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Libere forse, uguali senz’altro no

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È spiacevole per noi donne impegnate in politica rispondere a un’accusa di assenza o d’invisibilità. Leggere le critiche e le polemiche di questi giorni alla fotografia tutta al maschile di “Liberi e uguali” ferisce per una serie di ragioni di ordine politico ma anche sociale e culturale.

In generale perché quella accusa non va in profondità e utilizza in maniera strumentale una fotografia che in realtà rappresenta l’intero quadro politico italiano; in particolare perché ignora completamente il grande lavoro che faticosamente tante di noi hanno portato avanti in questa legislatura anche e proprio sulla “differenza”.

Sul contesto. Quella fotografia è tutta al maschile per una ragione molto semplice: tutti i segretari di quei soggetti politici sono uomini, come uomo è il leader di questa alleanza elettorale. Chi sono le donne segretario di partito (non chiamatele segretarie che si offendono) in Italia? Soltanto Giorgia Meloni, che ha dovuto fondare Fratelli d’Italia per esserne a capo. Né in Alleanza nazionale né nel Popolo delle libertà lo sarebbe mai diventata. Un conto è l’immagine televisiva, un conto è rivestire ruoli apicali. Un caso su tutti: Mara Carfagna dentro Forza Italia. Per il resto i nomi parlano chiaro: Lega (Salvini), Movimento cinque stelle (Di Maio), Pd (Renzi) e tutta la galassia del Centro e della Sinistra. Nei partiti più grandi, allargando le maglie dei ruoli e delle postazioni, è più facile vedere donne investite di cariche importanti. Da questo punto di vista, è innegabile che il Pd è quello che ha valorizzato di più la presenza delle donne al Governo e al proprio interno.

Eppure nonostante gli sforzi, il racconto mediatico è sempre più severo, superficiale e diffidente nei confronti delle donne. Non sfuggono a questa logica le giornaliste: sono pochissime quelle che si fanno carico della differenza senza considerla una diminutio. I direttori – anche qui non azzardatevi a chiamarle direttrici – che fanno emergere un punto di vista altro che non sia quello della rappresentazione, per se stesse e per le altre, del potere politico maschile si contano sulle dita di una sola mano. Non sono donne che odiano le donne, sono donne che pensano di rafforzare la loro condizione dimostrandosi superiori alla categoria. Quindi criticare le altre donne, prenderne in qualche modo le distanze, aiuta questo immaginario. Tutto questo diventa ancora più evidente quando per esempio parliamo di violenza sulle donne. Il caso Weinstein negli Stati Uniti ha avuto, a torto o a ragione (non posso entrare qui nel merito), dei contraccolpi pesantissimi, ha aperto un dibattito, ha messo in discussione un sistema. Qui in Italia albeggia solo diffidenza nei confronti delle presunte vittime, una difesa corporativa aprioristica, in un contesto in cui la politica non si è interrogata neanche un po’ sulle proprie pratiche e scelte istituzionali.

Così abbiamo da una parte il Time che decide di affidare la copertina della persona dell’anno 2017 alle donne del #metoo, che hanno raccontato le molestie vissute e dall’altra in Italia #quellavoltache che si trasforma per alcuni in un piagnisteo inutile e per altri in una pratica pericolosa perché le denunce non vanno fatte sui social.

Tutto vero. Eppure colpisce che davanti all’unico grande movimento capace in questi anni di portare un milione di donne e di uomini in piazza, senza l’aiuto di sindacati e partiti – e cioè “Non una di meno” – la politica non riesca ad ammiccare a questo mondo neppure per spirito utilitaristico.

E adesso arriviamo a noi. Perché se è vero che c’è un problema generale, è anche vero che Liberi e uguali ha delle responsabilità. Perché è proprio qui più che altrove che dovrebbe vivere una cultura politica che tiene conto di questi processi. Invece, aldilà delle foto, sul palco del 3 dicembre è mancata proprio questa cultura politica. Non una parola è stata pronunciata sulle battaglie condotte in questi anni: sostegno ai centri antiviolenza, la proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole, il sindacato ispettivo per vigilare sulla legge 194 e sulla tratta delle donne, gli emendamenti a tutti i provvedimenti per agevolare il welfare. E tanto tanto ancora.

Le uniche parole che puntavano a sfiorarci sono state quelle sulla “parità di genere”, questione peraltro “comoda”, considerando che la legge elettorale impone la soglia antidiscriminatoria del 40%. E menomale, direi. Perché ci piacerebbe tanto vivere in un paese senza quote, ma possiamo affermare con assoluta convinzione che se non ci fossero, i capolista uomini sarebbero la stragrande maggioranza. Per esprimere questo concetto elementare sulla parità di genere è stata chiamata in causa la Presidente della Camera Laura Boldrini. Personalità che mi auguro deciderà di aderire al nostro percorso politico, ma che non deve essere utilizzata come scorciatoia per colmare il vuoto narrativo che abbiamo.

Questo racconto manca per molte ragioni, ma anche perché come donne di Sinistra è stato imposto abbastanza. A volte perché diamo per scontato che alcuni passaggi siano patrimonio ormai di tutte e tutti, altre volte perché siamo stanche di apparire come quelle che devono rivendicare sempre un punto di vista “altro” sulle cose. E invece è ancora assolutamente necessario. Soprattutto quando ti stai cimentando in un progetto nuovo che coinvolge figure che non vengono dal tuo stesso percorso politico. Non c’è da scandalizzarsi e non c’è da scoraggiarsi. Non mi scandalizza affatto il linguaggio di Pietro Grasso che non ha evidentemente una formazione femminista, ma neppure mi scoraggia perché ha curiosità, intelligenza e voglia di confrontarsi. Non sopporto invece le solite maestrine social dalla penna blu e rossa che continuano a darci voti ad ogni pié sospinto, né tutti questi uomini che si scoprono femministi nelle tornate elettorali. C’è una comunità che con entusiasmo sta provando a offrire un’alternativa politica in questo paese: alle destre, ai populismi e alle politiche sbagliate del Partito democratico. Siamo all’inizio, ma sono certa che tutte e tutti insieme riusciremo a creare qualcosa che ci rappresenti appieno, qualcosa in grado di far identificare quel pezzo di popolo orfano di un luogo in cui stare bene.

Link articolo Huffingtonpost

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Domenica a Roma succede qualcosa di bello. #unanuovaproposta per il paese

 

28F9C06E-94AB-4153-A25D-F27C36EF38A3Una nuova proposta che prova a rispondere al disagio e al malessere di tante e tanti.
Il contrasto alle povertà e alle disuguaglianze sarà l’ossessione che guiderà questo percorso politico.
Un percorso che rivendico e che tutti noi di Sinistra Italiana dovremmo rivendicare. Perché al netto delle polemiche, delle preoccupazioni e dei limiti che è sempre bene tenere presenti ma che non devono soffocare il nostro animo, ci sono tanti motivi per essere orgogliosi di questa tappa domenicale.

1. il campo politico. Ci dicevano che saremmo rimasti soli fuori dall’alleanza con il Pd. Che era impensabile aggregare, soprattutto con questa legge elettorale, fuori dalla coalizione. E invece è stato Mdp ad arrivare sulle nostre posizioni e a decidere insieme a noi e a Possibile di dare vita a questa alleanza elettorale.
2. la politica. In questi anni in Parlamento abbiamo contrastato quasi in solitudine provvedimenti che hanno peggiorato concretamente la vita delle persone: jobs act, buona scuola, sblocca Italia. Dopo la straordinaria battaglia referendaria in difesa della nostra Costituzione quel pezzo di Pd che aveva votato quei provvedimenti dice una cosa semplice: avevate ragione voi.
3. la cultura politica. Abbiamo cercato di rispondere alla richiesta di unità che ci arrivava da un popolo più ampio dei nostri militanti. Sarebbe stato facile chiudersi nel fortino delle nostre coerenze. Lo voglio ricordare: noi siamo rimasti al nostro posto in questa legislatura. Se avessimo ricercato “garanzie” di una sicura rielezione avremmo potuto fare scelte diverse.
Senza contare che il 3% non è per Sinistra Italiana un obiettivo fuori portata. Non una passeggiata certo ma neanche un risultato non praticabile.
Questa scelta di stare insieme è stata dettata solo dalla necessità di dare un luogo in cui far vivere l’alternativa alle destre, ai populismi e alle politiche sbagliate e rivendicate dal Partito democratico. Avremmo voluto, noi di Sinistra Italiana, che questo luogo vedesse la partecipazione anche di tanti altri che hanno dimostrato in questi anni di pensarla esattamente come noi ma purtroppo non ci siamo riusciti.
Questo però non può metterci nelle condizioni di fermarci a guardare solo quello che non siamo riusciti ad ottenere e non guardare invece a tutto quello che abbiamo prodotto e che dobbiamo continuare a produrre. E non mi sfugge nemmeno la difficoltà per noi di confrontarci con nomi pesanti, che in passato ci siamo trovati addirittura a contestare. Ma che cosa avremmo dovuto fare? Porre dei veti sulle singole persone? Mi dispiace ma non sono d’accordo. Mi spingo anche oltre. Io non provo nessun imbarazzo a stare in questa alleanza elettorale con Massimo D’alema. Un leader di grande statura culturale. Che ha fatto scelte che contestavo allora e su cui non ho cambiato idea adesso ma che non può essere individuato come l’unico responsabile del fallimento del centrosinistra. Troppo facile. L’ha fatto Renzi e i risultati li conosciamo. Esiste il Kosovo ed esiste la Palestina. Ma soprattutto esiste la Libia. E consiglierei al Sindaco “gentile” Giuliano Pisapia di andare oggi lì mentre chiude l’accordo con Matteo Renzi.
Insomma è arrivato il momento. Proviamoci. Non per noi stessi ma per cambiare le cose. A testa alta. In attacco e non in difesa. Con il sorriso. Basta reprimere gli entusiasmi perché non siamo perfetti. La libertà passa dall’accettare le differenze. E noi diversi lo siamo davvero.

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La nota stampa sui fondi che Casa Pound utilizza per la distribuzione di generi alimentari

Ho interrogato il governo per sapere dove e come Casa Pound prenda le risorse per l’acquisto dei beni che distribuisce vista la distribuzione pacchi alimentari durante la campagna elettorale per il rinnovo del Municipio. Non è mia intenzione mettere in questione il mutualismo ma la filiera della trasparenza, poiché non è noto dove e come l’estrema destra prenda le risorse per l’acquisto dei beni che distribuisce. La risposta del Ministero dell’Interno è imbarazzante.
La risposta dimostra la mancanza di volontà politica da parte di questo Governo nel fare chiarezza sulle attività di questi gruppi. Il governo infatti risponde che non conosce la provenienza delle risorse impiegate per reperire i generi alimentari distribuiti, e che va bene la risposta data da Casa Pound sull’autofinanziamento. E’ evidente che è troppo onerosa la distribuzione per pensare ad un “autofinanziamento” o ad un meccanismo come quello messo in atto in Grecia da Alba Dorata, e cioè di stare all’uscita dei supermercati e chiedere alle persone di donare qualcosa della loro spesa. Importanti inchieste giornalistiche hanno lanciato un allarme su come la destra estrema si finanzia, in Italia e in Europa. E questo non vale solo per Casa Pound ma anche per diverse organizzazioni di estrema destra. Cosa dobbiamo aspettare per monitorarne le attività e capire i movimenti di denaro? Il Ministero gestito da Minniti ancora una volta si qualifica per quello che è: forte con i deboli e debole con i forti. E a pagarne le conseguenze non sarà solo Ostia ma tutta la città di Roma.

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La mia interrogazione in I Commissione al Ministero dell’Interno: come si finanziano Forza Nuova e Casapound?

CASAPOUND

Al Ministro dell’interno – Per sapere – premesso che:

durante la campagna elettorale che si è svolta nel municipio di Ostia, la stampa ha più volte riportato che  “il primo partito non ex o post ma dichiaratamente fascista”, candidato alle elezioni, distribuiva presso la sua sede pacchi alimentari;

le immagini delle persone bisognose e grate del pacco di pasta ricevuto sono state esposte sulla pagina Facebook del candidato dell’estrema destra “come medaglie”;

la distribuzione di generi alimentari da parte di partiti di estrema destra e fascisti avvengono anche in altri municipi o città, ma quest’attività fa sorgere delle domande su dove vengano prese le risorse, oltre a far riflettere sul fatto che con attività di questo tipo, opportunamente sbandierate, si vuole coprire la natura violenta e anti-democratica di questi partiti e movimenti;

sempre ad Ostia, ad esempio, i militanti di estrema destra prendono di mira i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti, hanno mandato in ospedale un ragazzo che si dichiarava anti-fascista, hanno picchiato un attivista dell’associazione Alternativa onlus, senza motivo, nell’indifferenza dei passanti, il candidato sindaco del municipio nel 2011 aveva minacciato di morte degli studenti;

non è certo il mutualismo ad essere messo in questione, ma la ‘filiera’ della trasparenza, poiché non è noto dove e come l’estrema destra prenda le risorse per l’acquisto dei beni che distribuisce;

infatti, anche Sinistra Italiana fornisce aiuto mutualistico a favore di persone in condizioni di bisogno, ma la ‘filiera’ delle risorse è molto trasparente, arrivando dal finanziamento volontario dei suoi parlamentari;

in Italia il più importante contributo per far emergere la rete economico-politica dell’estrema destra, volutamente occultata, è frutto del lavoro di ricerca del sito playingthegendercard, da cui il settimanale L’Espresso ha tratto le informazioni per l’articolo pubblicato due settimane fa: “i soldi e le società di CasaPound e Forza Nuova: così si finanziano i partiti neofascisti”-:

se non ritenga opportuno, per quanto di competenza, attenzionare le attività dell’estrema destra, al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e la democraticità delle istituzioni nei territori in cui vi è una forte presenza di organizzazioni di estrema destra, come Forza Nuova e Casa Pound.

Costantino, Fratoianni, Marcon

 

 

 

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Aborto: in Calabria donne penalizzate. In provincia Crotone nessuna interruzione negli ultimi 5 anni

CROTONE

Ci sono zone d’Italia in cui le conquiste delle donne sembrano non essere mai arrivate. E una di queste è Crotone, dove abortire e’ impossibile. Una cosa incredibile visto che esiste una legge da 39 anni, la legge 194 del 1978, che garantisce a tutte le donne il diritto ad interrompere una gravidanza. A Crotone e provincia le donne per vedere riconosciuto un loro diritto devono spostarsi altrove. Una situazione grave su cui ho interrogato la ministra della Salute Lorenzin assieme al segretario nazionale di SI Nicola Fratoianni affinchè assuma iniziative per verificare i motivi della mancata applicazione della legge 194 e affinche’ metta in campo tutte le azioni necessarie per risolvere questa grave situazione. I drammatici dati dell’Istat – prosegue – ci dicono che nessuna donna nella provincia di Crotone e’ riuscita ad effettuare una interruzione volontaria di gravidanza negli ultimi 5 anni, e che sono piu’ di dieci le strutture sanitarie in tutta la regione dove non e’ possibile effettuare una interruzione di gravidanza. A questo si aggiunga poi una elevata  percentuale di obiettori di coscienza rispetto alla media nazionale per vedere impedito un diritto. La Calabria, sulla base dei dati del Ministero della Salute risalenti al 2014, ha infatti il 76,6% di ginecologi obiettori contro una media nazionale, gia’ molto elevata, del 70,7%. Sono in corso – conclude Celeste Costantino – azioni tese a delegittimare anni di battaglie per riconoscere alle donne il diritto a rivendicare la propria autonomia, i propri diritti e la propria dignita’. E’ necessario contrastare con forza qualsiasi forma di attacco alla liberta’ di scelta e di cura alle donne

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Ostia ha bisogno di tempo e domani è un altro giorno

OSTIA

Un giornalista è stato picchiato a Ostia. È stato picchiato da un esponente della famiglia Spada e, di conseguenza, sabato c’è stata una manifestazione con l’obiettivo di affermare che Ostia è contro la mafia. Una semplificazione brutale se volete, ma questo è.

Da dove iniziare per capire quello che sta succedendo?

Innanzitutto dalla circostanza – grave – che l’opinione pubblica e i media scoprono quasi per la prima volta che c’è un pezzo di cittadinanza che vive sequestrata da anni all’interno della propria casa soltanto dopo quella capocciata. E allora è utile ribadirlo: quella violenza così naturale e ostentata è frutto di allenamento quotidiano contro gli abitanti di quel pezzo di città, quel pezzo di Capitale del nostro Paese. Eppure di quel quotidiano non interessa niente a nessuno.

Il racconto su Ostia – anche in queste ore in cui i riflettori sono accesi – non tiene conto di chi quel luogo lo abita. Di conseguenza lo stesso discorso non può che valere per la presenza (o l’assenza) delle istituzioni, di un intervento o di un’azione delle classi dirigenti. È andata così anche per la manifestazione di sabato che non ha tenuto conto delle persone, ma soltanto delle reazioni e delle ritorsioni dell’opinione pubblica.

Mi spiego meglio. Come avviene in tutti i territori di mafia, anche a Ostia la cittadinanza è divisa in tre categorie: c’è chi in buona fede non ha ancora capito di avere a che fare con la mafia; chi l’ha capito e combatte o, più spesso, si chiude nel silenzio; chi è connivente con il sistema. Quest’ultima categoria poi ha mille sfaccettature perché essere conniventi può avere molti significati. Può voler dire pagare il pizzo, votare in un certo modo per avere protezione o tranquillità economica, prestarsi a manifestazioni di consenso verso chi comanda, essere a disposizione dei clan aspettando di essere chiamato a soddisfare un’esigenza o un affare delle mafie.

Invece il racconto pubblico tende a dividere tutto in buoni e cattivi. E se viene colpito un giornalista l’importante è dimostrare subito che a Ostia ci sono i “cittadini perbene” – cosa chiaramente vera – ma c’è la necessità studiata a tavolino di fare emergere questo assunto. Come se questa presunta difesa dell’immagine del territorio sia l’unica soluzione ai problemi. L’ha talmente capito la mafia che in passato ha addirittura contribuito fattivamente alla riuscita delle manifestazioni così da dare all’opinione pubblica quello che si aspettava e fare spegnere il prima possibile i riflettori. Della serie: “prima se ne vanno da Ostia e meglio è. Diamo un’immagine riappacificata e torniamo a farci i fatti i nostri”.

E purtroppo anche le istituzioni contribuiscono. Non faccio lo stupido ragionamento tipico di queste circostanze: i politici sono venuti a fare la sfilata e poi se ne vanno. Se viene convocata una manifestazione, è giusto che le istituzioni siano presenti. Quello che invece non va bene è che quelle stesse istituzioni siano sempre parte del problema e non rappresentino mai la soluzione.

La sindaca Raggi deve dire che cosa farà a Ostia. E ammettere che il suo Movimento non si è mai davvero opposto ad alcune degenerazioni del sistema. Ha difeso proprietari e gestori degli stabilimenti balneari che forse meritavano di essere attenzionati dalla magistratura e non ha mai preso le distanze dalle azioni di CasaPound. Che a Ostia non significa semplicemente non avere a che fare con i fascisti, ma anche e soprattutto porre una questione di trasparenza.

Si dice che Casapound distribuisce pacchi alimentari o che se manca l’acqua arriva con le cisterne. Invece di osannarli come esempio di nuova politica per come fanno welfare forse si dovrebbe chiedere dove prende i soldi per finanziare queste attività. Ci sarebbero delle sorprese interessanti. Strano che il M5S che fa della contabilità la cifra del proprio agire politico non abbia nulla da dire. Strano anche che nonostante alcune inchieste giornalistiche nessuno ne parli nei programmi televisivi che invece stanno facendo un’opera di legittimazione politica dei neofascisti.

Le cose sono complesse e come tali vanno affrontate se vogliamo capire che succede a Ostia. Qualche anno fa con l’associazione daSud manifestammo a Reggio Calabria con uno striscione che diceva “la ‘ndrangheta è viva e marcia insieme a noi”. Un modo per dire apertamente che purtroppo a quel corteo antimafia c’erano pezzi di ‘ndrangheta.

Anche Reggio Calabria, primo comune capoluogo commissariato per mafia e con una storia molto più antica di Ostia dal punto di vista della presenza criminale, fatica purtroppo a riconoscere il bene e il male. Non può che essere così anche a Ostia. Qui i cittadini onesti hanno bisogno di tempo, di supporto e della serietà delle istituzioni e dei media. Io non sono nessuno, sono solo una parlamentare che sta in commissione Antimafia che ha seguito con impegno e passione la vicenda di Ostia, forse perché purtroppo le ricorda tanto la sua città di origine, appunto Reggio Calabria.

Proprio per questo tuttavia penso debba assumermi la responsabilità della scelta. E per questa ragione – non certo per questioni legate alle bandiere – ho deciso di non partecipare alla manifestazione di sabato e di non invitare a votare il M5S al ballottaggio come altri nella Sinistra hanno fatto. Purtroppo non ci sono ancora le condizioni per esprime un voto libero e democratico. Interrompere il commissariamento è stato un errore.

Sarò invece oggi alla manifestazione convocata da Libera e la Federazione stampa italiana perché quell’iniziativa si propone una cosa semplice e più onesta: esprimere solidarietà a un giornalista aggredito e dire alla società di Ostia “ci siamo”, possiamo darvi una mano.

Perché, vedete, in questi anni in cui Sciascia è stato utilizzato per screditare il movimento antimafia, di professionismo dell’antimafia ci sarebbe bisogno come il pane. Ci sarebbe bisogno di persone che facciano meno gli eroi e i personaggi e siano più rigorose e consapevoli della posta in gioco, che siano più preoccupate a raccontare e meno a raccontarsi o specchiarsi e che possano suggerire strumenti utili e concreti ai cittadini onesti che vogliono uscire dal ricatto mafioso. Libera e daSud sono realtà che questo percorso provano a farlo ogni giorno ed io oggi sarò in piazza insieme a loro.

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L’incredibile ammissione di colpa del Miur: il mio question time sul 3% delle somme confiscate alle mafie per il diritto allo studio, nessuno ha vigilato che i fondi venissero stanziati

Nel 2013 presentammo al decreto scuola un emendamento a mia firma che chiedeva che il 3% del denaro confiscato alle mafie venisse destinato in borse di studio per gli studenti universitari. Quell’emendamento fu approvato all’unanimità.
Oggi, dopo varie sollecitazioni, abbiamo scoperto dalla Ministra Fedeli che quei soldi non sono mai stati sbloccati.
Circa 28 milioni di euro che tradotti sono circa 10 mila borse di studio all’anno, non sono mai stati erogati. Perché? Perché il Miur non se n’è mai occupato. Una vergogna colossale che definisce ancora di più questo Governo.

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Me too #quellavoltache… se l’è cercata! Oggi alla Sala Fredda della Cgil in Via Buonarroti a Roma

ME TOO

Allusioni e modi di dire, battute e insulti, giudizi e giustificazioni tornano oggi a farsi sentire quando il dibattito pubblico si occupa di molestie e di violenza sessuale contro le donne.

Tornano senza particolari pudori, e smaccatamente offensive, le critiche sull’abbigliamento delle ragazze e sulle uscite serali, in poche parole sullo stile di vita delle donne. Segno evidente della persistenza di un meccanismo di complicità che ha ancora radici profonde: complicità maschile – ma spesso anche femminile – con chi commette il reato sessuale.

Una circostanza che non fa che confermare come la violenza contro le donne sia un fenomeno strutturale nel nostro Paese e come la società nel suo complesso, a partire dalle istituzioni, sia incapace di avviare iniziative sistemiche e continuative di prevenzione, come per esempio l’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.

A questo dato strutturale oggi però si aggiunge un’emergenza, frutto di un diffuso e generale clima di arretramento politico-culturale: è venuta meno qualsiasi tipo di vergogna nella narrazione della violenza. Accade con l’ostentazione del proprio razzismo e della propria xenofobia, accade sempre più spesso con il sessismo.

Di tutto questo discuteremo oggi, venerdì 10 novembre alle ore 17 presso la Sala Fredda della Cgil di Roma in Via Buonarroti 12 Via Buonarroti 12, primo piano.

La Sinistra si costruisce a partire da qui, da queste riflessioni di cultura politica. L’alternativa comincia adesso. 

Qui l’evento facebook

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Dopo l’assistenza per le ferite riportate a Rigopiano, l’abbandono. Il Ministero della Salute e quello delle politche sociali rispondano.

Rigopiano
Interrogazione a risposta scritta 4-18260

 

COSTANTINO e FRATOIANNI. — Al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

il 18 gennaio il signor G. M. è rimasto bloccato per 62 ore all’interno dell’Hotel Rigopiano per il forte impattamento di una valanga di neve sulla struttura. A differenza sua, sua moglie, come altre 29 persone, non ce l’ha fatta ed è morta in attesa che i soccorsi riuscissero ad aprirsi un varco per portare in salvo gli ospiti dell’hotel;

G. M. ha riportato importanti ferite e ha perso, pare momentaneamente, l’uso di un braccio e di una gamba, ma enormi sono stati i risultati ottenuti in fisioterapia negli ultimi 6 mesi. G. M. è un pasticcere e ha dovuto dare in gestione la sua attività commerciale per occuparsi della sua riabilitazione e di sua figlia di 6 anni;

l’Asl Roma 5 di Monterotondo, dove risiede, gli ha certificato un’invalidità al 100 per cento riconoscendo l’indennità di accompagno. Eppure, nonostante i benefici e i miglioramenti ottenuti in fisioterapia sul movimento degli arti colpiti durante l’incidente, l’Asl non rinnoverà le sedute, perché il periodo garantito dal sistema nazionale sanitario ammonta a 6 mesi. Fino ad oggi una commissione ha rinnovato le sedute, mentre stavolta, qualora volesse continuare il processo di riabilitazione, dovrebbe o rivolgersi a una struttura privata e a pagamento, oppure «farsi operare» — come suggerisce la fisiatra che lo ha in cura — per poter riottenere altri 6 mesi di cure fisioterapiche;

in questo caso nessuna commissione si è riunita per incontrare il signor G. M., perché i 6 mesi di cure garantite sono scaduti e nessuno si è più interessato alla sua ripresa che, dopo lo shock, il lutto per la perdita della moglie e un’invalidità al 100 per cento, andrebbe monitorata e incoraggiata, per promuovere il recupero della sua indipendenza e della sua dignità –:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non intenda assumere ogni iniziativa di competenza, anche normativa, affinché siano assicurate, da parte delle strutture pubbliche, le necessarie prestazioni finalizzate alla cura e alla riabilitazione in casi come quello richiamato.

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/18260&ramo=CAMERA&leg=17