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Perché un residence in cemento a Capo Colonna? Perché il Ministero dei beni culturali non fa rispettare i vincoli paesaggistici? La mia interrogazione

capo colonna
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-15208

COSTANTINO, DURANTI, RICCIATTI, CARLO GALLI, GIANCARLO GIORDANO, PANNARALE e SANNICANDRO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare . — Per sapere – premesso che:
Capo Colonna, in provincia di Crotone, in località Torre Scifo, ospita l’ultima delle 48 colonne doriche che costituivano il tempio di Hera Lacinia;
il sito, edificato nel VI secolo a.C., è molto suggestivo per la sua posizione strategica lungo le rotte marittime che univano Taranto allo Stretto di Messina e fu uno dei santuari più importanti della Magna Grecia;
il titolo V della legge 31 dicembre 1982, n. 979, che ha previsto la costituzione lungo le coste italiane di 20 riserve marine, tra le quali quella di «Capo Rizzuto», una riserva naturale che interessa l’area marina costiera antistante i comuni di Crotone e Isola Capo Rizzuto, lungo la quale, c’è il tratto da Torre Scifo verso località Alfiere, recita testualmente: «Le riserve marine sono costituite da ambienti marini dati dalle acque, dai fondali e dai tratti di costa prospicienti che presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche, biochimiche con particolare riguardo alla flora ed alla fauna marina costiera e per l’importanza scientifica, ecologica, educativa ed economica che rivestono»;
in quest’area paesaggisticamente vincolata è sorta una struttura alberghiera composta da 79 bungalow per una ricezione di 237 ospiti, cui s’aggiungono un ristorante in via di realizzazione che appare in netto contrasto con l’edilizia circostante e un gioco d’acqua per bambini che diventa (in caso d’orticaria per l’acqua che qui è più salata che altrove) un’enorme piscina di 4 metri e mezzo di profondità, fronte mare, a ridosso del demanio; nel 2006, gli imprenditori e fratelli Scalise, promuovono su un terreno agricolo che da piano regolatore consente attività agrituristica la realizzazione di un «camping» presentato come strutture leggere amovibili che di fatto diventano villaggio turistico;
gli sbancamenti per i lavori iniziano nel 2013, una sanatoria concessa dalla regione nel 2015 e il paesaggio visibilmente alterato, all’interno della riserva marina di Capo Rizzuto in una baia che custodisce 2 relitti romani tra cui il relitto Orsi, un cantiere a ridosso d’una masseria del ‘700, a pochi metri dalla Torre d’avvistamento Lucifero del ’600, in uno dei rari tratti di costa calabrese finora intatto. Con l’aggravante che questa operazione si tradurrà nella cementificazione di Capo Colonna (http://www.ilfattoquotidiano.it);
nonostante la mobilitazione di associazioni ambientaliste locali e della cittadinanza, ad oggi le sole opere visibili sono piattaforme di cemento, e sbancamenti, nonostante la Soprintendenza dichiari che i lavori sono stati già svolti. Il rischio è perciò è quello di un’accelerazione dei lavori, così come richiesto dall’avvocato degli Scalise che li difende nella battaglia contro i vincoli paesaggistici, Domenico Grande Aracri, fratello di Nicolino al vertice della cosca di Cutro, protagonista dell’operazione Aemilia condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Bologna –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e come intendano tutelare, per quanto di competenza, il patrimonio culturale e ambientale, garantendo la piena applicazione della legge sulle riserve marine e i vincoli paesaggistici di Torre Scifo. (4-15208)

Il link all’interrogazione: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/15208&ramo=CAMERA&leg=17

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Cara Valeria, non ci sono più scuse, introduciamo l’educazione sentimentale nelle scuole. Il mio articolo sull’HuffingtonPost

08/10/2015 Roma, Aula del Senato, discussione generale sul DEF, nella foto  Valeria Fedeli

08/10/2015 Roma, Aula del Senato, discussione generale sul DEF, nella foto Valeria Fedeli

Tre anni fa ho depositato alla Camera una proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole. Un anno dopo, in Senato, Valeria Fedeli ha presentato una proposta di legge sull’educazione di genere simile alla mia.

Insieme abbiamo partecipato a molte iniziative, ci siamo confrontate spesso su questo tema e, pur avendo posizioni diverse sulle modalità di intervento, sulle questioni di fondo c’è stata sempre grande sintonia. A un certo punto però la fase del confronto pubblico sulle proposte si è arrestata. È successo quando – nella Buona scuola – è stato approvato un emendamento del Partito democratico in cui, in maniera assolutamente generica, veniva proposta alle scuole “la promozione alle pari opportunità”. Adesso non ci sono più scuse: è il momento di riprendere il cammino e approvare finalmente una legge.

La strada è già tracciata. Quella norma di principio, senza possibilità di applicazione concreta, infatti come chiunque può verificare non funziona. Per questa ragione – alla Camera – abbiamo insistito affinché fosse incardinata la nostra proposta di legge. Pensiamo infatti ci sia bisogno di ragionare in maniera strutturale e organica su come fare entrare nelle scuole quello che la Convenzione di Istanbul, all’articolo 14, chiede a tutti gli Stati che l’hanno ratificata e cioè inserire una forma di educazione all’affettività in tutti gli istituti di ogni ordine e grado.

Grazie a un pressing costante di Sinistra Ecologia e Libertà, il risultato di iniziare l’iter è stato portato a casa: a luglio infatti è stato incardinato il provvedimento nella VII commissione. Nel frattempo, tutte le altre forze politiche hanno presentato una loro proposta di legge, sono state fatte le audizioni ed è stato composto un comitato ristretto per tentare di arrivare ad una sintesi delle proposte in campo.

La ministra Giannini non ha mai fatto aperture concrete all’educazione sentimentale nelle scuole, si è ma sempre limitata a dichiarazioni generiche. In ultimo, proprio rispetto alle linee guida del Ministero, si è pronunciata sostenendo che non sarebbe mai stato imposto nelle scuole questo tipo di insegnamento, ma che avrebbero deciso i singoli istituti grazie all’autonomia scolastica.

Ha descritto cioè esattamente la situazione che esisteva già prima della Buona scuola. Infatti io in questi anni, presentando la proposta di legge sull’educazione sentimentale, con la campagna #1oradamore ho monitorato il Paese e trovato un’Italia a doppia velocità. Da una parte dirigenti scolastici illuminati e docenti sensibili che hanno aperto la scuola a esperienze e laboratori utili strumenti contro la violenza sulle donne, l’omofobia, il razzismo e il bullismo, dall’altra parte realtà in cui i ragazzi e le ragazze – gli adolescenti soprattutto – non hanno alcun riferimento nell’istituzione scuola.

E oggi c’è un’aggravante in più: gli istituti che prima, in autonomia, facevano progetti sull’educazione sentimentale, adesso dopo la propaganda inventata sulla teoria del gender hanno difficoltà a riproporre quello schema perché ci sono famiglie terrorizzate dall’indottrinamento dell’omosessualità nella scuola.

Questo governo Renzi senza Renzi non ha nessuna novità se non proprio nella delega all’istruzione. Non c’è più la ministra Giannini, c’è appunto l’ormai ex vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli. Tutt’altra formazione, tutt’altra esperienza, tutt’altra sensibilità. La scuola vive un momento drammatico, sono tante le questioni aperte e da correggere.

Ha bisogno di tanta cura, mancata soprattutto con quest’ultima riforma che tutto è fuorché buona. Tra le cose in sospeso c’è questa. Non siamo all’anno zero ma come dicevo è già iniziato l’iter. Questo significa che, in un paio di mesi, noi potremmo avere la legge approvata.

Mi rivolgo quindi alla nuova ministra all’Istruzione Valeria Fedeli chiedendole di fare con coerenza quello che, da semplice senatrice di maggioranza, ha sempre sostenuto in questi anni: facciamo uscire l’Italia dal Medioevo, riallineiamoci al resto d’Europa, rispettiamo la Convenzione di Istanbul.

Solo noi e la Grecia non abbiamo una forma di educazione alla sessualità, all’affettività nell’ordinamento scolastico. Facciamolo per le nuove generazioni e facciamolo anche per noi donne impegnate in politica. Dimostriamo la “differenza”. Quella che per una volta porta un ministro, e un governo, non a cambiare idea, ma ad andare avanti fino in fondo.

http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/cara-valeria-non-ci-sono-piu-scuse-introduciamo-leducazione-sentimentale-nelle-scuole_b_13622930.html?utm_hp_ref=italy

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Cosa è successo a Youssef Mouhcine, morto suicida nel carcere di Paola a qualche giorno dalla sua scarcerazione? La mia interrogazione

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Interrogazione a risposta scritta 4-14951

COSTANTINO, MARCON, DURANTI, RICCIATTI, AIRAUDO, MELILLA, CARLO GALLI, PLACIDO e PANNARALE.

Al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale . — Per sapere – premesso che:
la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2016 Youssef Mouhcine, 31 anni, marocchino, si suicida nella casa circondariale di Paola, in provincia di Cosenza, inalando il gas di una bomboletta che aveva in dotazione, avvolgendosi la testa in un sacchetto di plastica, a 15 giorni dalla sua scarcerazione;
i familiari di Mouhcine vengono avvertiti, a tumulazione avvenuta a spese dell’amministrazione, tramite telefonata che li raggiunge a Casablanca in Marocco, solo alcuni giorni dopo il decesso, il 27 ottobre, dove risiedono, nonostante la legge sull’ordinamento penitenziario n. 354 del 1975 (articolo 29, comma 2) ed il relativo regolamento di esecuzione di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000 (articolo 63, comma 1) preveda che, in casi del genere, debba esserne data immediata notizia ai familiari con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune;
la famiglia non può perciò riavere il corpo per seppellirlo in Marocco con il tradizionale rito islamico, come essa stessa aveva richiesto, nonostante l’ordinamento penitenziario (articolo 44, comma 3) ed il regolamento di esecuzione (articolo 92, comma 7) preveda che la salma debba essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e che questa venga sepolta dall’amministrazione nel caso in cui i congiunti non vi provvedano;
il pubblico ministero della procura di Paola aveva disposto l’esame autoptico sulla salma del detenuto affidato ad un medico legale;
Mouhcine, secondo quanto riferito dai familiari, nel corso della sua detenzione a Paola, sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, essendo stato allocato in una cella liscia e costretto a dormire per terra sul pavimento; egli, infine, riferiva di aver subito non meglio definiti «maltrattamenti» e che non gli veniva consentito di intrattenere, con regolarità, corrispondenza telefonica con la sua famiglia;
sul decesso di Mouhcine il consolato generale del Regno del Marocco di Palermo ha chiesto delucidazioni in merito alla direzione della casa circondariale di Paola, su sollecitazione dei familiari. Ancora nessuna risposta è stata fornita dalla direzione;
nella stessa casa circondariale, nei mesi scorsi, è morto il detenuto Maurilio Pio Morabito, reggino di 46 anni, anche lui in prossimità del fine pena; il detenuto, nonostante avesse già compiuto atti autolesionistici e posto in essere gesti autosoppressivi, era stato allocato in una cella liscia nel reparto di isolamento, ove si sarebbe impiccato con una coperta alla grata della finestra; su tale fatto, la procura della Repubblica di Paola ha avviato un procedimento penale, al momento nei confronti di ignoti;
nella casa circondariale di Paola, alla data del 31 ottobre 2016, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, erano ristretti 218 detenuti (36 in esubero), 84 dei quali stranieri; nell’istituto, come più volte denunciato dai Radicali italiani all’esito di alcune visite effettuate, non vi sono mediatori culturali, nonostante la rilevante presenza di stranieri –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
con quale modalità fosse garantita la sorveglianza all’interno dell’istituto e se fosse presente il medico penitenziario al momento del decesso;
per quali motivi i familiari di Mouhcine non siano stati tempestivamente avvisati dell’avvenuto decesso e perché l’istituto abbia provveduto a spese dell’amministrazione alla sepoltura del detenuto straniero presso il cimitero di Paola e se, per tutti questi motivi, non si ritenga opportuno adottare opportune iniziative disciplinari nei confronti del direttore;
se nella casa circondariale di Paola, alla data odierna, vengano ancora utilizzate «celle lisce» così come recentemente attestato da una visita effettuata da una delegazione di Radicali italiani. (4-14951)

Il link all’interrogazione: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14951&ramo=CAMERA&leg=17

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La mia interrogazione sullo spacchettamento dei servizi del Centro Donna di Venezia

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Interrogazione a risposta scritta 4-14960

COSTANTINO, MARCON, RICCIATTI, DURANTI, AIRAUDO, MELILLA, CARLO GALLI, PLACIDO e PANNARALE.

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali . — Per sapere – premesso che:
il Centro donna di Venezia rappresenta il luogo simbolico e reale della presenza delle donne nella città e della loro cittadinanza attiva. Ha organizzato in questi anni centinaia di iniziative nelle scuole, nei quartieri e nel territorio, volte a combattere le discriminazioni e la misoginia e ad affermare il valore della differenza sessuale. Il Centro donna infatti ha rappresentato in tutti questi anni un’esperienza profondamente innovativa e di avanguardia nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza, che è diventato un modello a livello nazionale ed europeo e ha fatto di Venezia per eccellenza una «città delle donne»;
la delibera istitutiva del 19 dicembre 1988 e successive integrazioni lo riconosce come «luogo di elaborazione politica e culturale autonoma e separata delle donne» e prevede l’organizzazione di tre servizi unitari e coordinati: il Centro donna con la biblioteca, il Centro antiviolenza, l’Osservatorio donna, a cui si è aggiunto in seguito il Centro donna multiculturale;
la delibera di giunta n. 278 del 27 settembre 2016 «Riorganizzazione del Comune di Venezia — Attuazione seconda fase» nei fatti avvia lo «spacchettamento» dei tre servizi, attraverso la separazione di «funzioni e servizi» che afferiscono a due diverse direzioni — cultura e coesione sociale — facendo venir meno in tal modo la fondamentale ed essenziale unitarietà, mentre la delega alla cittadinanza delle donne risulta svuotata e solo nominale, eliminando anche la figura istituzionale della referente, fondamentale per garantire la coesione del progetto e l’indispensabile mediazione con la pluralità dei gruppi e delle istanze delle donne;
se è vero che separare i tre servizi non voglia dire chiuderli, è anche vero che la loro disconnessione spoglierebbe questo decennale progetto della sua specificità. Facendo passare la biblioteca di genere al sistema bibliotecario comunale (divenendo una biblioteca tra le tante e perdendo ogni specificità) e conglobando il Centro antiviolenza al Referato alle politiche sociali, e perciò staccando in pratica la biblioteca dal Centro antiviolenza e privandoli di un’unica direzione che si è dimostrata vincente e inclusiva, si perde un’esperienza decennale gestita dalle donne per le donne –:
se i Ministeri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, visto il rilancio delle politiche di genere promosso dal Governo di questi ultimi mesi, come si intendano tutelare e valorizzare, per quanto di competenza, questo tipo di esperienze, anche e soprattutto sullo slancio della Convenzione di Istanbul, che lega imprescindibilmente il contrasto della violenza di genere alla cultura. (4-14960)

Il link all’interrogazione: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14960&ramo=CAMERA&leg=17

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Presentata la mia interrogazione sulle aste al doppio ribasso imposta dalla Grande Distribuzione Organizzata

spolpati

Interrogazione a risposta scritta 4-14962

COSTANTINO, RICCIATTI, DURANTI, AIRAUDO, MELILLA, CARLO GALLI, PLACIDO e PANNARALE

Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali . — Per sapere – premesso che:
la grande distribuzione organizzata (Gdo) svolge un ruolo centrale nella determinazione dei prezzi verso il basso dei prodotti trasformati e della stessa materia prima. Una parte consistente del pomodoro trasformato in commercializzazione in Italia è venduto sotto forma di private label, cioè marchi emanazione diretta della Gdo. Molti degli industriali non portano avanti un proprio marchio, ma svolgono il ruolo di fornitori di private label;
il ruolo rilevante che ha assunto negli ultimi anni il meccanismo e la concentrazione della Gdo nelle mani di pochi attori a fronte di un’estrema frammentazione degli anelli precedenti, rende questi ultimi molto fragili e pesantemente ricattabili. Alcuni attori della grande distribuzione stabiliscono il prezzo prima della stagione mediante il cosiddetto meccanismo delle aste on-line con doppia gara al ribasso;
dal terzo rapporto «Spolpati. La crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e sostenibilità», nato all’interno della campagna «Filiera sporca», realizzata dall’associazione Terra ! onlus e Associazione daSud si apprende come funziona il sistema, che somiglia in tutto e per tutto al gioco d’azzardo: viene convocata per e-mail una prima asta tra gli industriali, in cui si richiede un’offerta di prezzo per una certa commessa (ad esempio, un certo quantitativo di barattoli di passata e/o latte di pelati). Gli industriali hanno una ventina di giorni per fare un’offerta. Raccolte le proposte, lo stesso committente convoca una seconda asta on-line, la cui base di partenza è l’offerta più bassa. Questa seconda asta on-line è nuovamente al ribasso e il tutto si svolge nel giro di un paio d’ore: vincerà chi farà l’offerta minore. Questo meccanismo pregiudica fortemente il funzionamento della filiera, sia per la rapidità con cui si svolge, sia perché gli industriali vendono allo scoperto (le aste avvengono in primavera, quando la stagione non è cominciata, né è stato chiuso il contratto tra produttori e industriali), ovvero quando non hanno ancora il pomodoro da trasformare. Questo sistema impone uno schiacciamento dei costi e rende estremamente deboli gli industriali che producono pomodoro;
per tutelare la competitività e la correttezza imprenditoriale, la legge vieta di vendere al di sotto del prezzo di produzione. Così accade che la Gdo imponga agli industriali di dichiarare un costo di produzione più basso, in modo da poter ottemperare a questo obbligo, con la minaccia, per gli industriali, di perdere la commessa;
questo meccanismo ha una serie di ripercussioni a catena su tutta la filiera. Avendo pre-venduto parte della produzione a prezzi bassissimi, l’industriale dovrà necessariamente rifarsi sul produttore, imponendogli a sua volta prezzi d’acquisto i più bassi possibili e cercando appena possibile di svincolarsi dagli obblighi contrattuali, che già prevedono prezzi d’acquisto al limite della sussistenza per gli agricoltori;
nei fatti poi l’asta on-line, essendo fatta su grandi numeri e prima dell’inizio della stagione, definisce il prezzo d’acquisto della Gdo dalla grande industria, soprattutto per i cosiddetti «prodotti base» o «prodotti primo prezzo»;
il meccanismo delle aste on-line, per quanto rispetti i termini di legge, ha l’effetto di strozzare la filiera, perché obbliga l’industria ad abbassare i prezzi e a rivalersi sull’agricoltore –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non ritenga necessario assumere d’urgenza iniziative per vietare l’utilizzo delle aste on-line a doppio ribasso, tutelando così l’intera filiera produttiva. (4-14962)

Il link all’interrogazione: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14962&ramo=CAMERA&leg=17

 

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Oggi alla Camera, il terzo rapporto FilieraSporca: Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità

Oggi abbiamo presentato alla Camera il terzo rapporto di #FilieraSporca. Perché la battaglia al caporalato non è finita, perché abbiamo bisogno di trasparenza, perché il Sud deve ripartire, perché l’agricoltura è una delle opportunità per uscire dalla crisi. Grazie a Fabio Ciconte e Stefano Liberti per il lavoro di ricerca che hanno svolto e grazie alle associazioni Terra e daSud per la campagna.

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La mia interrogazione sulla morte della giovane donna all’Ospedale Cannizzaro di Catania per obiezione di coscienza del personale medico

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Interrogazione a risposta scritta 4-14592
Venerdì 21 ottobre 2016, seduta n. 696

COSTANTINO, DURANTI, RICCIATTI, NICCHI e FRATOIANNI. — Al Ministro della salute . — Per sapere – premesso che:
il 29 settembre 2016 Valentina Melluzzo, trentaduenne di Palagonia, incinta di due gemelli viene ricoverata presso l’ospedale Cannizzaro di Catania per una sospetta dilatazione dell’utero;
la situazione rimane sotto controllo fino al 15 ottobre 2016, quando la paziente viene colpita da febbre alta, vomito e forti dolori, fino a quando un esame ecografico della stessa giornata non rileva la sofferenza fetale di uno dei due feti;
nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, a distanza di qualche ora l’uno dall’altro, entrambi i gemelli muoiono in grembo, vengono poi asportate le placente, dopo quella che risulterebbe, per gli interroganti, una tardiva stimolazione all’espulsione dalla madre, che inizia a versare in condizioni gravissime, venendole diagnosticata una forte infezione e per questo viene trasferita in rianimazione dove muore alle 14 del 16 ottobre 2016;
secondo quanto riportato nell’esposto consegnato presso la procura di Catania dall’avvocato della famiglia Salvatore Catania Milluzzo, il medico di turno nel reparto ginecologia si è rifiutato di intervenire perché obiettore di coscienza «fino a quando – queste sarebbero state le sue parole – il bambino non è morto»;
in seguito alla decisione del Ministro interrogato di avviare un’ispezione che accerti le responsabilità, il primario di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro, anche presidente della società italiana di ostetricia e ginecologia, Paolo Scollo, ha affermato: «nel mio reparto sono tutti obiettori e quando è il caso vengono fatti intervenire specialisti esterni». «Non esiste l’obiezione di coscienza in un aborto spontaneo – dice –, la signora prima ha abortito e poi è stata male. E nessuno dei miei medici ha mai pronunciato quelle parole. È tutto falso»;
la Sicilia è in testa nella classifica dei medici ospedalieri obiettori di coscienza e, se il mancato intervento dell’obiettore verrà ritenuto responsabile della morte della paziente, ci si troverebbe davanti all’ennesima interruzione di pubblico servizio, e davanti a una vera e propria omissione delle proprie funzioni da parte di un medico, omissione che avrebbe condotto direttamente alla morte della giovane paziente –:
quali iniziative, per quanto di competenza, il Ministro interrogato intenda assumere per gestire la massiccia presenza degli obiettori di coscienza negli ospedali italiani, garantendo la continuità di pubblico servizio, oltre che la tutela della salute, della vita e delle scelte delle donne. (4-14592)

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Migranti, professoressa razzista su facebook: “Bruciateli vivi”. L’interrogazione di Giulio Marcon e mia

Mentre sono a Reggio Calabria a manifestare contro la violenza sulle donne… qualcuno mi scrive che sono una “scrofa marxista” perché ho denunciato insieme a Giulio Marcon una storia di razzismo. L’interrogazione si trova a questo link: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14554&ramo=CAMERA&leg=17

Da Repubblica.it del 21 ottobre 2016 http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/21/news/venezia_professoressa_razzista-150258701/

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L’interrogazione sulla docente del liceo di Venezia che inneggia al fascismo e alla morte dei migranti

Interrogazione a risposta scritta 4-14554

MARCON e COSTANTINO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca . — Per sapere – premesso che:
la professoressa Fiorenza Pontini, proveniente dal liceo Foscarini, a partire dall’anno scolastico in corso, insegna lingua inglese presso il liceo Marco Polo di Venezia;
dall’osservazione del profilo aperto di facebook della docente a giudizio degli interroganti si evince chiaramente la sua posizione politica incentrata sull’intolleranza, sul razzismo e sull’apologia del fascismo focalizzando la sua attenzione specialmente contro gli immigrati e i mussulmani;
le frasi rivolte verso questi ultimi sono assolutamente raccapriccianti: «morissero tutti», «vi brucerei vivi». Giunge persino a «consigliare» una sorta di pulizia etnica nei confronti dei bambini musulmani: «E poi ho torto quando dico che bisogna eliminare anche i bambini dei mussulmani tanto sono tutti futuri delinquenti»;
di profili come questi in giro nei social network ve ne sono a migliaia, ma qui ci si trova di fronte al profilo pubblico di una docente di una delle più importanti scuole del centro storico veneziano, in cui studiano un migliaio di ragazzi dai 14 ai 19, e tra questi, ovviamente, c’è pure un numero crescente di ragazzi stranieri e di musulmani;
ovviamente il profilo di questa «docente» è già noto a molti studenti;
guardando il profilo sembrerebbe emergere che aderisce all’ideologia fascista, in quanto inneggia al duce, e nel suo profilo vi sono pure insulti di varia gravità anche nei confronti della Presidente della Camera Boldrini e del Presidente del Consiglio Renzi –:
se non sussistano i presupposti per avviare un’ispezione in relazione al comportamento della docente di cui in premessa al fine di valutare se ricorrano gli estremi per una iniziativa disciplinare. (4-14554)

 

Link camera.it: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14554&ramo=CAMERA&leg=17

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Perché Villa Sant’Urbano, confiscata alla mafia, è in mano ai privati? La mia interrogazione al Mibact

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Interrogazione a risposta scritta 4-14397

COSTANTINO, RICCIATTI, DURANTI, CARLO GALLI, KRONBICHLER e NICCHI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
dopo 8 anni, nell’ottobre del 2013 la Corte di cassazione ha stabilito di procedere con la confisca completa di tutti i beni appartenenti a Danilo Sbarra, il costruttore romano referente di Cosa Nostra, della Camorra e della banda della Marranella, morto nel 2006, che per anni e anni ha riciclato i fondi della criminalità organizzata, proteggendo il suo impero tramite un intricato sistema di prestanomi;
la confisca ha riguardato quarantanove immobili, tra cui la Villa Sant’Urbano nel parco della Caffarella, sull’Appia Pignatelli, appartamenti e negozi a Sabaudia, a Vieste e in Sardegna, le quote maggioritarie (e in caso minoritarie) di nove società fittizie, per un valore complessivo di quaranta milioni di euro;
testualmente, la sentenza recita: «Tutte le eccezioni formulate dai difensori sul punto dell’ineseguibilità della misura di prevenzione patrimoniale, devono intendersi superate, in quanto Danilo Sbarra, seppur assolto dal 416-bis (l’associazione di stampo mafioso) è ritenuto soggetto di pericolosità sociale per i suoi rapporti qualificati con esponenti illustri di associazioni di stampo mafioso, finalizzati al reinvestimento di denaro di provenienza illecita»;
uno degli affari più redditizi in cui il riciclaggio di fondi della criminalità organizzata ha portato alla confisca del bene è stata la villa Sant’Urbano. Danilo Sbarra, amico fraterno di Pippo Calò, boss della mafia soprannominato «il cassiere di Cosa Nostra», compra la maxi struttura immersa nel parco archeologico con tempio annesso, da Domenico Balducci, esponente della Banda della Magliana. «Dopo aver eseguito dei lavori di ristrutturazione con soldi di dubbia provenienza, nel 1991 il comune di Roma decise di acquistare il tempietto staccando un assegno di 4,9 miliardi di lire intestato alla “Erode Attico”, società di Sbarra. Su quella compravendita gli investigatori accesero un faro, perché quell’intera struttura all’Appio presentava diverse irregolarità e fu per questo messa sotto sequestro preventivo», afferma un articolo di Repubblica dell’8 ottobre del 2013;
la difficile trattativa tra l’amministrazione e la Erode Attico portò, nel 1997, il comune di Roma ad avviare le pratiche di esproprio. L’esproprio però non venne mai eseguito. Tre anni dopo la società Erode Attico di propria iniziativa riavvia gli accordi presentando istanza di «cessione volontaria». Una mossa tanto abile quanto lecita che consentì a Sbarra di chiudere la partita riguardante l’area del «Tempio» ma continuando nel resto dell’area la propria attività commerciale di ristorazione all’interno della quale avvenivano riunioni della malavita; tutta l’area, appunto, viene confiscata con la sentenza della Corte di Cassazione nel 2013;
i cittadini residenti e il municipio VIII, spingendo verso un protocollo d’intesa con la Soprintendenza, e convinti della necessità di valorizzare l’intera area e compresa la Villa che nel frattempo era in gestione di privati (inserita nel parco regionale dell’Appia Antica), piuttosto che il solo Tempio di Sant’Urbano, hanno chiesto all’allora sindaco Ignazio Marino «di lavorare per annettere al patrimonio comunale la villa adiacente, per strappare al privato un’area importantissima del Parco della Caffarella, tutta da indagare e studiare e che potrebbe svelare, attraverso indagini archeologiche, il passato di quello che era il tempio di Cerere e Faustina»;
nel maggio del 2016 si viene a sapere che il comune di Roma non ha esercitato il diritto di prelazione su villa Sant’Urbano. Ciò significa che la villa non è stata acquisita dal patrimonio capitolino, e che l’asta è stata vinta da una società, dopo l’asta aperta ai privati e su cui, appunto, il comune non ha posto il suo diritto prelazione nonostante l’opposizione del municipio VIII e benché la Soprintendenza avesse dichiarato che era già previsto un piano per l’utilizzo della villa –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, come intenda ovviare, per quanto di competenza, alla perdita di un bene che, in quanto confiscato, dovrebbe essere aperto al pubblico e utilizzato a finalità sociali, e come, soprattutto, intenda procedere rispetto alla tutela e alla valorizzazione di Villa Sant’Urbano, in quanto area fondamentale per ottimizzare i lavori di recupero e riqualificazione dell’intera area artistica dell’antico tempio della Caffarella, dedicato a Cerere e Faustina. (4-14397)

Per monitorare la risposta on line: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14397&ramo=CAMERA&leg=17

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L’educazione sentimentale arriva alla Camera! #1oradamore

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Oggi inizia in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati l’iter sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.
Una giornata storica per tutti noi che abbiamo creduto in questa proposta di legge e abbiamo continuato a fare pressione dal basso affinché venisse discussa in Parlamento.
Siamo davvero all’inizio. Il percorso è ancora lungo e bisognerà vigilare affinché non vengano ulteriormente dilatati i tempi. Un dato però c’è e ce lo dobbiamo rivendicare tutti insieme: finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo.
In tanti c’avevano provato negli anni. Noi siamo gli unici ad esserci riusciti. Perché? Perché questa proposta di legge, fin dalla sua scrittura, si è avvalsa di una cosa fondamentale: la partecipazione. Dall’ascolto delle operatrici dei Centri antiviolenza (Cosenza, Napoli, Padova, Potenza, Ferrara, Catania, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Pescara, Pordenone, Roma, Latina, Casal di Principe) che sono andata a visitare nel viaggio che ho chiamato #RestiamoVive; ai suggerimenti che mi sono arrivati da insegnati, dirigenti scolastici, associazioni, cooperative, movimenti, case editrici, giornalisti, psicologi e pedagogisti.
Grazie all’associazione daSud e a Change.org, ormai tre anni fa lanciammo la campagna #1oradamore: era un modo per far conoscere la proposta di legge e per sostenerla affinché non venisse lasciata in un cassetto come purtroppo avviene alla stragrande maggioranza delle proposte di iniziativa parlamentare. In più, il pericolo – rispetto all’educazione sentimentale – era che il tema in sé venisse cassato perché considerato tema sensibile, questione “etica” su cui è bene non legiferare. Di solito ci si appella a queste argomentazioni per scongiurare le decisioni.
Oggi siamo di fronte a una nuova sfida. Teniamoci pronti a parare i colpi di una discussione che non sarà affatto facile. Che ripercorrerà in parte quel discorso pubblico agghiacciante che abbiamo già ascoltato con le Unioni civili e la Step child adoption e che vedrà al centro il fantasma della teoria del gender, con tutte le falsità che ne conseguono: masturbazione in classe dei bambini, indottrinamento ideologico, sponsorizzazione dell’omosessualità e transessualità e tante altre amenità affini.
Noi invece manterremo la barra ferma sullo spirito, sull’obiettivo della legge e sulle numerose esperienze che già esistono nelle scuole italiane e alle quali ci siamo ispirati per condurre questa battaglia culturale. Una su tutte: l’associazione Scosse. Grazie a loro lavoro su Roma e grazie anche al festival che promuovono “Educare alle differenze”, arriviamo a questo appuntamento forti di una pratica già consolidata, attivata nel tempo, che ci racconta come il Paese è più avanti della politica. Cioè quello che noi proviamo a sancire in un testo di legge esiste già: il problema è che solo alcuni bambini e alcuni ragazzi hanno la fortuna di averne accesso. Con questa legge, invece, rendiamo organico e strutturale un modello di insegnamento che, laddove è stato fatto, ha prodotto risultati importanti. In Italia come in Europa.
Non a caso la Convenzione di Istanbul caldeggiata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, votata all’unanimità ormai tre anni fa, chiedeva nell’articolo 14 agli Stati ratificanti di inserire l’educazione all’affettività – prima si chiamava educazione sessuale – nelle scuole di ogni ordine e grado. L’hanno riconosciuta necessaria tutti i paesi del nord Europa a partire dagli anni 50. Poi, a cascata, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, l’hanno assunta anche la Germania, la Francia, l’Olanda, il Regno Unito, la Spagna. Lasciando l’Italia e la Grecia come unici Paesi in cui nulla in termini normativi è mai stato fatto.
Adesso, e lo vedremo, sembra sia arrivato anche il nostro momento e nessuno pensi che tutto si gioca in Parlamento. Non è finito lo sforzo con cui avete contribuito a questo primo successo. La pressione affinché non venga snaturata “troppo” la legge ci deve vedere di nuovo tutti impegnati. Bisogna vigilare e monitorare il lavoro istruttorio. A partire dall’adozione del testo base. La nostra legge non è l’unica ad essere stata presentata in questi anni: ci sono proposte che vanno da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 stelle. Siamo consapevoli che l’ora dedicata all’educazione sentimentale sarà molto difficile da portare a casa, ma ci sono dei punti sui quali ci deve essere grande fermezza: formazione a tutti gli insegnanti e libri di testo.
Chi fa la formazione? C’è un elenco sterminato. Dimentichiamo che anche in Italia sono arrivati nelle accademie universitarie i corsi di laurea in gender studies materia in sé già multidisciplinare esattamente come multidisciplinare deve essere l’approccio alla prevenzione e al contrasto alla violenza. Tre filoni vanno seguiti: educazione sessuale, educazione civica, educazione di genere. E poi l’esperienza pratica da cui poter attingere che sono appunto i centri antiviolenza e le associazioni che in questi anni questo ruolo di formatori l’hanno già assunto.
Quali libri di testo? Anche qui l’elenco è sterminato. Bisogna far seguire il codice Polite e bisogna dare spazio alla lettura e alla letteratura di genere.
Battaglie coraggiose sono state intraprese in questi anni, penso a quella della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi che dopo aver portato delle favole che tengono conto dei cambiamenti sociali se l’è viste come nei peggiori periodi oscurantisti bandite dalle biblioteche della città per decisione del Sindaco. E tante tante realtà – piccole e grandi – che sono state capaci di produrre e diffondere la cultura della realtà.
Oggi ci dobbiamo riconnettere ancora una volta. E farlo però non più in una condizione di debolezza ma di forza perché il primo risultato lo abbiamo prodotto. L’associazione Frida Kalho di Marano (Napoli) con alla testa Stefania Fanelli che, generosamente, a spese proprie, ha prodotto 10.000 cartoline per chiedere al Governo di discutere la proposta di legge può dire a se stessa di avere vinto. Di esserci riuscita. Ma adesso ci aspetta un altro step non meno faticoso e va seguito con attenzione.
I mezzi e gli strumenti per osservarlo direttamente e in trasparenza esistono: gli stenografici del lavoro in commissione attraverso il sito della Camera e le dirette video dell’aula; la comunicazione costante dei parlamentari del gruppo di Sinistra Italiana con un attenzione maggiore chiaramente da parte mia che sono la prima firmataria e da parte di Annalisa Pannarale che seguirà il provvedimento in commissione; il lavoro di diffusione che metteranno i campo le compagne che hanno dato vita a Pink Factor Elettra Deiana, Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti, Maria Pia Pizzolante, Giorgia Serughetti; le giornaliste e i giornalisti che si sono sempre occupati del tema come Loredana Lipperini, Riccardo Iacona, Raffaele Lupoli, Giacomo Russo Spena, Michele Cucuzza, Roberto Moliterni, Giovanna Pezzuoli e tutto il blog della 27a ora del Corriere della Sera, Zeroviolenza, Leggendaria, Maria Fabbricatore di Fimmina tv, Luca Sappino, Angela Azzaro, l’Huffington Post; gli artisti che hanno prestato professionalità e sostegno alla causa come Gustav Hoffer e Luca Ragazzi che hanno girato il video clip #1oradamore o come Serena Dandini, Lunetta Savino, Paola Minaccioni che hanno firmato l’appello; il teatro Rossi di Pisa che mi ha accolta sul palco ed Elena Fazio e Angela Sajeva che l’hanno portata in scena; l’associazione Carminella e Amore e psiche che l’hanno portata dentro l’Università; il Pride di Palermo che è stato il primo a crederci e a volerci dedicare una giornata intera e così poi tutti i movimenti GLBT che hanno portato avanti questa battaglia; le famiglie arcobaleno e l’Agedo; le forze dell’ordine come il Commissariato di Torpignattara, che ha promosso insieme a Leonardo Loche al Liceo Immanuel Kant iniziative di approfondimento sul tema. In tre anni ho fatto centinaia di iniziative, di presentazioni di questa legge in cui ho incrociato le esperienze più diverse, di questo devo ringraziare in gran parte Sinistra ecologia e libertà, quelle compagne e quei compagni sui territori che c’hanno creduto ed hanno fatto nelle proprie realtà un lavoro straordinario. E in ultimo Nicola Fratoianni coordinatore nazionale di Sel, che non mi ha fatto mancare mai il suo supporto, e il capogruppo Arturo Scotto, che ha spinto per farla calendarizzare.
Ecco ci siamo, adesso tocca davvero a noi. Ci sarà da divertirsi.
A questo link possiamo ancora firmare la petizione
https://www.change.org/p/educazione-sentimentale-nelle-scuole-1oradamore