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La Calabria sprofonda

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Non vivo più in Calabria da 10 anni. Non ho scelto di andarmene. Anzi, ho anche provato più volte a tornare per fare politica lì: non ce l’ho fatta. Il mio partito in Calabria, quando c’era l’opportunità di farmi rientrare, ha preferito un’altra guida e poco importa se quel compagno, eletto segretario regionale e deputato, dopo qualche tempo è passato nel Pd.
Resta il fatto che non sono stata capace di costruire intorno a me un consenso tale da permettermi di continuare a fare politica nella mia terra di origine. In poche parole io “non ho voti” e, in Calabria, più che in qualsiasi altro luogo è questo quello conta. Non lo dico con disprezzo: considero un fallimento personale non essere riuscita in quegli anni a costruire una base elettorale, ma non vi è dubbio che da noi il consenso è anche frutto di clientelismo, di ricatti occupazionali, di truffe ai danni della povera gente.
Vedo le immagini della Statale 106 e soffro di fronte a quel disastro, ma non ne ho bisogno per capire che la Calabria sta drammaticamente sprofondando. Mi arrivano segnalazioni ed io provo, con il sindacato ispettivo e le risorse parlamentari che ho, ad essere vicina alle vertenze. Ma ogni volta che ritorno è sempre peggio: non posso ancora raccontare la missione antimafia fatta a Cosenza, mi limito a dire che la misura è stata superata da un pezzo.
Allora mi domando, e vi domando, com’è possibile che non si chieda conto agli eletti in Calabria di tutto questo. Com’è possibile che nessuno richiami alla responsabilità, al vincolo elettorale verso un territorio chi ha potere di intervento in questo momento, cioè i partiti che stanno al Governo del Paese: Pd e Ncd?
So che è difficile: non sono via da troppo tempo per non comprendere le difficoltà che anche la cosiddetta società civile incontra se vuole reagire. Ma non voglio nemmeno essere accomodante nei confronti di questa rassegnazione civile. Non la faccio facile, ma non voglio nemmeno giustificare l’idea che tutto debba per forza andare così. La lamentela su Facebook non salverà nessuno.
Non ho interessi elettorali personali in Calabria, ho solo interessi emotivi, umani, che mi legano ancora alle persone che ho lasciato là, compresa la mia famiglia, e proverò sempre a sollevare i problemi e sollecitare le soluzioni. Posso fare un elenco lungo, verificabile anche da voi on line, degli interventi che ho portato all’attenzione del Governo in questi anni – dai rifiuti a Reggio fino alla discarica di Celico, dall’ospedale di Locri alla sanità a Catanzaro, dai Bronzi di Riace fino ai lavoratori dell’aeroporto di Reggio Calabria – ma tutto questo non basta e non basterà mai se non c’è una presa di parola pubblica da parte dei cittadini.
Controllate i livelli di produttività di chi avete eletto, non fatevi prendere più in giro. Bisogna far capire che non ci sono promesse che tengono più. Bisogna denunciare le mancanze, gli errori, la malafede, la corruzione. Se invece si sta in silenzio e alla fine ci si appara, mi dispiace ma si è sempre punto e a capo. Ferisce vedere tutto questo, ma l’indignazione da sola non basta. Ognuno deve fare la sua parte. La cattiva politica si alimenta dalla società. Oggi più che mai bisogna scegliere da che parte stare. Tutti, nessuno si senta escluso.
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Il decreto Colosseo rappresenta il governo Renzi

A inizio ottobre i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina a Torino perché ospitava i giovani manager del programma di formazione di Unicredit.
E ancora qualche mese fa la Biblioteca nazionale di Firenze ospitava una sfilata di moda.
La Reggia di Venaria è stata sbarrata con 3 ore d’anticipo per organizzare una imbarazzante festa in costume.
Il Museo diocesano di Milano ha fatto corsi di pilates.
Santa Maria della Scala a Siena chiude per un banchetto di banchieri internazionali.

E qui che fine fa la tutela del turista e la dignità dei beni culturali? Vale solo per il Colosseo?
L’affitto ai privati del patrimonio storico e artistico nazionale non è regolamentato in compenso da oggi in poi vengono privati del diritto allo sciopero i lavoratori.

Questo è il decreto Colosseo e questo è il Governo Renzi.

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#Migranti Questa è la strada giusta per l’integrazione

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Sabato ho visitato un ostello per rifugiati situato all’interno della Riserva naturale del lago di Penne, gestito da Arci e Wwf. Una bellissima esperienza di integrazione: ai ragazzi vengono insegnati l’italiano, i loro diritti, l’educazione ambientale. Mentre si impegnano quotidianamente in lavori di manutenzione, gestione dell’oasi, cura del verde.

Questa è la strada giusta. Insieme all’ulteriore appello di Papa Francesco per aprire le parrocchie di tutta Europa alle famiglie di profughi, oggi in marcia verso un futuro migliore.

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Caporalato, il Ministro Martina accoglie una delle richieste avanzate nel rapporto #Filierasporca. Ora proceda a rendere trasparente tutta la filiera agroalimentare contro sfruttamento nelle campagne

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La “responsabilità in solido” per le aziende che sfruttano i lavoratori nelle campagne italiane, annunciata ieri dal ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina, è un primo importante passo verso la trasparenza della filiera agroalimentare.

Finalmente qualcosa inizia a cambiare, dopo le morti avvenute questa estate nei campi del Mezzogiorno e in seguito alla campagna mediatica di #FilieraSporca, organizzata dalle associazioni Terra!Onlus, daSud e Terrelibere.org. La misura individuata da Martina è contenuta nelle quattro proposte avanzate nel rapporto che abbiamo sostenuto e presentato più volte in tutta Italia.

Adesso è urgente anche la pubblicazione dell’albo dei fornitori e l’estensione a tutti i soggetti coinvolti nella produzione agroalimentare, per non rendere inutile il piano predisposto dal ministero. Inoltre continueremo a chiedere al Governo degli impegni precisi su l’etichetta narrante e la responsabilità solidale delle imprese. Solo così potremo ottenere una filiera trasparente, rendere i cittadini consapevoli e combattere la schiavitù e lo sfruttamento nei campi.

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Grazie al #Jobsact sono aumentate sia la precarietà che le diseguaglianze tra Nord e Sud

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Finisce agosto e riapre ufficialmente il dipartimento propaganda del Governo. Ieri i dati Istat sono stati comunicati alla maniera di Renzi: trasformati in videomessaggi e slide che vogliono dimostrare le capacità taumaturgiche del #jobsact. In crescita Pil, numero occupati e il grande effetto traino degli ultracinquantenni dicono dall’Esecutivo.

Ad una analisi più profonda invece siamo davanti alla cristallizzazione delle diseguaglianze di questo Paese: a livello territoriale il tasso di disoccupazione tra Sud (20,2%) e Nord (7,9%) dimostra come l’Italia sia davvero lontana dalla “crescita” tanto sbandierata.

I tanto rivendicati posti di lavoro non corrispondono a nuova occupazione ma alla trasformazione dei vecchi contratti precari in fiammanti contratti a tutele crescenti (quelli senza art. 18 per intenderci, diritto sgradito alle aziende care a Renzi). Chi ci guadagna? Ovviamente solo le imprese, forti di nuovi sussidi e sgravi, mentre il #jobsact produce lavoro dipendente scadente e ancora più ricattabile.

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C’è chi continua a chiamarla emergenza migranti, anche in queste ore.

C’è chi continua a chiamarla emergenza migranti, anche in queste ore. Ore in cui nel naufragio al largo della Libia potrebbero essere morti duecento uomini e donne, in fuga da guerre, prevaricazioni, torture. Ore in cui, tra i migranti che lavorano in Italia, si registra la terza morte nelle campagne: un uomo tunisino dopo otto ore di fatica è crollato a terra nelle vigne di Polignano. Viveva da anni a Fasano con moglie e quattro figli. Si cerca ancora di capire se lavorava in nero o con regolare contratto.

L’Europa non dimostra nemmeno un briciolo di umanità, nascosta dietro le mura della sua fortezza. Nessuno ascolta il nostro appello per l’apertura dei corridoi umanitari, né sulla trasparenza e tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli, spesso provenienti da sfruttamento nei campi. Sono facce della stessa medaglia. E non possiamo non pensarci quando anche stasera vedremo l’uva sulle nostre tavole dopo cena. #filierasporca

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Il Sud Italia è più povero della Grecia. Renzi come risponde ai dati dello #Svimez? Semplicemente chiedendo di smetterla con i piagnistei

Al Sud nessuno piange, anche davanti ad un crollo economico, sociale, occupazionale, demografico senza precedenti. C’è però sicuramente chi ride: le mafie che investono senz’altro molto di più al Nord ma che continuano a controllare i territori con piccole grandi elemosine. Senza lavoro e servizi, riempiono gli spazi con i loro favori creando un ormai debole welfare parallelo per i cittadini.

Oltre ad investimenti mirati servirebbe immediatamente il reddito minimo garantito, anche in funzione antimafia per uscire dal bisogno e dal ricatto della povertà. Ma questo Governo continua, colpevolmente, a considerarlo come un provvedimento assistenzialista. Valutazione sbagliatissima, in un’Europa in cui solo noi e la Grecia, guarda caso, non abbiamo questo essenziale strumento di welfare.

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Ecco perché il Governo Renzi è nemico delle donne. #Jobsact

Oggi su Il Garantista spiego perché il Governo Renzi è nemico delle donne. Dai 42mila posti di lavoro persi in un solo mese alla totale mancanza di una strategia trasversale per eliminare disparità e discriminazioni. L’occupazione femminile e le pari opportunità non si ottengono pensando alle forme contrattuali più utili alle aziende che hanno dettato il #‎jobsact. Serve ciò che manca da troppo tempo: un approccio strutturale che si occupi di tutti i settori in cui di fatto le donne non godono degli stessi diritti degli uomini.RASSEGNA SEL 1 APRILE-27

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Migranti e ghetto economy. 26 marzo ore 20.30 al Teatro Centrale Preneste

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L’orrore dietro l’etichetta del supermercato. Filiera del cibo e nuove schiavitù nel lavoro: l’Italia nell’anno di Expo.

Il primo degli eventi dell’Associazione daSud verso Restart, la festa dei 10 anni: giovedì 26 marzo alle ore 20,30 al Teatro Centrale Preneste (via Alberto da Giussano, 58).
Serata organizzata con l’Associazione Terra! Onlus.
Una discussione a partire dal libro “Ghetto Economy” di Antonello Mangano (Terrelibere.org)

Partecipano con l’autore
ANTONELLO MANGANO
Autore del libro “Ghetto Economy” – Terrelibere

FABIO CICONTE
Presidente Terra! Onlus

CORRADO FORMIGLI
Giornalista, presentatore Piazzapulita

ROBERTO IOVINO
Osservatorio Placido Rizzotto/Flai Cgil

CARMEN VOGANI
Associazione daSud

CELESTE COSTANTINO
Deputata Sel

Incursioni artistiche
ALESSANDRO PIERAVANTI
de “IL MURO DEL CANTO”

Ingresso libero con prenotazione a giuseppenobile@dasud.it

IL LIBRO
Un viaggio dai banconi dei supermercati al fango dei campi. Dove incontreremo sfruttamento lavorativo e sessuale. Caporali e crudeltà. Violenza e truffe. Ma anche multinazionali e ricchi imprenditori. “Ghetto economy” racconta quello che si nasconde dietro l’etichetta.
Il libro è disponibile come eBook nei formati Pdf, ePub, mobi. Per la serata sarà prodotta una edizione speciale in formato cartaceo.

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Mafia Capitale dei silenzi, clan cresciuti all’ombra del negazionismo

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La mafia a Roma non esiste. Meglio parlare di “lotta tra piccole bande per il territorio“, diceva il prefetto Pecoraro. “Sono titoli diffamatori” diceva l’ex sindaco Alemanno, mentre al Sunday Times nel 2008, dichiarava la sua priorità del suo mandato: “Nel sud dell’Italia il problema è la mafia. A Roma il problema è l’immigrazione“. Fino a ieri si è parlato di scontri tra gang, di casi isolati, di “rischio infiltrazioni” o di “emergenza criminalità” quando nel 2011 si faceva la conta dei morti ammazzati nelle strade della Capitale. Ovviamente era la “mala” e non la mafia.

Moltissimi sono caduti nella trappola del negazionismo. Ogni volta che gli enti locali hanno sottovalutato, ogni volta che i politici hanno fatto finta di non vedere, ogni volta che società civile e media hanno abbassato la guardia. Le mafie intanto si sono impadronite di una città. Un porto di clan, che fa gola a troppi, in cui c’è spazio per tutti.

Da ieri in questa città è cambiato tutto. Ed è servito, come al solito, un terremoto politico-giudiziario per reinterpretare il reiterato negazionismo e gli ultimi anni di vita istituzionale della città. La maxi-inchiesta “Mondo di mezzo” della procura coordinata da Giuseppe Pignatone è solo all’inizio, ma il quadro inquietante che emerge non lascia spazio ad interpretazioni: Roma da tempo è teatro di un sodalizio mafioso che, trasversalmente, mette insieme uomini d’onore, pezzi corrotti delle istituzioni e della politica,​ manager e esponenti della destra neofascista​. Uno scenario che allarma perché descrive un vero e proprio sistema di ​salde alleanze nel tessuto imprenditoriale, istituzionale e politico della città. Eppure sono stati molti i segnali inascoltati dalle istituzioni in questi anni, che abbiamo denunciato dentro e fuori il Parlamento, grazie al lavoro di inchiesta dell’associazione antimafie daSud, di cui faccio parte. Bastava mettere in fila i fatti di cronaca e ricostruire gli affari e le collusioni delle mafie nella Capitale. Dossier che abbiamo consegnato nelle mani delle istituzioni: dal focus #Romacittàdimafie all’ebook “Roma tagliata male” sul rapporto tra droga e mafie in città, dai racconti delle periferie romane a “Mammamafia” sul welfare parallelo della criminalità organizzata.

“Mondo di mezzo” è destinata a segnare nelle prossime settimane la vita politica e istituzionale di Roma. Quello che fa davvero paura di questa organizzazione è la trasversalità, perché coinvolge allo stesso modo referenti politici di destra e di sinistra. Nelle 1200 pagine di ordinanza spiccano i nomi di rappresentanti istituzionali del Pdl, del tifo organizzato e della destra eversiva, mescolati con la nuova classe dirigente degli under 40 del Partito democratico romano ed esponenti del terzo settore.

La “mafia capitale”, ribattezzata così dalla procura di Roma, è una robusta e poliedrica holding. Non è l’unica attiva nella Capitale ma è sicuramente quella che che ha potuto contare su figure apicali dell’amministrazione capitolina dal 2008 al 2013 e delle partecipate pubbliche come l’Ente Eur e l’Ama. Il sistema Carminati, come una grande azienda diversifica i suoi settori e i suoi affarti, puntando sui nuovi business come l’accoglienza degli immigrati e la gestione dei campi nomadi. Lo suggeriscono gli arresti di Luca Odevaine che, appartenente al tavolo di Coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale e al contempo esperto del presidente del cda per il Consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza” (ente che soprintende alla gestione del C.A.R.A. di Mineo), ha orientato le scelte del tavolo per l’assegnazione dei fondi a strutture del terzo settore gestite da uomini dell’organizzazione. E quello di Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno”, che durante una intercettazione domanda al suo interlocutore: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Sta qui il salto di livello delle mafie che denunciamo da anni: rendere oro colato anche i servizi del terzo settore. Il business dell’accoglienza è da sempre un piatto troppo ghiotto per le mafie, su cui costruiscono welfare e consenso: la gestione dei flussi dei migranti, la creazione ad arte delle emergenze, l’assegnazione degli appalti e il pullulare di nuovi centri per migranti. Mafia capitale riesce a deviare l’assegnazione di fondi pubblici per rifinanziare la gestione dei campi nomadi, la pulizia delle aree verdi, le risorse per i Minori proveniente dall’emergenza Nord Africa, i fondi per le strutture riservate agli stranieri richiedenti asilo e ai minori non accompagnati. Tutti settori in cui operano le società cooperative di Salvatore Buzzi. Non era strano che la cooperativa 29 giugno vincesse sistematicamente qualsiasi bando? Nessuno a livello istituzionale si è fatto carico delle denunce che arrivavano dal giornalismo e dal terzo settore romano. Anche in questo caso si è aspettato che arrivasse prima la magistratura. Un atteggiamento scientifico che nasconde anche la complicità silente di altri pezzi che sicuramente saranno coinvolti nel prosieguo dell’inchiesta “Mondo di mezzo”. Intanto oggi chi si occuperà dei lavoratori e delle lavoratrici delle cooperative sociali coinvolte? Non è possibile che la politica non dia una risposta a questa domanda.

La magistratura ha fatto e sta facendo la sua parte, ma sta alla politica, alle istituzioni, ai cittadini fare la propria. Oggi l’urgenza è quella di approfondire il welfare parallelo delle mafie, che si vede ad occhio nudo a nelle città italiane. La lista dei servizi che offrono i clan è infinita e sta dentro un sistema economico molto efficiente che cavalca e alimenta allo stesso tempo la crisi: disoccupati, dirigenti, imprenditori, professionisti, avvocati, politici; tutti in fila, come negli uffici di collocamento. La merce barattata sono diritti, scambiati per favori personali da ripagare ai clan. Una riflessione che bisogna sganciare dalla geografia e dagli stereotipi (il Sud povero vs il Nord ricco), perché si gioca esclusivamente sul piano della politica: tutte le volte che lo Stato e le istituzioni fanno un passo indietro o lasciano degli spazi vuoti, le mafie avanzano, colmano e creano consenso sociale.

Grazie a “Mondo di mezzo” e all’intelligenza investigativa del procuratore Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto Michele Prestipino e dei pm della Dda Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, da oggi possiamo lasciarci alle spalle le “infiltrazioni” e i “romanzi criminali”. Ma è assurdo che siano passati ben 23 anni dalla prima denuncia di Gerardo Chiaromonte in commissione antimafia, quando raccontava che le organizzazioni criminali disponevano già nel 1991 una “imponente liquidità” e la capacità di “penetrare nel mondo economico modificandone i vecchi assetti”.

via Huffington Post