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Presentata alla Camera la mia mozione contro il bullismo

bullismo

Mozione 1-01256

COSTANTINO Celeste
Lunedì 9 maggio 2016, seduta n. 620

La Camera,
premesso che:
a partire dagli anni ‘70, nell’ambito delle scienze psico-sociali sono stati studiati comportamenti aggressivi intenzionali, spesso ripetuti nel corso del tempo, ad opera di uno o più pari, contro un individuo o un gruppo. Tali comportamenti realizzati da bambini o da adolescenti sono raggruppati sotto il termine di «bullismo» e includono atteggiamenti antisociali come colpire, dare calci e pugni, prendere in giro o insultare, ma anche atti intimidatori indiretti, come il pettegolezzo, l’isolamento sociale e la distruzione, il furto o la perdita di oggetti delle vittime;
la lotta bullismo è al centro dell’attività di tante istituzioni anche a livello internazionale. L’Unesco in un manuale per insegnanti del 2009, scrive che «chi è vittima di bullismo è più probabile che, rispetto ai compagni, sia depresso, si senta solo o ansioso e abbia una bassa stima di sé. I bulli di solito, mettono in atto comportamenti aggressivi per gestire situazioni in cui si sentono ansiosi, frustrati, umiliati o derisi dagli altri». Il bullismo può portare, in alcuni casi, anche a scelte estreme;
la vittimizzazione, fisica o psicologica, può essere dovuta all’ignoranza, alla paura, all’odio o ai pregiudizi e può essere rafforzata dalle norme culturali, dalla pressione dei pari e in alcuni casi dal desiderio di vendetta nei confronti di una specifica persona. Le vittime possono essere persone incapaci di difendersi o considerate differenti a causa della loro provenienza etnica o culturale, del colore della pelle, della disabilità o perché non mostrano quelle caratteristiche che la cultura attribuisce in modo stereotipato alla mascolinità o alla femminilità, colpendo persone omosessuali, trans o ritenute tali pur non essendolo;
il bullismo è visto come una modalità di relazione che si svolge tra due persone, una nel ruolo del bullo e l’altra in quello della vittima, anche se molte ricerche mostrano come il bullismo spesso coinvolga non tanto singoli individui quanto gruppi interi di ragazzi o studenti, ma in realtà affonda le sue radici nel contesto sociale dei bambini e degli adolescenti e nelle aspettative sociali che spingono questi giovani a conformarsi a certi atteggiamenti attesi e condivisi;
un altro fattore importante menzionato da molte ricerche è l’importanza del ruolo di chi assiste agli atti di bullismo, anche se solo alcuni hanno osservato a fondo questa dinamica. Ad esempio, alcune ricerche hanno messo in evidenza che nei contesti scolastici gli studenti che si dichiaravano spettatori di fenomeni di bullismo, erano di volta in volta assistenti che aiutavano attivamente i bulli; sostenitori che li incoraggiavano; esterni che si chiamavano fuori e osservavano a distanza; difensori che intervenivano per proteggere le vittime;
il bullismo è un processo sociale complesso essendo un comportamento aggressivo riconosciuto come diverso da ogni altra forma di violenza. La frequenza e la gravità di questo comportamento può variare a seconda delle situazioni ed è stato evidenziato dalle ricerche che studenti che mostrano lo stesso livello di aggressività tendono a coalizzarsi tra di loro, con conseguente aumento dell’intensità del loro comportamento nel corso del tempo, anche grazie al rinforzo ricevuto dai pari;
i risultati delle ricerche condotte in Italia e all’estero dimostrano che il bullismo è parte integrante della quotidianità della maggioranza degli studenti presi in considerazione, i quali possono essere bulli o vittime, ma è stata osservata in percentuali non indifferenti anche la condizione di chi ricopre entrambi i ruoli a seconda delle circostanze;
la diffusione di computer, internet, cellulari e altri strumenti di comunicazione elettronica ha portato con sé anche la diffusione del cyberbullismo e la tecnologia è diventata la nuova alleata di quei bulli che utilizzano telefono, e-mail, messaggi, siti web, bacheche elettroniche e newsgroup come strumenti per aggredire le loro vittime;
secondo la recente ricerca Istat «Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi» (diffusa a dicembre 2015 su dati relativi al 2014) più del 50 per cento degli intervistati 11-17enni ha dichiarato di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Una percentuale significativa, pari al 19,8 per cento, dichiara di aver subìto azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. Per quasi la metà di questi (9,1 per cento), si tratta di una ripetizione degli atti decisamente asfissiante, una o più volte a settimana. Speso due diversi tipi di prepotenze riguardano una stessa persona: circa il 72 per cento di quanti hanno lamentato azioni diffamatore e/o di esclusione sono stati vittima anche di offese e/o minacce. Le ragazze presentano una percentuale di vittimizzazione superiore rispetto ai ragazzi;
tra le molteplici azioni attraverso cui il bullismo si manifesta, la ricerca ha rilevato che quella più comune è l’uso di espressioni offensive: il 12,1 per cento delle vittime dichiara di essere stato ripetutamente offeso con soprannomi offensivi, parolacce o insulti; il 6,3 per cento lamenta offese legate all’aspetto fisico e/o al modo di parlare. Più contenuta la quota di quanti dichiarano di aver subìto azioni diffamatorie (5,1 per cento) e di esclusione dovuta alle proprie opinioni (4,7 per cento). Non mancano le violenze fisiche: il 3,8 per cento degli 11-17enni è stato colpito con spintoni, botte, calci e pugni da parte di altri ragazzi/adolescenti;
secondo una indagine condotta nel 2016 da Sos Il Telefono Azzurro e DoxaKids, in Italia un adolescente su cinque subisce episodi di bullismo, da parte dei suoi coetanei, in quasi l’80 per cento dei casi a scuola, mentre il 10 per cento lo subisce online e sui social network;
varie ricerche hanno osservato il legame esistente tra bullismo e disturbi alimentari, che colpisce non solo la vittima, ma anche il bullo. Uno studio dell’università della North Carolina, condotto su 1420 bambini e pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders a novembre 2015, ha rilevato che i bulli hanno un rischio doppio di comportamenti bulimici, come l’abbuffarsi o sottoporsi a purghe rispetto agli altri bambini non vittime di bullismo. I ricercatori nella loro indagine hanno analizzato le interviste raccolte nel database del Great Smoky Mountains Study, con oltre 20 anni di informazioni su partecipanti seguiti dai 9 ai 16 anni. In questo modo hanno visto che le vittime di abusi da parte di coetanei hanno un rischio doppio di disturbi alimentari, in particolare di anoressia (11,2 per cento rispetto al 5,6 per cento dei coetanei non bullizzati) e bulimia (27,9 per cento contro il 17,6 per cento) rispetto a chi non ha subito episodi di bullismo. Valori che crescono nei bambini che sono stati sia bulli che vittime (22,8 per cento di anoressia contro il 5,6 per cento degli altri, 4,8 per cento di abbuffate contro l’1 per cento), e ancora di più nei bulli, dove il 30,8 per cento mostra sintomi di bulimia contro il 17,6 per cento dei bambini non coinvolti nel bullismo;
i risultati di 11 studi pubblicati dal 1989 al 2003 dimostrano che gli alunni con disabilità, sia visibili che invisibili, sono vittime di bullismo più frequentemente dei coetanei non disabili, e i ragazzi disabili sono oggetto di prepotenze più spesso rispetto alle ragazze disabili (Carter e Spencer, 2006). La ricerca, peraltro limitata, sulla relazione tra bullismo e necessità educative speciali si è inserita maggiormente nell’ambito delle disabilità visibili, mentre poche ricerche sono state effettuate sull’associazione tra bullismo e disabilità invisibili, tra i quali i disturbi dell’apprendimento. Ma i pochi studi effettuati sono concordi nell’affermare che avere una disabilità, come un disturbo dell’apprendimento, rende gli studenti maggiormente a rischio di subire forme di bullismo;
a tal proposito, va segnalato che, nonostante l’Italia abbia ratificato e dato esecuzione alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità fin dal 2009, ad essa non è stata data piena e completa attuazione e ciò produce effetti negativi anche sulle persone con disabilità vittime di bullismo. Dell’inadeguatezza della legislazione italiana, si dà dato atto nel primo rapporto dettagliato sulle misure prese per rendere efficaci gli obblighi assunti dall’Italia in virtù della Convenzione e sui progressi conseguiti al riguardo, che l’Italia ha presentato all’ONU a novembre 2012. Ad oggi, la principale fonte normativa italiana che si occupa di persone con disabilità (legge 5 febbraio 1992, n. 104) rimane centrata sulla nozione di persona handicappata, superata anche dal punto di vista linguistico, che come scritto nel rapporto: «pone l’accento sulle limitazioni delle facoltà (minorazioni) e lo svantaggio sociale che ne deriva (handicap), dunque sugli elementi che condizionano in negativo la vita della persona con disabilità. Nella legge manca, quindi, un riferimento all’ambiente in cui la “persona con disabilità” vive ed interagisce, in rapporto al quale le “menomazioni” devono essere valutate. L’automatismo secondo cui l’handicap è conseguenza della minorazione è un aspetto potenzialmente critico e superato dalle visioni più recenti della condizione di disabilità»;
anche se dalle ricerche a livello internazionale emerge che tra gli atti di bullismo gli insulti razzisti sono più diffusi, in ambito scolastico è stato osservato che gli studenti riferiscono di sentirsi feriti piuttosto da offese che chiamano in causa la loro «sessualità» che da insulti legati alla loro razza o etnia, alle credenze religiose o al diverso bagaglio culturale;
la maggiore sensibilità mostrata dai giovani verso gli insulti con una connotazione sessuale dipende dal fatto che questi epiteti costituiscono un attacco diretto all’identità dell’individuo, invece che al suo background razziale, culturale o religioso. Ricerche condotte in scuole inglesi, ma la realtà non è differente in Italia, hanno mostrato che epiteti a sfondo sessuale, in particolare quelli che mettono in dubbio la virilità, continuano a essere frequenti nei contesti scolastici e sono scambiati soprattutto tra i maschi;
sul piano socio-politico, numerosi studi qualitativi e quantitativi condotti sempre in diversi Paesi hanno messo in evidenza che il ruolo della scuola continua ad essere quello di un «fattore di mascolinizzazione», cioè un veicolo di promozione di una serie di valori e ideali (maschili) che devono prevalere sugli altri e tutto ciò che non è maschile ed eterosessuale è automaticamente considerato come debole;
esiste ancora un problema di poca considerazione della popolazione studentesca femminile. Questo non indica, come spiegano ad esempio alcuni autori inglesi (Mac e Ghaill), una scelta intenzionale del corpo docente, ma un problema endemico di un sistema educativo mirato a promuovere una visione tradizionalista dei ruoli di genere. Tali atteggiamenti e convinzioni di stampo conservatore sono rafforzati non solo tra generi, ma anche all’interno dello stesso genere. I ragazzi che non corrispondono agli stereotipi, ad esempio, si espongono al rischio di essere aggrediti dai coetanei in quanto non soddisfano le aspettative legate al loro ruolo di genere;
il tema della decostruzione critica dei modelli sociali dominanti tuttora alla base delle relazioni tra i sessi è centrale nella lotta al bullismo. Esso di recente è entrato anche nella Convenzione di Istanbul, ratificata da parte dell’Italia, che ha riaperto nelle sedi istituzionali il dibattito sul fenomeno della violenza sulle donne. Come prevede esplicitamente il III capitolo della Convenzione i Paesi aderenti devono adottare politiche di prevenzione tra le quali un ruolo fondamentale è affidato ad interventi che accompagnino i percorsi scolastici delle ragazze e dei ragazzi, per promuovere cambiamenti nei modelli di comportamento socio-culturali per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea dell’inferiorità della donna o su ruoli stereotipati per donne e uomini. In particolare, si invitano «le Parti [ad intraprendere] le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi». L’invito è a promuovere tali azioni anche nelle strutture di istruzione non formale, nonché nei centri sportivi, culturali e di svago e nei mass media;
programmare e sostenere interventi strutturali, soprattutto a scuola, che contrastino e prevengano il bullismo è fondamentale, ma nessun intervento può raggiungere l’obiettivo se ci si limita al momento repressivo, ignorando la conoscenza dei fenomeni sottostanti e i documenti internazionali che chiedono un impegno nella direzione di decostruire stereotipi e pregiudizi;
tra gli interventi che – soprattutto nella scuola – occorre mettere in campo per contrastare il bullismo, deve esserci quello dell’ascolto da parte degli insegnanti. Su questo è necessario investire per offrire al personale docente gli strumenti e l’aggiornamento necessario a sviluppare o rafforzare le capacità di ascolto dei bisogni degli studenti e delle studentesse;
la recente indagine ISTAT, già citata, contiene dati che non possono essere ignorati relativamente ai diversi contesti socio-educativi in cui i ragazzi si muovono. L’ambito familiare di appartenenza, il rapporto con il gruppo dei pari e il percorso scolastico intrapreso rappresentano elementi rilevanti del vivere quotidiano che incidono sui comportamenti e il modo di relazionarsi dei giovanissimi;
guardando al tipo e al livello di formazione scolastica, è possibile distinguere particolari ambiti dove le azioni di bullismo sono più ricorrenti. Le quote di vittime sono più alte tra i ragazzi 11-13enni che frequentano la scuola secondaria di primo grado. Quelle che in passato si chiamavano «scuole medie» si presentano come l’anello debole del sistema dell’istruzione;
la percentuale di vittimizzazione varia a seconda delle caratteristiche delle famiglie in cui vivono gli 11-17enni. Il 12,2 per cento di quanti vivono in famiglie poco numerose (meno di quattro persone) dichiara di aver ricevuto prepotenze, con cadenza più che settimanale, mentre nelle famiglie in cui sono presenti più fratelli/sorelle risulta relativamente meno consistente la percentuale di ragazzi/adolescenti rimasti vittima di azioni di bullismo;
il 23,6 per cento degli 11-17enni che si vedono raramente con gli amici è rimasto vittima di prepotenze una o più volte al mese, contro il 18 per cento riscontrato tra chi incontra gli amici quotidianamente,

impegna il Governo:

ad assumere iniziative per avviare la modifica e l’integrazione dei piani di studio delle scuole e dei programmi degli insegnamenti del primo e del secondo ciclo, in coerenza con gli obiettivi generali del processo formativo di ciascun ciclo e nel rispetto dell’autonomia scolastica, al fine di garantire — come richiesto dall’articolo 14 della Convenzione di Istanbul – l’inclusione di materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi;
ad assumere iniziative per finanziare, mediante lo stanziamento di adeguate risorse, un piano di formazione per insegnanti di ogni ordine e grado, ma in particolare nella scuola secondaria di primo grado, per lo sviluppo di capacità di ascolto degli studenti, mediante l’adozione di tecniche di « empowerment» delle relazioni, della valorizzazione degli studenti, della pedagogia e della didattica;
a contrastare il bullismo nei confronti delle persone con disabilità dando piena e completa attuazione alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, partendo dall’assunzione di iniziative per eliminazione dell’espressione «persona handicappata» dovunque ricorra leggi e regolamenti e finanziando interventi nelle scuole per diffondere tra i giovani i principi e i contenuti del nuovo «paradigma» introdotto dalla Convenzione;
a partecipare, nella persona della Ministra dell’istruzione, dell’università e della ricerca, all’incontro internazionale dei ministri dell’istruzione organizzato a Parigi dall’UNESCO il 17 maggio 2016 dal titolo « Education Sector Responses to Violence based on Sexual Orientation and Gender Identity/Expression» e a riferirne gli esiti al Parlamento con l’indicazione puntuale delle misure e degli interventi ai quali il Governo intende dare seguito.
(1-01256) «Costantino, Nicchi, Gregori, Scotto, Airaudo, Franco Bordo, D’Attorre, Duranti, Daniele Farina, Fassina, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Kronbichler, Marcon, Martelli, Melilla, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti, Zaccagnini».

Il link Camera http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/01256&ramo=CAMERA&leg=17

 

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La mozione di Sel per la libertà religiosa. Diritto fondamentale che ogni Stato dovrebbe tutelare e riconoscere

MOZIONE
La Camera dei Deputati,
premesso che:
La libertà religiosa è uno dei diritti fondamentali della persona che ogni Stato dovrebbe tutelare, oltre che riconoscere;

la nostra Costituzione, all’ articolo 19, riconosce in modo ampio la libertà di religione, intesa quale diritto di ogni individuo di professare liberamente la propria fede e farne propaganda, nonché di esercitare in privato e in pubblico il culto e, all’articolo 8, riconosce che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge;

nella Dichiarazione Onu del 1948 tutti gli Stati che ne fanno parte si impegnano a garantire non tanto e non solo una mera tolleranza religiosa verso le minoranze, bensì una piena libertà religiosa per tutte e per tutti;

dati recenti testimoniano che il 70 % della popolazione mondiale vive in Paesi caratterizzati da restrizioni o persecuzioni a causa della religione professata;

in Europa, e non solo, oltre alla cristianofobia, sono crescenti i fenomeni di antisemitismo e islamofobia, che vanno assolutamente contrastati con politiche di inclusione sociale;

le persecuzioni sono raramente coperte dall’attenzione dei media, che in ogni caso si concentrano sulle situazioni più note all’opinione pubblica, come quelle caratterizzanti la Cina, il Sudan e l’Afghanistan;

dal punto di vista geografico, la situazione più grave si registra nel Medio Oriente, nell’Africa Settentrionale e nell’Asia meridionale, dove persecuzioni religiose violente sono in atto in tutti i paesi e, di fatto, sono divenute la norma. In particolare, tutti paesi dell’Asia meridionale (Afghanistan, Bangladesh, Nepal, Pakistan, India e Sri Lanka) hanno registrato elevati livelli di persecuzione. La situazione è invece migliore nell’Africa subsahariana, nell’Europa e nell’emisfero occidentale, dove la libertà religiosa appare meglio tutelata;

il Parlamento italiano è impegnato a porre ogni attenzione affinché i propri atti siano esplicitamente orientati al massimo rispetto di tutte le fedi e di tutte le opinioni, oltre che a contrastare ogni forma di violenza;

al fine di scongiurare la prospettiva di uno scontro tra le civiltà e tra le identità culturali e religiose quale possibile e drammatico esito delle crisi culturali e spirituali del nostro tempo, il Parlamento è prioritariamente impegnato a contrastare attivamente ogni forma di intolleranza e fanatismo,

impegna il Governo:

ad attivarsi tramite i canali diplomatici sui governi che impediscono la libertà religiosa affinchè si adoperino a far cessare le persecuzioni religiose;

a rendersi promotore, nell’ambito dell’Unione europea e presso gli Organismi internazionali cui l’Italia partecipa, di iniziative volte a riaffermare i principi di libertà religiosa e di rispetto dei diritti civili, a favorire il dialogo tra i popoli e il dialogo interreligioso;

ad adoperarsi presso gli Stati europei, e nell’ambito della UE, al fine di ampliare il fronte di solidarietà contro le esortazioni alla violenza di esponenti del radicalismo di qualsiasi natura;

a dare continuità e rafforzare la politica estera italiana, con particolare riferimento alla cooperazione, per l’affermazione del diritto alla libertà religiosa e di parola, contro ogni persecuzione, in un’ottica di reciprocità, intendendosi quale libertà religiosa la libertà di praticare la propria fede, di cambiarla o di non averne alcuna.

FRATOIANNI, SCOTTO, KRONBICHLER


Madri, mogli, figlie, lavoratrici. Continua ad essere sempre molto difficile per le donne conciliare tempi e ruoli con lo sport. Il Governo si impegni per dare valore alla pratica dello sport da parte delle donne. Promuovendo e garantendo anche la rappresentanza di genere negli organismi dirigenziali e decisionali delle organizzazioni sportive.

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Il sottosegretario Antonio Gentile rassegni le dimissioni. La mia mozione di sfiducia

Antonio-Gentile-Lora-della-Calabria

MOZIONE

La Camera

considerato che:

Nelle ultime ore fa discutere la nomina a sottosegretario del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti del senatore Antonio Gentile, accusato di aver fatto pressioni al fine di impedire l’uscita di un’edizione del quotidiano “L’Ora della Calabria” che pubblicava la notizia di un’indagine della Procura di Cosenza a carico del figlio;

Il 19 febbraio u.s., infatti, nel corso di una conferenza stampa il direttore del quotidiano calabrese Luciano Regolo ha denunciato che il giorno precedente, il 18 febbraio, si era consumato un fatto gravissimo per la libertà di stampa, perché attraverso la violazione delle più elementari regole della democrazia e del vivere civile, è stata boicottata l’uscita del suo giornale per un presunto guasto alle rotative.“Ultimata la lavorazione del giornale, a tarda ora – ha riferito lo stesso Regolo – l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile, Andrea, al quale sono contestati i reati di abuso d’ufficio, falso ideologico ed associazione a delinquere nell’ambito del caso dell’Azienda sanitaria provinciale. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale, vanificando il mio lavoro e quello dei miei colleghi. È evidente – conclude – che si è trattata di un’azione intollerabile ed ingiusta, e aspetto serenamente che la Procura di Cosenza mi convochi per produrre la documentazione in mio possesso riguardo alle pressioni che il politico italiano, per interposta persona, ha effettuato per evitare che fosse divulgata l’indagine sul conto di suo figlio”;

L’episodio oltre a generare una bufera mediatica e a gettare una luce sinistra sui corretti processi dell’informazione nella regione Calabria, rappresenta la palese violazione della libertà di stampa tutelata nel nostro Paese dall’art. 21 della Costituzione, che inficia gravemente la credibilità pubblica dell’esecutivo appena insediatosi;

La recente nomina del senatore Gentile a sottosegretario, oltre a calpestare la dignità di quei redattori, come lo stesso Regolo, che quotidianamente hanno il coraggio di non tacere di fronte all’arroganza del potere e che sono impegnati con onestà, passione ed obiettività a raccontare l’amara realtà di una terra che certe consorterie vogliono continuare a vedere sottomessa ed arretrata, colpisce alle fondamenta il difficilissimo percorso di ricostruzione di libertà e di identità che tanti calabresi , giornalisti e non, stanno conducendo;

a prescindere dall’eventuale responsabilità penale del neo sottosegretario Sen. Gentile che dovrà essere accertata in sede giudiziaria, appare tuttavia necessario che il Paese e le sue istituzioni siano salvaguardate nel loro prestigio e nella loro dignità. Pertanto ragioni di opportunità e precauzione dovrebbero indurre il Governo ad evitare che personalità espressive di simili comportamenti una collusione tra politica e sodalizi criminosi possano assumere importanti cariche istituzionali giurando fedeltà alla Repubblica ed alla Costituzione ed esercitando funzioni nell’interesse esclusivo della nazione;

il rapporto fiduciario tra Camere e Governo non può non riflettersi anche sul rapporto con i Sottosegretari di Stato, in considerazione del loro ruolo di indirizzo, di supporto e di supplenza dell’attività di Governo nelle sedi parlamentari

impegna il Governo

ad invitare il Senatore Antonio Gentile a rassegnare le dimissioni da sottosegretario di Stato per le Infrastrutture ed i Trasporti.

air_f-35b_cutawayL’Italia esca dal programma di realizzazione dell’aereo da caccia Joint Strike Fighter F-35, ridefinendo il modello di difesa italiano sulla base della Costituzione e sostenendo il ruolo di mantenimento della pace per le Forze armate. Queste alcune delle richieste di impegno al Governo contenute nella mozione (prima firma Giulio Marcon) di 166 parlamentari di Sel, M5s, Pd e Scelta civica.

La mozione vuole far impegnare il Governo ad attivare la riconversione dell’industria bellica per salvaguardare i posti di lavoro che verrebbero a mancare con la sospensione della produzione di nuove armi. Inoltre si chiede alla Nato e agli Stati Uniti la rimozione di tutti gli ordigni nucleari presenti in Italia e di investire i risparmi in opere pubbliche finalizzati alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla tutela del territorio nazionale dal rischio idrogeologico e alla realizzazione di un piano pluriennale per l’apertura di asili nido.[Read more]

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La nostra azione oggi in aula in solidarietà a Ceyda Sungar che con una giacca rossa ha sfidato la polizia turca. Non indietreggiando di fronte al getto violento dell’idrante. Tra poco discuteremo la mozione di Sel sulla legge 194. E come Ceyda saremo parte di questa resistenza quotidiana, “armati” solo di forza di volontà e rivendicando il nostro diritto di autodeterminazione.

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Per il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan

A French soldier wears a visor and face

Sono trascorsi quasi 12 anni dall’inizio della missione Nato in Afghanistan, uno dei conflitti più lunghi, controversi e sanguinosi dove hanno perso la vita oltre 3.000 soldati della coalizione. Oggi a poche ore dal rientro della salma del capitano Giuseppe La Rosa ucciso da una bomba in Afghanistan è ancora più importante fare un’analisi sui costi umani, sociali ed economici della partecipazione italiana alla missione. Senza nascondersi dietro il solito ritornello che non è possibile tornare indietro dagli impegni presi. È urgente avviare il ritiro delle nostre truppe, destinando il 30% di ogni euro risparmiato dalla missione militare alle politiche di cooperazione con l’Afghanistan.

> Leggi e scarica il testo della mozione di Sel

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#Save194. La mozione di Sel

Martedì prossimo discuteremo in Aula la mozione di Sel – depositata il 20 maggio – sulla piena applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Proponiamo di fissare un tetto per i medici obiettori che non superi il 30%, chiediamo la costituzione di un albo dei medici di famiglia obiettori e la pillola abortiva somministrata solo in regime di day hospital (come già avviene in Emilia Romagna). Inoltre promuoviamo delle campagne informative sull’assenza per legge di un diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti.

Nella nostra mozione ricordiamo inoltre che “in ambito medico sanitario il diritto all’obiezione di coscienza è espressamente codificato e disciplinato per legge”. Per l’aborto facciamo riferimento all’articolo 9 della legge n. 194 del 1978; per la sperimentazione animale, l’obiezione di coscienza è disciplinata dalla legge n. 413 del 1993; per la procreazione medicalmente assistita, c’è l’articolo 16 della legge n. 40 del 2004.

> Leggi il testo in pdf della mozione 1-45

 

 

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Annullare la parata militare del 2 giugno. Destinare le risorse risparmiate alle misure contro la crisi

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Abbiamo presentato oggi, ad un mese dal 2 giugno, una mozione parlamentare con la quale si chiede l’annullamento della parata e la destinazione delle risorse risparmiate alle misure contro la crisi e per il lavoro.

“Negli ultimi anni i costi della parata sono aumentati considerevolmente toccando i 3,5 milioni di euro nel 2010 e i 4,4 milioni di euro nel 2011. La parata militare, organizzata in forma meno partecipata, del 2012 ha pesato sul bilancio dello Stato per una cifra di poco inferiore ai due milioni di euro, impegnando nella sfilata ben 2.500 persone tra militari e civili.

Rileviamo l’incongruenza politica e l’inopportunità morale di una spesa così alta in un paese fortemente provato dalla crisi economica, con 6,4 milioni di persone ai margini del mercato del lavoro (stime Istat) e 97 milioni di ore di cassa integrazione registrate nel solo mese di marzo (stime Cgil)”.

Per questo chiediamo al governo ad annullare la parata militare del 2 giugno e a destinare le risorse in tal modo risparmiate ad altre urgenze sociali.

Fava, Scotto, Duranti, Piras, Marcon, Zan, Piazzoni, Sannicandro, Ragosta, Pilozzi, Placido, Ricciati, Pannarale, Kronbichler, Nardi, Paglia, Lacquaniti, Melilla, Zaratti, Quaranta, Nicchi, Fratoianni, Costantino