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L’interrogazione di Sinistra italiana sull’irruzione della polizia nella biblioteca universitaria di Bologna

Bologna

INTERROGAZIONE DI SINISTRA ITALIANA AL MIUR E AL MINISTERO DELL’INTERNO A SEGUITO DEI GRAVISSIMI FATTI AVVENUTI ALL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA:

Premesso che

In data 23 gennaio 2017 l’Università di Bologna dispone presso la sala studio di Lettere di via Zamboni 36 l’installazione di porte a vetro apribili tramite badge disponibile a studenti e addetti dell’Ateneo, nonché di una telecamera che registri gli ingressi.

Tale decisione deriva ufficialmente dalla volontà di prolungare l’orario di apertura dalle 22 alle 24, impedendo l’accesso ad esterni come misura di sicurezza contro lo spaccio di stupefacenti.

Alcuni collettivi studenteschi contestano apertamente la scelta, ritenuta lesiva della libertà di frequentazione degli spazi pubblici universitari.

Non si riesce evidentemente ad attivare un dialogo proficuo, e la tensione cresce progressivamente, fino a quando gli stessi collettivi in data 8 febbraio provvedono a smontare per protesta le barriere, portandone i resti materiali al rettorato.

A seguito di tale evento, il rettorato dispone la chiusura della sala studio.

Cominciano proteste ulteriori e nella mattinata del 9 febbraio i collettivi provvedono quindi a forzare la porta, rendendo accessibile l’edificio che durante la giornata viene regolarmente frequentato da studenti.

Nel tardo pomeriggio intervengono le forze di polizia in assetto antisommossa e penetrano dentro la sala studio.

Seguono confusione e scontri all’interno che producono la devastazione dello spazio, evidentemente non consono a una simile dinamica.

Gli scontri proseguono poi nelle vie limitrofe, impegnando almeno un centinaio di manifestanti e le forze dell’ordine.

Chiede

Se ritenga legittima e opportuna l’installazione di barriere all’ingresso di una sala studio e biblioteca, che ne rendono oggettivamente più difficile la frequentazione.

Se ritenga sia stato messo in campo il dialogo necessario a stemperare la tensione che evidentemente si era venuta a determinare nei giorni scorsi.

Se risulti che le forze di polizia siano intervenute presso la sala studio di via Zamboni 36 su richiesta del rettorato e nel caso se ritenga che tale richiesta sia condivisibile.

Perché le forze di polizia abbiano adottato metodi tanto aggressivi in un luogo così palesemente inadatto, tanto dal punto di vista della funzionalità quanto del carico simbolico, anche considerando che al momento dell’intervento la sala risultava frequentata da studenti.

Giovanni Paglia, Nicola Fratoianni, Celeste Costantino

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Grrr
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Domani è il Fertility Fake!

Domani alle 10 in Piazza di Spagna per il #FertilityFake

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“Le generazioni che oggi sono invitate a procreare sono anche quelle che a cui l’Italia offre poco lavoro e contratti indecenti, affitti proibitivi, nessuna forma di reddito; sono quelle per cui trovare un posto in un asilo nido pubblico è un’esperienza adrenalinica; quelle che hanno ereditato un territorio devastato dall’inquinamento”. L’iniziativa del Ministero della Salute ha messo in luce l’ipocrisia di un Governo che col sorriso accattivante e una clessidra in mano ci ammonisce a fare figli e a farli presto, ma non costruisce risposte ai problemi veri, anzi strappa via riforma dopo riforma le condizioni necessarie per scegliere se essere genitori. #Siamoinattesa!

 

Oggi l’appuntamento a Piazza di Spagna con una clessidra in mano ed un cuscino su cui scrivere la nostra attesa- per dire al Governo che il tempo è scaduto.

Per tutte le informazioni sulle altre piazze d’Italia https://www.facebook.com/events/181883378910631/

 

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L’educazione sentimentale arriva alla Camera! #1oradamore

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Oggi inizia in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati l’iter sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.
Una giornata storica per tutti noi che abbiamo creduto in questa proposta di legge e abbiamo continuato a fare pressione dal basso affinché venisse discussa in Parlamento.
Siamo davvero all’inizio. Il percorso è ancora lungo e bisognerà vigilare affinché non vengano ulteriormente dilatati i tempi. Un dato però c’è e ce lo dobbiamo rivendicare tutti insieme: finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo.
In tanti c’avevano provato negli anni. Noi siamo gli unici ad esserci riusciti. Perché? Perché questa proposta di legge, fin dalla sua scrittura, si è avvalsa di una cosa fondamentale: la partecipazione. Dall’ascolto delle operatrici dei Centri antiviolenza (Cosenza, Napoli, Padova, Potenza, Ferrara, Catania, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Pescara, Pordenone, Roma, Latina, Casal di Principe) che sono andata a visitare nel viaggio che ho chiamato #RestiamoVive; ai suggerimenti che mi sono arrivati da insegnati, dirigenti scolastici, associazioni, cooperative, movimenti, case editrici, giornalisti, psicologi e pedagogisti.
Grazie all’associazione daSud e a Change.org, ormai tre anni fa lanciammo la campagna #1oradamore: era un modo per far conoscere la proposta di legge e per sostenerla affinché non venisse lasciata in un cassetto come purtroppo avviene alla stragrande maggioranza delle proposte di iniziativa parlamentare. In più, il pericolo – rispetto all’educazione sentimentale – era che il tema in sé venisse cassato perché considerato tema sensibile, questione “etica” su cui è bene non legiferare. Di solito ci si appella a queste argomentazioni per scongiurare le decisioni.
Oggi siamo di fronte a una nuova sfida. Teniamoci pronti a parare i colpi di una discussione che non sarà affatto facile. Che ripercorrerà in parte quel discorso pubblico agghiacciante che abbiamo già ascoltato con le Unioni civili e la Step child adoption e che vedrà al centro il fantasma della teoria del gender, con tutte le falsità che ne conseguono: masturbazione in classe dei bambini, indottrinamento ideologico, sponsorizzazione dell’omosessualità e transessualità e tante altre amenità affini.
Noi invece manterremo la barra ferma sullo spirito, sull’obiettivo della legge e sulle numerose esperienze che già esistono nelle scuole italiane e alle quali ci siamo ispirati per condurre questa battaglia culturale. Una su tutte: l’associazione Scosse. Grazie a loro lavoro su Roma e grazie anche al festival che promuovono “Educare alle differenze”, arriviamo a questo appuntamento forti di una pratica già consolidata, attivata nel tempo, che ci racconta come il Paese è più avanti della politica. Cioè quello che noi proviamo a sancire in un testo di legge esiste già: il problema è che solo alcuni bambini e alcuni ragazzi hanno la fortuna di averne accesso. Con questa legge, invece, rendiamo organico e strutturale un modello di insegnamento che, laddove è stato fatto, ha prodotto risultati importanti. In Italia come in Europa.
Non a caso la Convenzione di Istanbul caldeggiata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, votata all’unanimità ormai tre anni fa, chiedeva nell’articolo 14 agli Stati ratificanti di inserire l’educazione all’affettività – prima si chiamava educazione sessuale – nelle scuole di ogni ordine e grado. L’hanno riconosciuta necessaria tutti i paesi del nord Europa a partire dagli anni 50. Poi, a cascata, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, l’hanno assunta anche la Germania, la Francia, l’Olanda, il Regno Unito, la Spagna. Lasciando l’Italia e la Grecia come unici Paesi in cui nulla in termini normativi è mai stato fatto.
Adesso, e lo vedremo, sembra sia arrivato anche il nostro momento e nessuno pensi che tutto si gioca in Parlamento. Non è finito lo sforzo con cui avete contribuito a questo primo successo. La pressione affinché non venga snaturata “troppo” la legge ci deve vedere di nuovo tutti impegnati. Bisogna vigilare e monitorare il lavoro istruttorio. A partire dall’adozione del testo base. La nostra legge non è l’unica ad essere stata presentata in questi anni: ci sono proposte che vanno da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 stelle. Siamo consapevoli che l’ora dedicata all’educazione sentimentale sarà molto difficile da portare a casa, ma ci sono dei punti sui quali ci deve essere grande fermezza: formazione a tutti gli insegnanti e libri di testo.
Chi fa la formazione? C’è un elenco sterminato. Dimentichiamo che anche in Italia sono arrivati nelle accademie universitarie i corsi di laurea in gender studies materia in sé già multidisciplinare esattamente come multidisciplinare deve essere l’approccio alla prevenzione e al contrasto alla violenza. Tre filoni vanno seguiti: educazione sessuale, educazione civica, educazione di genere. E poi l’esperienza pratica da cui poter attingere che sono appunto i centri antiviolenza e le associazioni che in questi anni questo ruolo di formatori l’hanno già assunto.
Quali libri di testo? Anche qui l’elenco è sterminato. Bisogna far seguire il codice Polite e bisogna dare spazio alla lettura e alla letteratura di genere.
Battaglie coraggiose sono state intraprese in questi anni, penso a quella della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi che dopo aver portato delle favole che tengono conto dei cambiamenti sociali se l’è viste come nei peggiori periodi oscurantisti bandite dalle biblioteche della città per decisione del Sindaco. E tante tante realtà – piccole e grandi – che sono state capaci di produrre e diffondere la cultura della realtà.
Oggi ci dobbiamo riconnettere ancora una volta. E farlo però non più in una condizione di debolezza ma di forza perché il primo risultato lo abbiamo prodotto. L’associazione Frida Kalho di Marano (Napoli) con alla testa Stefania Fanelli che, generosamente, a spese proprie, ha prodotto 10.000 cartoline per chiedere al Governo di discutere la proposta di legge può dire a se stessa di avere vinto. Di esserci riuscita. Ma adesso ci aspetta un altro step non meno faticoso e va seguito con attenzione.
I mezzi e gli strumenti per osservarlo direttamente e in trasparenza esistono: gli stenografici del lavoro in commissione attraverso il sito della Camera e le dirette video dell’aula; la comunicazione costante dei parlamentari del gruppo di Sinistra Italiana con un attenzione maggiore chiaramente da parte mia che sono la prima firmataria e da parte di Annalisa Pannarale che seguirà il provvedimento in commissione; il lavoro di diffusione che metteranno i campo le compagne che hanno dato vita a Pink Factor Elettra Deiana, Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti, Maria Pia Pizzolante, Giorgia Serughetti; le giornaliste e i giornalisti che si sono sempre occupati del tema come Loredana Lipperini, Riccardo Iacona, Raffaele Lupoli, Giacomo Russo Spena, Michele Cucuzza, Roberto Moliterni, Giovanna Pezzuoli e tutto il blog della 27a ora del Corriere della Sera, Zeroviolenza, Leggendaria, Maria Fabbricatore di Fimmina tv, Luca Sappino, Angela Azzaro, l’Huffington Post; gli artisti che hanno prestato professionalità e sostegno alla causa come Gustav Hoffer e Luca Ragazzi che hanno girato il video clip #1oradamore o come Serena Dandini, Lunetta Savino, Paola Minaccioni che hanno firmato l’appello; il teatro Rossi di Pisa che mi ha accolta sul palco ed Elena Fazio e Angela Sajeva che l’hanno portata in scena; l’associazione Carminella e Amore e psiche che l’hanno portata dentro l’Università; il Pride di Palermo che è stato il primo a crederci e a volerci dedicare una giornata intera e così poi tutti i movimenti GLBT che hanno portato avanti questa battaglia; le famiglie arcobaleno e l’Agedo; le forze dell’ordine come il Commissariato di Torpignattara, che ha promosso insieme a Leonardo Loche al Liceo Immanuel Kant iniziative di approfondimento sul tema. In tre anni ho fatto centinaia di iniziative, di presentazioni di questa legge in cui ho incrociato le esperienze più diverse, di questo devo ringraziare in gran parte Sinistra ecologia e libertà, quelle compagne e quei compagni sui territori che c’hanno creduto ed hanno fatto nelle proprie realtà un lavoro straordinario. E in ultimo Nicola Fratoianni coordinatore nazionale di Sel, che non mi ha fatto mancare mai il suo supporto, e il capogruppo Arturo Scotto, che ha spinto per farla calendarizzare.
Ecco ci siamo, adesso tocca davvero a noi. Ci sarà da divertirsi.
A questo link possiamo ancora firmare la petizione
https://www.change.org/p/educazione-sentimentale-nelle-scuole-1oradamore
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Dei tossici non frega a nessuno, tranne che alle mafie

ostia

Stamattina come ogni mattina ho preso la metro. Mentre scendevo le scale, ho notato un ragazzo e una ragazza aggrappati ai passamano, bianchi come le lenzuola, sguardi persi. A malapena riuscivano a reggersi in piedi. Erano evidentemente strafatti di eroina. Ed erano solo le nove del mattino.
Qualche giorno fa, in farmacia, una ragazza giovanissima è entrata con il fiatone, sembrava non riuscisse a respirare, l’ho fatta passare avanti. Ha chiesto una siringa: era evidentemente in crisi d’astinenza, sempre da eroina. Saranno state, anche lì, le nove del mattino.

Non credo di essere l’unica a vedere. Non credo di essere l’unica a capire cosa sta succedendo nelle città. Eppure non ne parla più nessuno, sicuramente non ne parla la politica. Quando ero bambina, alla fine degli anni 80, sentivo che i coetanei di mia sorella, più grande di me di sette anni, morivano di overdose.
Erano gli anni di “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” e, a Reggio Calabria, in una spiaggia della città ogni tanto veniva recuperato il cadavere di qualche ragazzo. Tanti, troppi. Fratelli e sorelle di amici d’infanzia, ragazzi del quartiere che vedevi ogni giorno dalla finestra che andavano in giro con il motorino e che improvvisamente scomparivano come in una puntata di The Leftovers.

La mia generazione è cresciuta con la paura dell’eroina. Potevamo farci di tutto, ma di eroina mai. Da quella non si tornava indietro.
Erano gli anni degli opuscoli con Lupo Alberto nelle scuole che ti spiegavano come prevenire l’Aids ed evitare il contagio da siringa.
Degli ambienti nostri, quelli della Sinistra, dove l’eroina era merda da cui tenersi lontano.
E noi, molti di noi, infatti per fortuna ce l’hanno fatta.
Adesso siamo tornati indietro. Con una differenza sostanziale: oggi c’è un silenzio assordante. Da parte delle istituzioni, dei media, delle scuole.
C’è tanto spazio per la retorica sulle periferie, ma anche in quella retorica, delle mafie
che controllano interi pezzi di città non parla nessuno. Il parlamento non parla neanche delle cooperative, delle associazioni, delle unità di strada.
C’è una proposta di legge sulla legalizzazione delle droghe leggere che, paradossalmente, ci permetterebbe di rimettere mano su tutto. Di ripensare l’informazione, la prevenzione e il contrasto alle droghe pesanti.
Purtroppo però è impossibile aprire una discussione. Eppure tutti gli studi ci dicono che ci sono i consumatori di ritorno – quelli dei famosi anni 80 – e poi ci sono i nuovi consumatori di una fascia di età larga che comprende anche i giovanissimi.

Sono i consumatori che ci ha raccontato il maestro Caligari anni fa con “Amore tossico” e più di recente con “Non essere cattivo”.
Ma noi non siamo artisti, noi abbiamo delle responsabilità in più. Quella di fermare un’economia criminale che produce controllo del territorio, violenza e morte. Non è più il tempo dello shock per quello che accade ogni giorno a Tor Bella Monaca, San Basilio, Torpignattara e Ostia, per i paragoni con Scampia per il degrado, senza che venga mai invece l’ora di quella analisi necessaria che a Napoli – non da oggi – si fa sulla camorra.

Definire la mafia in quel territorio ha permesso di attrezzarsi di individuare degli strumenti per contrastare il fenomeno per offrire delle opportunità. Qui c’è il lavoro prezioso dei servizi sociali e delle forze dell’ordine,ma manca la politica. La politica che si fa carico – su Roma – di un problema strutturale. Mafioso. Tutto è spostato su Mafia Capitale, sull’inquinamento della macchina amministrativa (anche ieri la cronaca ci ha mostrato la gravità della situazione), rimuovendo le mafie tradizionali ‘ndrangheta e camorra che sulla droga mantengono un business che non conosce crisi. Loro decidono l’offerta, loro dirottano i consumi – in questo momento l’eroina costa meno della cocaina – sono loro a dartela in omaggio. A fare i tre per due. A distruggere la vita di intere famiglie. Famiglie che ritornano nell’ombra, che non vengono aiutate da nessuno. Perché l’odio sociale ci racconta che “quelli” se la sono andata a cercare. La droga non è una disgrazia, è una scelta. Certo, tutto può essere una scelta. Ma, forse, in alcuni contesti fare la cosa giusta è più difficile che in altri. E dentro questo “forse” si sostanzia la politica.

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Presentata alla Camera la mia mozione contro il bullismo

bullismo

Mozione 1-01256

COSTANTINO Celeste
Lunedì 9 maggio 2016, seduta n. 620

La Camera,
premesso che:
a partire dagli anni ‘70, nell’ambito delle scienze psico-sociali sono stati studiati comportamenti aggressivi intenzionali, spesso ripetuti nel corso del tempo, ad opera di uno o più pari, contro un individuo o un gruppo. Tali comportamenti realizzati da bambini o da adolescenti sono raggruppati sotto il termine di «bullismo» e includono atteggiamenti antisociali come colpire, dare calci e pugni, prendere in giro o insultare, ma anche atti intimidatori indiretti, come il pettegolezzo, l’isolamento sociale e la distruzione, il furto o la perdita di oggetti delle vittime;
la lotta bullismo è al centro dell’attività di tante istituzioni anche a livello internazionale. L’Unesco in un manuale per insegnanti del 2009, scrive che «chi è vittima di bullismo è più probabile che, rispetto ai compagni, sia depresso, si senta solo o ansioso e abbia una bassa stima di sé. I bulli di solito, mettono in atto comportamenti aggressivi per gestire situazioni in cui si sentono ansiosi, frustrati, umiliati o derisi dagli altri». Il bullismo può portare, in alcuni casi, anche a scelte estreme;
la vittimizzazione, fisica o psicologica, può essere dovuta all’ignoranza, alla paura, all’odio o ai pregiudizi e può essere rafforzata dalle norme culturali, dalla pressione dei pari e in alcuni casi dal desiderio di vendetta nei confronti di una specifica persona. Le vittime possono essere persone incapaci di difendersi o considerate differenti a causa della loro provenienza etnica o culturale, del colore della pelle, della disabilità o perché non mostrano quelle caratteristiche che la cultura attribuisce in modo stereotipato alla mascolinità o alla femminilità, colpendo persone omosessuali, trans o ritenute tali pur non essendolo;
il bullismo è visto come una modalità di relazione che si svolge tra due persone, una nel ruolo del bullo e l’altra in quello della vittima, anche se molte ricerche mostrano come il bullismo spesso coinvolga non tanto singoli individui quanto gruppi interi di ragazzi o studenti, ma in realtà affonda le sue radici nel contesto sociale dei bambini e degli adolescenti e nelle aspettative sociali che spingono questi giovani a conformarsi a certi atteggiamenti attesi e condivisi;
un altro fattore importante menzionato da molte ricerche è l’importanza del ruolo di chi assiste agli atti di bullismo, anche se solo alcuni hanno osservato a fondo questa dinamica. Ad esempio, alcune ricerche hanno messo in evidenza che nei contesti scolastici gli studenti che si dichiaravano spettatori di fenomeni di bullismo, erano di volta in volta assistenti che aiutavano attivamente i bulli; sostenitori che li incoraggiavano; esterni che si chiamavano fuori e osservavano a distanza; difensori che intervenivano per proteggere le vittime;
il bullismo è un processo sociale complesso essendo un comportamento aggressivo riconosciuto come diverso da ogni altra forma di violenza. La frequenza e la gravità di questo comportamento può variare a seconda delle situazioni ed è stato evidenziato dalle ricerche che studenti che mostrano lo stesso livello di aggressività tendono a coalizzarsi tra di loro, con conseguente aumento dell’intensità del loro comportamento nel corso del tempo, anche grazie al rinforzo ricevuto dai pari;
i risultati delle ricerche condotte in Italia e all’estero dimostrano che il bullismo è parte integrante della quotidianità della maggioranza degli studenti presi in considerazione, i quali possono essere bulli o vittime, ma è stata osservata in percentuali non indifferenti anche la condizione di chi ricopre entrambi i ruoli a seconda delle circostanze;
la diffusione di computer, internet, cellulari e altri strumenti di comunicazione elettronica ha portato con sé anche la diffusione del cyberbullismo e la tecnologia è diventata la nuova alleata di quei bulli che utilizzano telefono, e-mail, messaggi, siti web, bacheche elettroniche e newsgroup come strumenti per aggredire le loro vittime;
secondo la recente ricerca Istat «Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi» (diffusa a dicembre 2015 su dati relativi al 2014) più del 50 per cento degli intervistati 11-17enni ha dichiarato di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Una percentuale significativa, pari al 19,8 per cento, dichiara di aver subìto azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. Per quasi la metà di questi (9,1 per cento), si tratta di una ripetizione degli atti decisamente asfissiante, una o più volte a settimana. Speso due diversi tipi di prepotenze riguardano una stessa persona: circa il 72 per cento di quanti hanno lamentato azioni diffamatore e/o di esclusione sono stati vittima anche di offese e/o minacce. Le ragazze presentano una percentuale di vittimizzazione superiore rispetto ai ragazzi;
tra le molteplici azioni attraverso cui il bullismo si manifesta, la ricerca ha rilevato che quella più comune è l’uso di espressioni offensive: il 12,1 per cento delle vittime dichiara di essere stato ripetutamente offeso con soprannomi offensivi, parolacce o insulti; il 6,3 per cento lamenta offese legate all’aspetto fisico e/o al modo di parlare. Più contenuta la quota di quanti dichiarano di aver subìto azioni diffamatorie (5,1 per cento) e di esclusione dovuta alle proprie opinioni (4,7 per cento). Non mancano le violenze fisiche: il 3,8 per cento degli 11-17enni è stato colpito con spintoni, botte, calci e pugni da parte di altri ragazzi/adolescenti;
secondo una indagine condotta nel 2016 da Sos Il Telefono Azzurro e DoxaKids, in Italia un adolescente su cinque subisce episodi di bullismo, da parte dei suoi coetanei, in quasi l’80 per cento dei casi a scuola, mentre il 10 per cento lo subisce online e sui social network;
varie ricerche hanno osservato il legame esistente tra bullismo e disturbi alimentari, che colpisce non solo la vittima, ma anche il bullo. Uno studio dell’università della North Carolina, condotto su 1420 bambini e pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders a novembre 2015, ha rilevato che i bulli hanno un rischio doppio di comportamenti bulimici, come l’abbuffarsi o sottoporsi a purghe rispetto agli altri bambini non vittime di bullismo. I ricercatori nella loro indagine hanno analizzato le interviste raccolte nel database del Great Smoky Mountains Study, con oltre 20 anni di informazioni su partecipanti seguiti dai 9 ai 16 anni. In questo modo hanno visto che le vittime di abusi da parte di coetanei hanno un rischio doppio di disturbi alimentari, in particolare di anoressia (11,2 per cento rispetto al 5,6 per cento dei coetanei non bullizzati) e bulimia (27,9 per cento contro il 17,6 per cento) rispetto a chi non ha subito episodi di bullismo. Valori che crescono nei bambini che sono stati sia bulli che vittime (22,8 per cento di anoressia contro il 5,6 per cento degli altri, 4,8 per cento di abbuffate contro l’1 per cento), e ancora di più nei bulli, dove il 30,8 per cento mostra sintomi di bulimia contro il 17,6 per cento dei bambini non coinvolti nel bullismo;
i risultati di 11 studi pubblicati dal 1989 al 2003 dimostrano che gli alunni con disabilità, sia visibili che invisibili, sono vittime di bullismo più frequentemente dei coetanei non disabili, e i ragazzi disabili sono oggetto di prepotenze più spesso rispetto alle ragazze disabili (Carter e Spencer, 2006). La ricerca, peraltro limitata, sulla relazione tra bullismo e necessità educative speciali si è inserita maggiormente nell’ambito delle disabilità visibili, mentre poche ricerche sono state effettuate sull’associazione tra bullismo e disabilità invisibili, tra i quali i disturbi dell’apprendimento. Ma i pochi studi effettuati sono concordi nell’affermare che avere una disabilità, come un disturbo dell’apprendimento, rende gli studenti maggiormente a rischio di subire forme di bullismo;
a tal proposito, va segnalato che, nonostante l’Italia abbia ratificato e dato esecuzione alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità fin dal 2009, ad essa non è stata data piena e completa attuazione e ciò produce effetti negativi anche sulle persone con disabilità vittime di bullismo. Dell’inadeguatezza della legislazione italiana, si dà dato atto nel primo rapporto dettagliato sulle misure prese per rendere efficaci gli obblighi assunti dall’Italia in virtù della Convenzione e sui progressi conseguiti al riguardo, che l’Italia ha presentato all’ONU a novembre 2012. Ad oggi, la principale fonte normativa italiana che si occupa di persone con disabilità (legge 5 febbraio 1992, n. 104) rimane centrata sulla nozione di persona handicappata, superata anche dal punto di vista linguistico, che come scritto nel rapporto: «pone l’accento sulle limitazioni delle facoltà (minorazioni) e lo svantaggio sociale che ne deriva (handicap), dunque sugli elementi che condizionano in negativo la vita della persona con disabilità. Nella legge manca, quindi, un riferimento all’ambiente in cui la “persona con disabilità” vive ed interagisce, in rapporto al quale le “menomazioni” devono essere valutate. L’automatismo secondo cui l’handicap è conseguenza della minorazione è un aspetto potenzialmente critico e superato dalle visioni più recenti della condizione di disabilità»;
anche se dalle ricerche a livello internazionale emerge che tra gli atti di bullismo gli insulti razzisti sono più diffusi, in ambito scolastico è stato osservato che gli studenti riferiscono di sentirsi feriti piuttosto da offese che chiamano in causa la loro «sessualità» che da insulti legati alla loro razza o etnia, alle credenze religiose o al diverso bagaglio culturale;
la maggiore sensibilità mostrata dai giovani verso gli insulti con una connotazione sessuale dipende dal fatto che questi epiteti costituiscono un attacco diretto all’identità dell’individuo, invece che al suo background razziale, culturale o religioso. Ricerche condotte in scuole inglesi, ma la realtà non è differente in Italia, hanno mostrato che epiteti a sfondo sessuale, in particolare quelli che mettono in dubbio la virilità, continuano a essere frequenti nei contesti scolastici e sono scambiati soprattutto tra i maschi;
sul piano socio-politico, numerosi studi qualitativi e quantitativi condotti sempre in diversi Paesi hanno messo in evidenza che il ruolo della scuola continua ad essere quello di un «fattore di mascolinizzazione», cioè un veicolo di promozione di una serie di valori e ideali (maschili) che devono prevalere sugli altri e tutto ciò che non è maschile ed eterosessuale è automaticamente considerato come debole;
esiste ancora un problema di poca considerazione della popolazione studentesca femminile. Questo non indica, come spiegano ad esempio alcuni autori inglesi (Mac e Ghaill), una scelta intenzionale del corpo docente, ma un problema endemico di un sistema educativo mirato a promuovere una visione tradizionalista dei ruoli di genere. Tali atteggiamenti e convinzioni di stampo conservatore sono rafforzati non solo tra generi, ma anche all’interno dello stesso genere. I ragazzi che non corrispondono agli stereotipi, ad esempio, si espongono al rischio di essere aggrediti dai coetanei in quanto non soddisfano le aspettative legate al loro ruolo di genere;
il tema della decostruzione critica dei modelli sociali dominanti tuttora alla base delle relazioni tra i sessi è centrale nella lotta al bullismo. Esso di recente è entrato anche nella Convenzione di Istanbul, ratificata da parte dell’Italia, che ha riaperto nelle sedi istituzionali il dibattito sul fenomeno della violenza sulle donne. Come prevede esplicitamente il III capitolo della Convenzione i Paesi aderenti devono adottare politiche di prevenzione tra le quali un ruolo fondamentale è affidato ad interventi che accompagnino i percorsi scolastici delle ragazze e dei ragazzi, per promuovere cambiamenti nei modelli di comportamento socio-culturali per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea dell’inferiorità della donna o su ruoli stereotipati per donne e uomini. In particolare, si invitano «le Parti [ad intraprendere] le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi». L’invito è a promuovere tali azioni anche nelle strutture di istruzione non formale, nonché nei centri sportivi, culturali e di svago e nei mass media;
programmare e sostenere interventi strutturali, soprattutto a scuola, che contrastino e prevengano il bullismo è fondamentale, ma nessun intervento può raggiungere l’obiettivo se ci si limita al momento repressivo, ignorando la conoscenza dei fenomeni sottostanti e i documenti internazionali che chiedono un impegno nella direzione di decostruire stereotipi e pregiudizi;
tra gli interventi che – soprattutto nella scuola – occorre mettere in campo per contrastare il bullismo, deve esserci quello dell’ascolto da parte degli insegnanti. Su questo è necessario investire per offrire al personale docente gli strumenti e l’aggiornamento necessario a sviluppare o rafforzare le capacità di ascolto dei bisogni degli studenti e delle studentesse;
la recente indagine ISTAT, già citata, contiene dati che non possono essere ignorati relativamente ai diversi contesti socio-educativi in cui i ragazzi si muovono. L’ambito familiare di appartenenza, il rapporto con il gruppo dei pari e il percorso scolastico intrapreso rappresentano elementi rilevanti del vivere quotidiano che incidono sui comportamenti e il modo di relazionarsi dei giovanissimi;
guardando al tipo e al livello di formazione scolastica, è possibile distinguere particolari ambiti dove le azioni di bullismo sono più ricorrenti. Le quote di vittime sono più alte tra i ragazzi 11-13enni che frequentano la scuola secondaria di primo grado. Quelle che in passato si chiamavano «scuole medie» si presentano come l’anello debole del sistema dell’istruzione;
la percentuale di vittimizzazione varia a seconda delle caratteristiche delle famiglie in cui vivono gli 11-17enni. Il 12,2 per cento di quanti vivono in famiglie poco numerose (meno di quattro persone) dichiara di aver ricevuto prepotenze, con cadenza più che settimanale, mentre nelle famiglie in cui sono presenti più fratelli/sorelle risulta relativamente meno consistente la percentuale di ragazzi/adolescenti rimasti vittima di azioni di bullismo;
il 23,6 per cento degli 11-17enni che si vedono raramente con gli amici è rimasto vittima di prepotenze una o più volte al mese, contro il 18 per cento riscontrato tra chi incontra gli amici quotidianamente,

impegna il Governo:

ad assumere iniziative per avviare la modifica e l’integrazione dei piani di studio delle scuole e dei programmi degli insegnamenti del primo e del secondo ciclo, in coerenza con gli obiettivi generali del processo formativo di ciascun ciclo e nel rispetto dell’autonomia scolastica, al fine di garantire — come richiesto dall’articolo 14 della Convenzione di Istanbul – l’inclusione di materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi;
ad assumere iniziative per finanziare, mediante lo stanziamento di adeguate risorse, un piano di formazione per insegnanti di ogni ordine e grado, ma in particolare nella scuola secondaria di primo grado, per lo sviluppo di capacità di ascolto degli studenti, mediante l’adozione di tecniche di « empowerment» delle relazioni, della valorizzazione degli studenti, della pedagogia e della didattica;
a contrastare il bullismo nei confronti delle persone con disabilità dando piena e completa attuazione alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, partendo dall’assunzione di iniziative per eliminazione dell’espressione «persona handicappata» dovunque ricorra leggi e regolamenti e finanziando interventi nelle scuole per diffondere tra i giovani i principi e i contenuti del nuovo «paradigma» introdotto dalla Convenzione;
a partecipare, nella persona della Ministra dell’istruzione, dell’università e della ricerca, all’incontro internazionale dei ministri dell’istruzione organizzato a Parigi dall’UNESCO il 17 maggio 2016 dal titolo « Education Sector Responses to Violence based on Sexual Orientation and Gender Identity/Expression» e a riferirne gli esiti al Parlamento con l’indicazione puntuale delle misure e degli interventi ai quali il Governo intende dare seguito.
(1-01256) «Costantino, Nicchi, Gregori, Scotto, Airaudo, Franco Bordo, D’Attorre, Duranti, Daniele Farina, Fassina, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Kronbichler, Marcon, Martelli, Melilla, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti, Zaccagnini».

Il link Camera http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/01256&ramo=CAMERA&leg=17

 

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Il mio intervento di oggi in discussione generale sulle Unioni Civili

Cosa faremo noi? Ascolteremo, ci faremo carico della complessità e della deriva che questo provvedimento purtroppo ha già preso e alla fine decideremo. Con una consapevolezza e una considerazione amara però che a prescindere dall’esito che avrà il nostro voto e il risultato finale purtroppo questo Parlamento ha comunque già perso l’occasione più bella. Quella di porre fine a un torto la cui memoria si è persa nel tempo e nello spazio. L’occasione di sentirci pienamente utili e importanti per tanti cittadini e tante cittadine. La commozione di sentire addosso il cambiamento del corso delle cose. Ecco questo ce lo siamo già persi, la festa è già finita, adesso ci rimane un passo. Importante, fondamentale per carità ma privo della bellezza del passaggio storico che questo provvedimento avrebbe meritato.


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Il caso Maniaci tiene banco nel dibattito sull’antimafia

mafiaContinua a tenere banco il caso Maniaci. Dopo la rabbia e lo scoramento, adesso la gara a chi prende di più le distanze. A volte basterebbe dire una cosa semplice semplice: ci siamo sbagliati. Invece per “giustificare” l’abbaglio si mette in discussione tutto. Fu così per Rosy Canale, prima portata in giro come la Madonna pellegrina e – dopo l’arresto – disconosciuta da tutti. Anche in quel caso non si è ritenuto opportuno fare un simbolico mea culpa, ma si è preferito dire astrattamente che va ripensato tutto.

Pino Maniaci non è stato annoverato da sempre tra i giornalisti coraggiosi o tra gli esempi belli della critica al potere del nostro Paese?

Se si scopre che tutto questo era un bluff, il passaggio successivo non può essere puniamo tutti così non corriamo rischi. Ho letto e conosco la posizione di Claudio Fava sull’antimafia scalza. E non la condivido. Ci sono attività che possono essere affrontate attraverso il volontariato e altre che necessitano di finanziamenti. I progetti fatti dentro le scuole hanno o no bisogno di sostegno economico? O pensiamo che ci possano essere educatori che girano gli istituti italiani a spese proprie? I campi fatti con i ragazzi sui beni confiscati in cui si scambiano esperienze, lavoro e impegni vanno sostenuti economicamente o no? Le produzioni culturali, artistiche, d’inchiesta vanno appoggiate o no? La ricerca, l’analisi e la denuncia vanno incoraggiati o no? O pensiamo che tutto questo debba farlo solo chi se lo può già permettere. Anche per organizzare la manifestazione del 21 marzo sulle vittime delle mafie c’è bisogno di soldi. Per mantenere vivi presidi territoriali c’è bisogno di soldi. Mi dispiace, ma la concretezza di alcune esperienze necessita di altri tipi di riflessione. E con l’assunzione di responsabilità da parte di chi dà i finanziamenti, di chi li riceve, di chi usufruisce dei servizi e di chi ne parla o scrive. Il tema è la qualità dell’azione che si svolge, la capacità di denuncia di alcune realtà. E una riflessione su tutto questo e sul futuro dell’impegno antimafia – oggi più che mai – le vorrei ascoltare non da chi non svolge questa funzione sociale o dalle piccole realtà che se non sono scalze hanno come minimo il culo per terra, ma dalla politica istituzionale che ha delegato senza assumersi nessuna responsabilità e dalle grandi associazioni come Libera che dovrebbero promuove all’esterno questo dibattito.


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Oggi su Repubblica Palermo, un intervento mio e di Erasmo Palazzotto sull’antimafia – Icone addio, la lotta ai clan riparte dagli eroi silenziosi

Celeste - Erasmo

L’antimafia non deve tornare alle sue origini. Al contrario, l’antimafia deve essere capace di trasformarsi così come si sono trasformate le mafie. La crisi che investe l’antimafia oggi è infatti figlia, prima di tutto, della sua cristallizzazione e dei fenomeni degenerativi che questa cristallizzazione ha prodotto.

La complessità del fenomeno che abbiamo davanti non ci consente però di trovare scorciatoie o di lasciarsi andare al tutti contro tutti: non esistono soluzioni semplici o immediate e sono illusori e sbagliati i richiami a un mondo – quello del dopo stragi – che semplicemente non esiste più.

Vanno invece indagate con rigore le cause che hanno portato alle debolezze dell’antimafia e che hanno permesso fenomeni deformativi del movimento.

La prima responsabilità investe la politica. Negli ultimi anni la mancanza di credibilità da una parte e l’incapacità di analisi dall’altra hanno portato i partiti politici a delegare la propria funzione antimafia. Magistrati, giornalisti, imprenditori, associazioni, familiari delle vittime. A loro è stata affidata una sorta di certificazione antimafia che si è palesata, di volta in volta, nella ricerca di un consenso di maniera sui provvedimenti istituzionali, attraverso le partecipazioni di rappresentanti antimafia nelle liste elettorali o, semplicemente, attraverso il finanziamento ad alcune associazioni per mettersi la coscienza in pace. Questo ha determinato una deresponsabilizzazione della politica e un carico eccessivo al cosiddetto “professionismo dell’antimafia”.

Sono tanti gli esempi – passati e recenti – di questo sistema-cortocircuito: in alcuni casi ci sono stati effetti che ancora oggi sono positivi, in altri purtroppo ci siamo trovati di fronte a personaggi che si sono rivelati addirittura vicini a quegli ambienti che avrebbero dovuto contrastare.

Ma al di là dei casi più clamorosi – che hanno coinvolto illustri e autorevoli figure dell’antimafia di professione e che oggi svelano questa crisi – è innegabile che anche le forze “sane” del mondo antimafia sono risultate, nella loro azione, deboli davanti alla sfida che la criminalità organizzata ha lanciato al Paese. Questa fragilità – invece di essere giudicata – andrebbe analizzata fino in fondo perché interroga tutti noi, nessuno escluso.

Ci dice che esiste un ritardo nelle analisi e che ci sono riferimenti culturali logori. E ci dice anche che non esiste una modalità unica e universale con cui si combattono le mafie: c’è bisogno di innovare le chiavi di lettura della società, ma anche le pratiche. Non è un caso, per esempio, che la confisca e il riutilizzo dei beni confiscati con tutto quello che gli ruota intorno – agenzie, tribunali, amministratori, enti locali e associazioni – pur continuando ad essere uno degli strumenti più efficaci abbiano avuto bisogno di una riforma. Così come necessaria è stata la riforma del 416ter che non considerava lo scambio politico mafioso se non in termini economici. O ancora l’istituto dello scioglimento per mafia dei comuni che alla luce dei risultati che ha riportato in questi anni meriterebbe oggi una riflessione.

Ma poi c’è il ruolo degli intellettuali, delle università, delle scuole, degli ordini professionali, dei sindacati, degli imprenditori, delle associazioni e della società civile. Anche qui le responsabilità sono molte. Abbiamo assistito in questi anni ad una rappresentazione del movimento antimafia costruita attraverso icone, eroi più o meno solitari, la cui immagine ha spesso deformato il concetto stesso della battaglia. E, anche oggi, nel dibattito – necessario – che si sta aprendo sul futuro dell’antimafia la rappresentazione è la stessa: figure più o meno autorevoli che si contendono la primazia su un modello di antimafia che non esiste più se non – forse – sul proscenio mediatico.

Dimenticati invece, quando non emarginati, ci sono mondi che fanno un lavoro originale che spesso non viene riconosciuto e per questo non viene raccontato. Esiste un’antimafia sociale quotidiana con tratti anche generazionali unici che non emerge, non si coglie se non magari nel momento in cui ad alcuni di questi ragazzi viene assegnata una scorta. Solo in quel momento – ennesima stortura del sistema – forse hanno accesso al “Pantheon” dell’antimafia. Gli altri rimangono anonimi. Sono quei freelance mal pagati o non garantiti dai giornali, quei ricercatori che non diventeranno mai docenti associati, quei giovani che fanno volontariato nonostante la loro vita precaria, quelli che fanno associazioni e non prendono finanziamenti, ma li dovrebbero prendere perché le generalizzazioni sono buone per prendere gli applausi ma fanno sempre male, quelli che fanno i sindaci di piccoli comuni che restano sconosciuti fin quando scoppia una bomba, quegli insegnati che quotidianamente diffondono legalità in zone di frontiera, quelle donne che hanno dimostrato di essere le più coraggiose di tutti e che, in maniera silenziosa, costruiscono presidi nelle strade, tra i palazzi delle periferie delle nostre città.

Ecco, è da qui, da questi mondi – che si mettono in gioco fuori dai riflettori e senza garanzie – che una nuova antimafia può ripartire o, se preferite, da qui si devono cercare le risposte alle tante domande a cui ancora nessuno è in grado di trovare le risposte.

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Oggi a Torre Annunziata con Catena Rosa e Libera per discutere di stalking e femminicidio e strumenti legislativi

Oggi alle ore 18, presso il 2° Circolo Didattico di Torre Annunziata con Catena Rosa e Libera, l’iniziativa Donna E(‘) Giustizia – Per i diritti delle donne: presentazione della nuova proposta di legge per ostacolare stalking e femminicidio. Insieme a me, Ada Ferri, presidente Associazione Catena Rosa, Michele Del Gaudio, referente territoriale di Libera e l’On. Luisa Bossa.

Torre Annunziata

A questo link l’evento facebook:

https://www.facebook.com/events/257202644614323/

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Presentata l’interrogazione parlamentare sugli slogan omofobi e violenti dei tifosi ultras del Catanzaro

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-12505

Alla Presidenza del Consiglio, al Ministero dell’Interno

COSTANTINO Celeste
Lunedì 14 marzo 2016, seduta n. 589
Alla Presidenza del Consiglio, al Ministero dell’Interno

COSTANTINO, DURANTI, RICCIATTI e NICCHI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
il 14 febbraio 2016, in occasione del derby di Lega Pro, tenutosi a Cosenza tra le squadre di Cosenza e Catanzaro, i tifosi ultras della squadra ospite, quella del Catanzaro, hanno esposto un grande striscione a sfondo omofobo contro la squadra ospitante e un altro contro il recente decreto-legge Cirinnà;
in data 6 febbraio 2016, in occasione della partita Catanzaro-Benevento, tenutasi nel capoluogo calabrese, lo stesso gruppo di ultras catanzaresi ha intonato un coro inneggiante allo stupro contro il presidente della propria squadra, Giuseppe Cosentino, e la figlia Gessica;
lo sport deve essere considerato non solo uno strumento di inclusione e di socializzazione nel rispetto degli avversari e dei compagni di squadra, ma anche uno strumento di trasmissione dei valori della non violenza e di integrazione oltre che di competizione agonistica;
i luoghi preposti a qualsiasi attività sportiva non possono servire da megafono per diffondere odio di genere e omofobico da parte di quelle sacche più violente e retrograde che frequentano i nostri stadi –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, quali iniziative intenda assumere per contrastare questi comportamenti anti-sportivi e discriminatori e che genere di iniziative culturali intenda intraprendere per prevenire questo fenomeno sempre più ricorrente nelle attività di tifoseria calcistica del nostro Paese. (4-12505)

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/12505&ramo=CAMERA&leg=17