definire i contenuti del nuovo bando di gara e con la conseguente aggiudicazione definitiva dell’appalto all’A.T.I LA CORTE REALE s.r.l., di cui fa parte anche la REAR;
il CCNL applicato ai lavoratori da ATI LA CORTE REALE è quello accordato nel protocollo d’intesa e previsto nel bando di gara: il CCNL FEDERCULTURE;
l’organizzazione del lavoro, nonché la mobilità interna e le procedure per la sostituzione del personale dimissionario sono regolate da un accordo quadro tra azienda e Organizzazioni sindacali tuttora vigente. Fine principale di tale accordo è pervenire nel tempo a una sempre maggiore stabilizzazione del personale ad oggi purtroppo ancora precario, poiché «a chiamata»;
durante il periodo che va dall’aggiudicazione all’ATI LA CORTE REALE ad oggi, le condizioni e l’organizzazione del lavoro non sono rimaste del tutto inalterate: vi sono state delle riduzioni abbastanza contenute nel servizio riguardanti in un primo momento il lavoro «a chiamata» (inizialmente previsto anche nell’accordo quadro come lavoro da utilizzarsi nelle mostre temporanee al fine di garantire a questi lavoratori un bacino più o meno sicuro di ore da cui attingere) che è stato ridotto ai minimi termini e utilizzato o in via di grandi eventi straordinari o in via di sostituzione personale per ferie, malattie o aspettative –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non intendano, per quanto di competenza, nella gestione della vertenza assumere ogni iniziativa che favorisca l’applicazione dei contratti di riferimento Federculture che tradizionalmente tutelano e migliorano la qualità del lavoro e i termini contrattuali e valorizzano la professionalità delle maestranze, oggi perlopiù assunte con contratti multiservizi, essendo il contratto Federculture l’unico contratto specificatamente indirizzato al settore culturale, soprattutto in ambito imprenditoriale. (4-13571)

Al seguente link l’interrogazione per monitorare la risposta dei ministeri interrogati

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/13571&ramo=CAMERA&leg=17

 

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Oggi alla Camera dei Deputati la presentazione del secondo rapporto #FilieraSporca

filiera sporca

 

Oggi alle 10 la conferenza stampa presso la Sala stampa della Camera dei Deputati per presentare il secondo rapporto della campagna #FilieraSporcaLa raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende” a cura di Terra!Onlus, associazione antimafie daSud e Terrelibere.org. U

viaggio per indagare le cause del caporalato nell’anno che ha fatto registrare oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo. Nel secondo rapporto #FilieraSporca interroga e fornisce le risposte dei grandi attori della filiera agroalimentare, denuncia la mancata trasparenza della Gdo e il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori che agiscono come moderni feudatari, dimostra come il costo delle arance riduce in povertà i piccoli produttori e lascia marcire il made in italy. I soggetti promotori della campagna #FilieraSporca inoltre presenteranno proposte concrete al Governo e buone pratiche alle aziende.

Intervengon assieme a me

Fabio Ciconte, Terra! Onlus e portavoce #FilieraSporca, Sara Farolfi e Antonello Manganoricercatori, ​Luigi Manconi, senatore Partito Democratico​

modera Lorenzo Misuraca, Associazione daSud

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Dei tossici non frega a nessuno, tranne che alle mafie

ostia

Stamattina come ogni mattina ho preso la metro. Mentre scendevo le scale, ho notato un ragazzo e una ragazza aggrappati ai passamano, bianchi come le lenzuola, sguardi persi. A malapena riuscivano a reggersi in piedi. Erano evidentemente strafatti di eroina. Ed erano solo le nove del mattino.
Qualche giorno fa, in farmacia, una ragazza giovanissima è entrata con il fiatone, sembrava non riuscisse a respirare, l’ho fatta passare avanti. Ha chiesto una siringa: era evidentemente in crisi d’astinenza, sempre da eroina. Saranno state, anche lì, le nove del mattino.

Non credo di essere l’unica a vedere. Non credo di essere l’unica a capire cosa sta succedendo nelle città. Eppure non ne parla più nessuno, sicuramente non ne parla la politica. Quando ero bambina, alla fine degli anni 80, sentivo che i coetanei di mia sorella, più grande di me di sette anni, morivano di overdose.
Erano gli anni di “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” e, a Reggio Calabria, in una spiaggia della città ogni tanto veniva recuperato il cadavere di qualche ragazzo. Tanti, troppi. Fratelli e sorelle di amici d’infanzia, ragazzi del quartiere che vedevi ogni giorno dalla finestra che andavano in giro con il motorino e che improvvisamente scomparivano come in una puntata di The Leftovers.

La mia generazione è cresciuta con la paura dell’eroina. Potevamo farci di tutto, ma di eroina mai. Da quella non si tornava indietro.
Erano gli anni degli opuscoli con Lupo Alberto nelle scuole che ti spiegavano come prevenire l’Aids ed evitare il contagio da siringa.
Degli ambienti nostri, quelli della Sinistra, dove l’eroina era merda da cui tenersi lontano.
E noi, molti di noi, infatti per fortuna ce l’hanno fatta.
Adesso siamo tornati indietro. Con una differenza sostanziale: oggi c’è un silenzio assordante. Da parte delle istituzioni, dei media, delle scuole.
C’è tanto spazio per la retorica sulle periferie, ma anche in quella retorica, delle mafie
che controllano interi pezzi di città non parla nessuno. Il parlamento non parla neanche delle cooperative, delle associazioni, delle unità di strada.
C’è una proposta di legge sulla legalizzazione delle droghe leggere che, paradossalmente, ci permetterebbe di rimettere mano su tutto. Di ripensare l’informazione, la prevenzione e il contrasto alle droghe pesanti.
Purtroppo però è impossibile aprire una discussione. Eppure tutti gli studi ci dicono che ci sono i consumatori di ritorno – quelli dei famosi anni 80 – e poi ci sono i nuovi consumatori di una fascia di età larga che comprende anche i giovanissimi.

Sono i consumatori che ci ha raccontato il maestro Caligari anni fa con “Amore tossico” e più di recente con “Non essere cattivo”.
Ma noi non siamo artisti, noi abbiamo delle responsabilità in più. Quella di fermare un’economia criminale che produce controllo del territorio, violenza e morte. Non è più il tempo dello shock per quello che accade ogni giorno a Tor Bella Monaca, San Basilio, Torpignattara e Ostia, per i paragoni con Scampia per il degrado, senza che venga mai invece l’ora di quella analisi necessaria che a Napoli – non da oggi – si fa sulla camorra.

Definire la mafia in quel territorio ha permesso di attrezzarsi di individuare degli strumenti per contrastare il fenomeno per offrire delle opportunità. Qui c’è il lavoro prezioso dei servizi sociali e delle forze dell’ordine,ma manca la politica. La politica che si fa carico – su Roma – di un problema strutturale. Mafioso. Tutto è spostato su Mafia Capitale, sull’inquinamento della macchina amministrativa (anche ieri la cronaca ci ha mostrato la gravità della situazione), rimuovendo le mafie tradizionali ‘ndrangheta e camorra che sulla droga mantengono un business che non conosce crisi. Loro decidono l’offerta, loro dirottano i consumi – in questo momento l’eroina costa meno della cocaina – sono loro a dartela in omaggio. A fare i tre per due. A distruggere la vita di intere famiglie. Famiglie che ritornano nell’ombra, che non vengono aiutate da nessuno. Perché l’odio sociale ci racconta che “quelli” se la sono andata a cercare. La droga non è una disgrazia, è una scelta. Certo, tutto può essere una scelta. Ma, forse, in alcuni contesti fare la cosa giusta è più difficile che in altri. E dentro questo “forse” si sostanzia la politica.

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Una mia prima considerazione

Dopo questi risultati nessuno può non capire o far finta di non sapere: il quadro è definitivamente mutato. Lo schema dentro il quale tanti di noi hanno iniziato a fare politica oggi non esiste più. È un processo maturato nel corso del tempo, ma queste amministrative indubbiamente lo sanciscono in maniera chiara e netta. Non esistono più soltanto i due grandi blocchi di centrodestra e centrosinistra. C’è anche un terzo polo incarnato a livello nazionale adesso dal M5S – ma, per esempio a Napoli, da De Magistris – che indica che una grande fetta di Paese non crede più ad un racconto ideologizzato per definizione, cioè a un’identità politica che si caratterizza a partire dal campo in cui ci si trova.

Se si dice Sinistra per esempio – così parliamo di noi – non si dice più nulla. Quella parola in sé non significa più niente, non porta in automatico né i soggetti a cui si riferiva e né tanto meno evoca le pratiche con cui migliorare la condizione di vita dei soggetti che voleva rappresentare.

L’ha capito bene e per tempo Podemos in Spagna e l’ha capito in Italia, in chiave territoriale, De Magistris che infatti lì surclassa anche il M5S.

Ecco perché insisto molto sulla nostra autonomia: perché un progetto – se è libero di definirsi attraverso la pratica politica – può entrare in connessione con quel mondo che ad oggi sembra essere intercettato solo dal M5S. Napoli invece dimostra che è contendibile se si gioca sul terreno dell’ascolto dei bisogni e sulla ricerca delle soluzioni possibili.

Quello che non abbiamo fatto noi in questi anni e quello che non ha fatto il Partito democratico che infatti esce distrutto da queste elezioni. A Roma non fa impressione il voto di stacco tra Raggi e Giachetti sul Comune ma è sconvolgente il risultato dei Municipi dove il Pd è in grado di riconfermare solo due presidenti su 14, al centro storico e ai Parioli.

Insomma se abbandonassimo le polemiche e fotografassimo la realtà adesso per noi si potrebbe aprire una fase entusiasmante. Senza più l’assillo delle elezioni e delle alleanze ma solo tanta voglia di ri-immaginare idee, pratiche, strumenti, soluzioni e progetti. Adesso c’è ed è il tempo per farlo.

 

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Questa è la sfida. Ed io voglio esserci.

CELESTE

Ieri si è tenuta la riunione di Sinistra Italiana sull’analisi del voto: è stata una discussione franca, attraversata da una palpabile tensione ma assolutamente ricca di analisi e riflessione. Voglio condividere con voi alcune considerazioni fatte nel mio intervento. Tutti hanno sottolineato che, a queste elezioni, c’è stato il crollo dell’opzione renziana. Lo penso anche io, ma c’è di più: indubbiamente possiamo parlare di opzione renziana – perché i candidati sono espressione diretta del premier – ma in realtà a crollare è stata l’unica opzione esistente nel Partito democratico. La minoranza Pd è totalmente ininfluente. Anzi, più prova ad alzare la testa e più c’è l’affermazione di Matteo Renzi. E mentre Bersani ed altri sognano ancora l’Ulivo, Renzi parla di lanciafiamme nel partito. Da questo punto di vista, è emblematica anche la conferenza stampa post voto in cui segretario del Pd ha tenuto a ribadire che l’Italicum non si tocca e che questi risultati elettorali non cambiano nulla rispetto alla vocazione maggioritaria che deve avere il Pd, così l’aveva pensato Walter Veltroni.
Allora a maggior ragione la domanda è: perché questo voto in uscita dal Pd non l’abbiamo intercettato? Perché se loro scendono noi non saliamo? Chiaramente la risposta tira in ballo più questioni, ma una su tutte – nella sua banalità – le tiene tutte dentro: noi non esistiamo. Le città in cui noi andiamo peggio sono Roma e Torino. Queste sono anche le città in cui invece si attesta meglio il M5S. Pensiamo ancora che il loro risultato elettorale sia frutto del voto di protesta? Del trend nazionale? Del voto utile al contrario? Beh, mi dispiace ma non è così. Non del tutto, almeno. Il M5S in questi anni ha prodotto lavoro sul territorio e radicamento sociale. Chiaramente non discuto qui della qualità di questo lavoro e di questo radicamento, dico solo che la loro azione è stata visibile e costante. Dal movimento virtuale sono passati a quello reale. Fatto di presenza e di contatto con i cittadini. Noi siamo arrivati a queste elezioni senza avere alle spalle questo lavoro politico. Le periferie non ci votano, ma se vogliamo dire tutta la verità, le periferie non ci votavano neanche prima. Perché dichiararsi di Sinistra di per sé, in questi anni, non ti fa automaticamente interlocutore credibile. Non più: è finito il tempo in cui quella parola conteneva in sé il senso del tuo esserci. Qui a Roma, per esempio, abbiamo raccolto il lavoro di chi in questi anni c’è stato, ha avuto ruoli istituzionali, ma non siamo riusciti ad andare oltre. Qui come altrove, infatti, al massimo abbiamo offerto l’evocazione di un progetto politico, non sicuramente un percorso reale su cui investire. E, se vogliamo essere sinceri e ancora più severi, dobbiamo ammettere che l’evocazione complessivamente non ha funzionato. Forse in alcuni territori è mancata anche quella, ma non facciamoci illusioni: sarebbe servita a raggranellare qualche voto in più, ma non avrebbe stravolto il quadro e le percentuali non sarebbero state comunque così diverse. Vale dove siamo andati male, ma vale anche dove siamo andati bene o benissimo come a Cagliari, dove Massimo Zedda ha svolto una funzione che gli viene riconosciuta e, per questo, viene riconfermato.
Noi insomma “ancora” non esistiamo. Ed è questo “ancora” il centro del ragionamento, perché dentro questo “ancora” c’è la responsabilità di ognuno di noi. Lo dico chiaramente: non si può mettere in dubbio ogni tre mesi, o ad ogni tornata elettorale, la costruzione di un soggetto politico. E tutte le volte ricominciare da capo la discussione sulla collocazione del partito che verrà. Bisogna davvero riempirla di contenuti la Sinistra, prima di decretarne il suo fallimento. Noi “ancora” questo passaggio non l’abbiamo fatto perché ci siamo preoccupati molto del Pd e poco di quello che avremmo dovuto fare. Detto questo però, se è vero che il posizionamento non è tutto, voglio affermare con altrettanta forza che è una buona base di partenza: abbiamo bisogno di costruire un soggetto autonomo e indipendente, che possa costruire il proprio profilo politico libero da condizionamenti. Prendiamoci il necessario tempo della coerenza e rifuggiamo dalle semplificazioni e dalle scorciatoie. Non c’è una ricetta che va bene per tutto, c’è la necessità di individuare i soggetti a cui rivolgere il nostro lavoro politico e fare in modo che quel lavoro politico abbia una sua concretezza e una sua utilità. Praticare il rinnovamento, vivere le periferie, abitare il paese reale sarebbe già un buon primo passo di questo percorso. Nei prossimi mesi ci sarà la battaglia referendaria che, purtroppo, nonostante i nostri sforzi dal Governo e dalle forze politiche che lo sostengono, è già viziata. La Costituzione tuttavia ci offre la possibilità di ripartire da quello che io considero il cuore del nostro agire: l’eliminazione delle disuguaglianze. Per me la Sinistra deve concentrarsi su questa battaglia e da qui deve ripensarsi nelle sue proposte. Come si sconfiggono la povertà e la disuguaglianza sociale nel 2016 e negli anni a venire, alla luce del quadro globale, europeo, nazionale? Questa è la sfida. Ed io voglio esserci.
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Apprezzate di più i vaffanculo del lavoro politico

Sono davvero stanca dell’oscuramento giornalistico nei nostri confronti. A tutti i livelli. Mesi fa presentai una relazione in Commissione antimafia sul VI Municipio di Roma, noto a tutti come il Municipio di Tor Bella Monaca, il quartiere di Jeeg Robot, ma che in realtà si estende ben oltre quel quartiere. L’interesse della Commissione era quello di approfondire il filone di “Mafia Capitale” e quindi questo territorio sarebbe rimasto fuori dalla nostra inchiesta. Io insistetti molto affinché ci occupassimo anche del VI Municipio affermando con forza che le mafie possiedono il controllo economico e sociale di quel territorio. La Presidente Bindi acconsentì alla mia relazione e chiamammo in audizione l’allora Presidente del Pd Marco Scipioni. Oggi, alla luce dei controlli fatti sulle liste, 4 dei 5 “impresentabili” su Roma appartengono al VI Municipio.
C’è tanto lavoro da fare, ma questo è un piccolo risultato che appartiene a Sinistra Italiana. Il fatto che oggi nessuno abbia scritto una riga su questo è semplicemente vergognoso. Se non ci fosse stata la nostra relazione, la nostra richiesta di focalizzare l’attenzione su quel territorio Antonio Carone (Viva L’Italia con Tiziana Meloni) con 8 condanne definitive, tra cui una per ricettazione sarebbe ancora candidato. Se non ci fosse stata la nostra relazione non si saprebbe che Giugliano Antonio (Lista Storace Marchini Sindaco) è fuori dal codice di autoregolamentazione antimafia, perché condannato in primo grado per tentata estorsione, e che Domenico Schioppa (Iorio Sindaco) condannato per detenzione d’armi qualora fosse eletto andrebbe sospeso in base alla legge Severino e infine Fernando Vendetti (Lista Storace Marchini Sindaco) condannato in primo grado per tentata estorsione. Poca cosa, capisco. Ma in un’informazione che ci racconta quanto piace fare sesso a Luigi Di Maio forse una riga di riconoscimento a una forza politica che ha saputo anticipare i drammi di un territorio non sarebbe stato un male. Come non sarebbe stato un male, dopo l’ennesimo femminicidio, che qualcuno riprendesse, come sta succedendo sul web, la necessità di introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E magari chiedesse alla nuova Ministra alla Pari opportunità Maria Elena Boschi che cosa ne pensa. Ma anche in questo caso tutto tace.
La Sinistra ha tanti contenuti, ha tante questioni di merito da sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica, ma l’unica cosa che interessa a questa gente è: chi voterete al ballottaggio? Apprezzate di più i vaffanculo del lavoro politico.