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La mia interrogazione sul suicidio avvenuto a Regina Coeli

Suicidio regina coeli

Interrogazione a risposta scritta 4-15744

COSTANTINO e FRATOIANNI. — Al Ministro dell’interno, al Ministro della salute . — Per sapere – premesso che:
il 24 febbraio 2017 il ventiduenne Valerio G. si è impiccato con un lenzuolo alla grata del bagno di Regina Coeli, dove era detenuto, nella seconda sezione, al terzo piano, dove sono detenute altre 167 persone;
il giovanissimo Valerio era recluso per resistenza, lesioni e danneggiamento, ma in realtà era stato collocato presso il carcere Regina Coeli dopo essere scappato alcune volte dalla Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), vera e propria struttura sanitaria che ha sostituito l’ospedale psichiatrico giudiziario;
le Rems sono strutture sostitutive previste dalla legge n. 81 del 2014, che avrebbe dovuto stabilire la chiusura definitiva per la fine di marzo di due anni fa degli ospedali psichiatrici giudiziari – che in tutto il territorio nazionale sono 23; si tratta di una legge che, per gli interroganti, senza le adeguate correzioni e strategie di bilancio sarà di difficile applicazione;
dall’inizio del 2017 dieci sono i detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre. Solo il giorno prima del caso di Regina Coeli un detenuto di 43 anni si era tolto la vita presso il carcere Dozza di Bologna. Nel 2016 sono avvenuti 39 casi di suicidio mentre, dal 2000 ad oggi, in tutto sono 937 le persone che si sono tolte la vita nelle carceri italiane;
Regina Coeli, similmente alla maggior parte delle prigioni italiane, ha un sovraffollamento di più di 289 detenuti: dovrebbero essere 622, oggi sono invece 911;
Patrizio Gonnella dell’Associazione Antigone e Stefano Cecconi della Campagna Stop Opg, affermano a gran voce che «Non si cura mettendo le persone dietro le sbarre, ma [le stesse] si affidano al sostegno medico, sociale, psicologico dei servizi del territorio. Se un ragazzo va via da una Rems non si deve parlare di evasione. Non si butta una vita in galera»;
al 31 luglio 2016 restano attivi 2 ospedali psichiatrici giudiziari, Aversa e Montelupo Fiorentino, con un totale di 58 persone;
l’applicazione della nuova normativa tende a sostituire semplicisticamente gli ospedali psichiatrici giudiziari con le Rems, ma lo spirito della legge n. 81 del 2014 non è quello, in quanto «l’Opg è sostituito non dalla REMS ma dall’insieme dei servizi sanitari e sociali del territorio dei quali fa parte il Dipartimento di salute mentale e al suo interno opera come struttura specializzata, la REMS» –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se, considerata l’annosa questione del trattamento carcerario e del strutturale sovraffollamento delle carceri italiane e quella che per gli interroganti risulta la scorretta sostituzione degli ospedali psichiatrici giudiziari con le strutture delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, non intendano avviare le opportune verifiche sugli avvenimenti di Regina Coeli e sulle condizioni di vita nelle strutture detentive e quali iniziative di competenza intendano assumere per garantire e potenziare strutture che gestiscano rapporti di cura in raccordo con la giustizia, costituendo una cabina di regia a livello nazionale, viste le forti differenze tra le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza di tutta Italia. (4-15744)

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/15744&ramo=CAMERA&leg=17

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Cosa è successo a Youssef Mouhcine, morto suicida nel carcere di Paola a qualche giorno dalla sua scarcerazione? La mia interrogazione

carcere
Interrogazione a risposta scritta 4-14951

COSTANTINO, MARCON, DURANTI, RICCIATTI, AIRAUDO, MELILLA, CARLO GALLI, PLACIDO e PANNARALE.

Al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale . — Per sapere – premesso che:
la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2016 Youssef Mouhcine, 31 anni, marocchino, si suicida nella casa circondariale di Paola, in provincia di Cosenza, inalando il gas di una bomboletta che aveva in dotazione, avvolgendosi la testa in un sacchetto di plastica, a 15 giorni dalla sua scarcerazione;
i familiari di Mouhcine vengono avvertiti, a tumulazione avvenuta a spese dell’amministrazione, tramite telefonata che li raggiunge a Casablanca in Marocco, solo alcuni giorni dopo il decesso, il 27 ottobre, dove risiedono, nonostante la legge sull’ordinamento penitenziario n. 354 del 1975 (articolo 29, comma 2) ed il relativo regolamento di esecuzione di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000 (articolo 63, comma 1) preveda che, in casi del genere, debba esserne data immediata notizia ai familiari con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune;
la famiglia non può perciò riavere il corpo per seppellirlo in Marocco con il tradizionale rito islamico, come essa stessa aveva richiesto, nonostante l’ordinamento penitenziario (articolo 44, comma 3) ed il regolamento di esecuzione (articolo 92, comma 7) preveda che la salma debba essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e che questa venga sepolta dall’amministrazione nel caso in cui i congiunti non vi provvedano;
il pubblico ministero della procura di Paola aveva disposto l’esame autoptico sulla salma del detenuto affidato ad un medico legale;
Mouhcine, secondo quanto riferito dai familiari, nel corso della sua detenzione a Paola, sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, essendo stato allocato in una cella liscia e costretto a dormire per terra sul pavimento; egli, infine, riferiva di aver subito non meglio definiti «maltrattamenti» e che non gli veniva consentito di intrattenere, con regolarità, corrispondenza telefonica con la sua famiglia;
sul decesso di Mouhcine il consolato generale del Regno del Marocco di Palermo ha chiesto delucidazioni in merito alla direzione della casa circondariale di Paola, su sollecitazione dei familiari. Ancora nessuna risposta è stata fornita dalla direzione;
nella stessa casa circondariale, nei mesi scorsi, è morto il detenuto Maurilio Pio Morabito, reggino di 46 anni, anche lui in prossimità del fine pena; il detenuto, nonostante avesse già compiuto atti autolesionistici e posto in essere gesti autosoppressivi, era stato allocato in una cella liscia nel reparto di isolamento, ove si sarebbe impiccato con una coperta alla grata della finestra; su tale fatto, la procura della Repubblica di Paola ha avviato un procedimento penale, al momento nei confronti di ignoti;
nella casa circondariale di Paola, alla data del 31 ottobre 2016, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, erano ristretti 218 detenuti (36 in esubero), 84 dei quali stranieri; nell’istituto, come più volte denunciato dai Radicali italiani all’esito di alcune visite effettuate, non vi sono mediatori culturali, nonostante la rilevante presenza di stranieri –:
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
con quale modalità fosse garantita la sorveglianza all’interno dell’istituto e se fosse presente il medico penitenziario al momento del decesso;
per quali motivi i familiari di Mouhcine non siano stati tempestivamente avvisati dell’avvenuto decesso e perché l’istituto abbia provveduto a spese dell’amministrazione alla sepoltura del detenuto straniero presso il cimitero di Paola e se, per tutti questi motivi, non si ritenga opportuno adottare opportune iniziative disciplinari nei confronti del direttore;
se nella casa circondariale di Paola, alla data odierna, vengano ancora utilizzate «celle lisce» così come recentemente attestato da una visita effettuata da una delegazione di Radicali italiani. (4-14951)

Il link all’interrogazione: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/14951&ramo=CAMERA&leg=17

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Appena conclusa alla Camera la conferenza stampa per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sui maltrattamenti e abusi contro persone in condizione di libertà limitata

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Si è appena conclusa alla Camera dei Deputati la conferenza stampa fatta con Nicola Fratoianni, Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo per presentare la proposta di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta in tema di maltrattamenti e abusi nei confronti di persone in condizione di privazione o limitazione della libertà personale a mia prima firma e proposta con me dai deputati  e dalle deputate: Fratoianni, Scotto, Zaratti, Marcon, Daniele Farina, Sannicandro, Melilla, Duranti, Pannarale, Zaccagnini.

Al seguente link il video integrale della conferenza stampa: http://webtv.camera.it/archivio?id=8855&position=0

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Cucchi, Tutti sanno la verità, ma nessuno ha il coraggio di dirla in un aula di tribunale. #Tortura

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Uno dei tre carabinieri sotto inchiesta per la morte Stefano Cucchi è indagato per falsa testimonianza: la sua deposizione in appello è risultata in conflitto con i fatti accertati dai pubblici ministeri. Gli altri due militari, che pare quel giorno operassero in borghese, rischiano l’iscrizione nel registro degli indagati per le botte inflitte a Stefano.

Cucchi è stato picchiato più volte, dall’arresto fino alla detenzione. Lo dice il processo fino a questo punto. Tutti sanno la verità, ma nessuno ha il coraggio di dirla in una aula di tribunale. Noi chiediamo sia riconosciuto il reato di tortura per i pubblici ufficiali responsabili di questo scempio. Sarebbe il primo passo verso un Paese civile.

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Basta con i suicidi nelle #carceri. Rivediamo completamente l’ordinamento penitenziario e non aspettiamo un’altra condanna dall’Europa

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In 24 ore a Regina Coeli si sono suicidati due detenuti. Sale così a 870 il numero dei suicidi negli ultimi 15 anni, a conferma che le carceri sono fabbriche di morte in cui vengono rinchiusi tossicodipendenti, soggetti più deboli, migranti. Senza piani di rieducazione né reinserimento sociale.

Bisogna rivedere completamente l’ordinamento penitenziario, investire nell’assistenza psicologica dei detenuti e creare spazi sociali e di comunità all’interno delle carceri. La detenzione non può avere una funzione vendicativa ma deve essere riabilitativa nei confronti di chi ha commesso dei crimini. Non aspettiamo un’altra condanna dall’Europa prima di porre fine a questa inciviltà.

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Il Governo e la maggioranza non vogliono introdurre il reato di tortura. Continui rimpalli tra Camera e Senato, mentre l’unico a vincere è il Sap

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Il prossimo 25 settembre saranno passati esattamente dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi, studente ucciso da quattro poliziotti per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” dice la Cassazione. In una sola parola dovremmo dire che si tratta di tortura, reato che finora non ha fatto parte del nostro codice penale.

Le storie del massacro della Diaz, delle violenze di Bolzaneto, dell’accanimento delle forze dell’ordine su Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e purtroppo tanti altri per cui abbiamo chiesto l’istituzione di una commissione ad hoc in Parlamento. Qualche mese fa sembrava di essere finalmente vicini al recepimento della Convenzione Onu che definisce il delitto di tortura un reato proprio del pubblico ufficiale, con circa 30 anni di ritardo. Un testo nato da una mediazione, che non ci ha mai soddisfatto completamente, ma che rappresentava un primo passo per il riconoscimento di questo delitto.

Ma il testo che abbiamo rinviato al Senato è stato nuovamente cambiato, con l’annullamento di tutte le modifiche fatte a Montecitorio.

Siamo davanti ad un continuo rimpallo che mette a rischio la legge. Ma non solo. Le aggravanti per il reato di tortura commesso da pubblico ufficiale sono state abbassate; sono sparite le finalità per definire meglio la fattispecie e cancellata la locuzione “per vincere una resistenza”. Insomma tutte le modifiche che ha dettato il Sap, sindacato di polizia, sceso in piazza con Salvini. È inconcepibile che questa maggioranza non ripari a questa vergogna. O forse siamo davanti alla vera essenza di questo Governo Renzi-Alfano.

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Convegno “Diritto, Psichiatria, Società civile: una convivenza difficile”, 8 maggio ore 15 alla Biblioteca nazionale centrale di Roma

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“Ubi homo, ibi societas. Ubi societas, ibi ius. Ergo ubi homo, ibi ius”, recita l’antica locuzione. Il Diritto nasce dagli uomini per gli uomini e le loro necessità di rapporto. In particolare, la storia del Diritto Romano ci introduce ad una vicenda che contraddistingue il pensiero giuridico nelle varie epoche storiche, fino ai giorni nostri. Ad un certo punto infatti, questa scienza umana fa un incontro, che la segnerà in maniera indelebile e ancora irrisolta, con quella condizione patologica anch’essa esclusivamente umana che è la malattia mentale. La quale, proprio in quanto patologia, diventerà oggetto della branca specialistica della Medicina nota come Psichiatria.
La convivenza tra saperi così complessi impegna dunque la Società civile nella ricerca di risposte a domande difficili.
Nel Regno d’Italia, l’apertura nel 1876 dei manicomi criminali, conosciuti dal 1975 come Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), è da considerarsi come una soluzione cercata attraverso un contraddittorio durato più di sessant’anni tra la Scuola Classica e la Scuola Positiva che si contendevano i principi fondamentali del Diritto Penale, in merito al libero arbitrio ed allo stato di malattia mentale. Con questi istituti si pensava allora di essere riusciti nell’intento di tutelare malati e società. Oggi, nell’Italia Repubblica parlamentare, in applicazione della legge 81/2014 e dopo 139 lunghissimi anni, si impone la chiusura degli OPG. Di certo, i tempi sono maturi per cimentarsi nei nuovi scenari che sono apparsi all’orizzonte. Ma proprio per evitare che si ripetano fatti che hanno dolorosamente segnato l’umana convivenza nel nostro Paese, si avverte la necessità di riaprire un confronto a più voci su questo intricato connubio tra Diritto e Psichiatria
Scopo del Convegno sarà quello di tracciare un percorso storico, filosofico, giuridico, medico e politico per comprendere i processi di una società che deve continuare a progredire nell’acquisizione dei diritti fondamentali dell’essere umano, con uguale considerazione della tutela dei cittadini e della cura dei malati.
La riflessione, grazie anche alla partecipazione di alcune rappresentanze delle Istituzioni, sarà ampliata alle future prospettive sanitarie, sociali, politiche e culturali che seguiranno la chiusura degli OPG.

Intervengono:

-ANDREAS IACARELLA, APS “Carminella”

Oltre l’eterno ritorno: la via nuova della creatività

-FABIO DELLA PERGOLA, saggista, socio aggregato alla AISG (Ass. Italiana per gli Studi sul Giudaismo)

Alle radici della colpa originaria

-MARIA ROSARIA BIANCHI, psichiatra psicoterapeuta

Hominum causa omne ius constitutum est. Riflessioni storiche tra diritto e psichiatria

-ANTONELLA MASSARO, ricercatrice confermata di Diritto Penale, Università degli Studi Roma Tre

L’eterna dialettica tra “cura” e “custodia” nel processo di “definitivo superamento” degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

-FRANCESCO CASCINI, magistrato, vice capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia

Imputabilità e misure di sicurezza, oltre gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

-CELESTE COSTANTINO, deputata Sinistra Ecologia e Libertà

Dalla pena alla cura. Quale futuro per le Rems

-PAOLO DE PASQUALI, medico psichiatra, docente di Psicopatologia forense, Università degli Studi di Firenze

Pericolosità sociale, REMS, assistenza territoriale del folle-reo. Lo stato dell’arte in Calabria

-ALESSANDRO ROIATI, ricercatore confermato di Diritto Penale, Università degli Studi “Tor Vergata”

La posizione di garanzia del medico psichiatra

-MARTA BONAFONI, consigliera Regione Lazio, membro Commissione Politiche sociali e salute

Le Rems e l’impegno della Regione Lazio per il superamento degli OPG

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Torti civili. Giovedì 26 marzo a Pomezia

GIOVEDI 26 MARZO ore 17,30
Libreria Odradek
Via Roma 39 POMEZIA
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Riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, lotta all’omofobia ed alla trans fobia, lotta al bullismo omofobico nelle scuole, superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. A che punto siamo?

Con
Andrea Maccarrone
Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli”

Ettore Ciano
A.GE.D.O. Roma

Leila Daianis
Associazione “Libellula” – Roma

Mauro Cioffari
responsabile Diritti Civili
SEL Roma – Area Metropolitana

On. CELESTE COSTANTINO
Gruppo SEL Camera dei Deputati

Nel corso dell’incontro, Eleonora Napolitano leggerà alcuni passi da “Ragazzi che amano ragazzi” di Piergiorgio Paterlini

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Da trent’anni aspettiamo l’introduzione del reato di tortura nel codice penale

Durante il mio intervento sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale ho ricordato le storie delle donne e degli uomini rinchiusi nella caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 di Genova. Storie di privazioni, violenze, abusi. Storie di tortura, un reato che il nostro Paese ancora non prevede, ignorando la Convenzione Onu del 1984 che definisce il delitto di tortura un reato proprio del pubblico ufficiale.

Il testo, da oggi alla Camera, non ci soddisfa pienamente. Presenteremo degli emendamenti che rispettano la nostra proposta di legge, redatta insieme alle associazioni, che non considera la tortura un reato comune.

Da tanto tempo aspettiamo questo momento. Faremo di tutto per far diventare legge il reato di tortura. Lo dobbiamo ai tanti Stefano Cucchi e lo dobbiamo alla nostra generazione, a Genova 2001, che credeva nel cambiamento.

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Venerdì 13 marzo a Brescia per visitare le carceri e partecipare al dibattito su beni confiscati e antimafia

Venerdì 13 marzo la deputata di Sinistra Ecologia Libertà Celeste Costantino sarà a Brescia. La Costantino, tra le più giovani deputate con i suoi 35 anni, è membro della Commissione Affari Costituzionali ed è promotrice della proposta di legge che prevede l’introduzione dell’educazione sentimentale all’interno delle scuole. Impegnata in diversi ambiti tra i quali i diritti, le tematiche di genere e l’antimafia è stata la fondatrice del collettivo “Donne da Sud” all’interno dell’associazione anti mafie da Sud.
Nel pomeriggio visiterà, insieme al deputato Franco Bordo, le carceri bresciane di Verziano e Canton Mombello e la sera alle ore 20:30, presso la “Sala S. Agostino” del Palazzo Broletto in Piazza Paolo VI parteciperà all’iniziativa “Beni confiscati e attività antimafia in Parlamento e in Regione Lombardia” organizzata dalla Federazione Provinciale di Sinistra Ecologia Libertà. La serata sarà aperta dal coordinatore provinciale di Sel Simone Zuin, seguirà il dibattito moderato da Andrea Grasso (Sel Brescia e Rete Antimafia) con relatori, oltre a Celeste Costantino, il Presidente della Commissione Antimafia Lombardia Gian Antonio Girelli, e sarà concluso dal Consigliere provinciale Giuseppe Lama.

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Chiediamo l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle morti avvenute in circostanze non chiare all’interno delle carceri italiane

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Maria Ciuffi è un’altra donna costretta ad arrivare alle porte di Montecitorio per manifestare le sue paure, urlare il proprio dolore e chiedere giustizia a uno Stato che non si mette mai in discussione. È la madre di Marcello Lonzi, morto l’11 luglio del 2003 nel carcere livornese delle Sughere. Quello di Marcello è uno dei tanti casi archiviati come “morte per cause naturali”. Infarto, precisamente. Per noi invece sembra inserirsi nell’ormai lungo elenco di morti che chiedono verità e giustizia, esattamente come quelle di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e purtroppo tanti e tanti altri.

Ieri siamo stati in piazza Montecitorio con Maria Ciuffi. Ha ricordato che Marcello era stato condannato a 9 mesi per tentato furto. Quando è stato trovato morto aveva già scontato metà della pena ed era in attesa di essere avviato in comunità per la riabilitazione, avendo quasi concluso la terapia a base di metadone. E invece il suo corpo è stato rinvenuto in una pozza di sangue: otto costole rotte, due buchi in testa, polso fratturato. Le indagini sulla morte di Marcello sono state riaperte lo scorso giugno, dopo undici anni di attesa. Purtroppo però il caso rischia di andare incontro a una nuova archiviazione.

I familiari denunciarono l’11 luglio 2003 “evidenti ferite, nonché numerose ecchimosi, alla testa e al torace”. Nell’ottobre dello stesso anno un’interrogazione parlamentare di Giuliano Pisapia, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e presidente della Commissione Carceri della Camera, chiedeva informazioni al Governo ricevendo dall’allora ministro Castelli questa risposta, che non aggettiverò ma lascerò ai lettori di trovare le parole per definirla.

“Il corpo del detenuto, ormai defunto, è stato attentamente visitato dal medico SIAS montante che non ha riscontrato alcun segno di lesioni in tutto il corpo ad eccezione di ferite lacero-contuse sulla fronte e sul labbro sinistro, verosimilmente procurate al momento della caduta, dopo avere sbattuto sul cancello d’ingresso della cella dove è stato trovato riverso bocconi con tracce di sangue intorno al capo. Gli accertamenti ispettivi effettuati e la ricostruzione della dinamica dell’evento sembrerebbero confermare che la morte del detenuto sia avvenuta per cause naturali”.

E ieri Maria Ciuffi ha esposto pubblicamente le foto del corpo martoriato di Marcello, chiedendo l’attenzione dei presidenti di Camera e Senato su una vicenda che, ad oggi, resta eufemisticamente un altro giallo irrisolto. Noi vorremmo andare un po’ oltre l’investimento legittimo delle alte cariche dello Stato e vorremmo chiedere al Parlamento di esprimersi. Perché questa istituzione, questo luogo sempre più svuotato delle proprie prerogative, deve una volta per tutte assumersi la responsabilità di conoscere la verità su quello che succede nelle caserme e nelle carceri del nostro Paese. Bisogna esprimere una volontà politica netta nel fare chiarezza e nell’individuare i guasti di un sistema che si riduce troppo spesso nell’assioma delle mele marce. Perché con delle leggi giuste anche i crimini delle male marce possono essere prevenuti.

In questi anni c’è chi, per esempio Giovanardi, si è espresso in maniera urticante, dal mio punto di vista malvagio, su questi fatti. Eppure preferisco una posizione così lontana da me, ma che si definisce nella sua interezza, a quella di chi si nasconde in equilibrismi e retorica o, peggio, fa finta di niente aspettando che passi la bufera. Per questa ragione abbiamo presentato, e presenteremo, dei provvedimenti che cercano di rispondere in maniera concreta a questo bollettino di morte: vogliamo che siano il Parlamento e le forze politiche a non nascondersi più.

Da tempo per esempio abbiamo depositato una proposta di legge per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale per colmare così una lacuna gravissima nel nostro ordinamento. Oggi rappresenterebbe il primo passo per chiarire i limiti dell’esercizio della forza e dei pubblici poteri rispetto ad esigenze investigative o di polizia. In questi anni siamo stati al fianco di associazioni attive su questo tema, come Antigone e A buon diritto: insieme a loro abbiamo sollecitato l’introduzione di nuove leggi per il rispetto dei diritti umani, un impegno internazionale che il nostro Paese non rispetta da circa 25 anni (la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, ratificata dall’Italia ai sensi della legge 3 novembre 1988, n. 498, prevede all’art. 4 l’obbligo giuridico sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale). Le storie delle morti nelle carceri stanno lì a ricordarci che la tortura esiste. Che è praticata. E nessuno può sentirsi al sicuro.

Ancora aspettiamo l’istituzione di un Garante nazionale per i diritti dei detenuti e il risultato è che ci troviamo di fronte a carceri che scoppiano, tra sovraffollamento e condizioni vergognose delle strutture. Il nostro Paese continua a rinchiudere in carcere i tossicodipendenti, mentre esclude pregiudizialmente qualsiasi dibattito sulla depenalizzazione del consumo della cannabis (per uso creativo e terapeutico) e riduzione dell’impatto penale. Il carcere oggi è fondato anche sul paradigma punitivo della legge Fini-Giovanardi, che il decreto Lorenzin non ha voluto cambiare, colpevolmente, alla luce della sentenza della Corte che ne ha sancito l’incostituzionalità. Perché per il presidente del Consiglio Matteo Renzi questa è non una priorità?

E infine chiediamo l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle morti avvenute in circostanze non chiare all’interno delle carceri italiane: una commissione che faccia finalmente chiarezza sulle morti in carcere – spesso rimaste senza verità – verificando le responsabilità. Il problema non può essere più affrontato solo attraverso le aule giudiziarie, le istituzioni devono fare la loro parte se davvero vogliono un Paese civile. Della finta indignazione non se ne fa più nessuno niente. Le parole di Maria Ciuffi di ieri sono lì a ricordarcelo.

dal Garantista, 12 novembre 2014