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Ostia ha bisogno di tempo e domani è un altro giorno

OSTIA

Un giornalista è stato picchiato a Ostia. È stato picchiato da un esponente della famiglia Spada e, di conseguenza, sabato c’è stata una manifestazione con l’obiettivo di affermare che Ostia è contro la mafia. Una semplificazione brutale se volete, ma questo è.

Da dove iniziare per capire quello che sta succedendo?

Innanzitutto dalla circostanza – grave – che l’opinione pubblica e i media scoprono quasi per la prima volta che c’è un pezzo di cittadinanza che vive sequestrata da anni all’interno della propria casa soltanto dopo quella capocciata. E allora è utile ribadirlo: quella violenza così naturale e ostentata è frutto di allenamento quotidiano contro gli abitanti di quel pezzo di città, quel pezzo di Capitale del nostro Paese. Eppure di quel quotidiano non interessa niente a nessuno.

Il racconto su Ostia – anche in queste ore in cui i riflettori sono accesi – non tiene conto di chi quel luogo lo abita. Di conseguenza lo stesso discorso non può che valere per la presenza (o l’assenza) delle istituzioni, di un intervento o di un’azione delle classi dirigenti. È andata così anche per la manifestazione di sabato che non ha tenuto conto delle persone, ma soltanto delle reazioni e delle ritorsioni dell’opinione pubblica.

Mi spiego meglio. Come avviene in tutti i territori di mafia, anche a Ostia la cittadinanza è divisa in tre categorie: c’è chi in buona fede non ha ancora capito di avere a che fare con la mafia; chi l’ha capito e combatte o, più spesso, si chiude nel silenzio; chi è connivente con il sistema. Quest’ultima categoria poi ha mille sfaccettature perché essere conniventi può avere molti significati. Può voler dire pagare il pizzo, votare in un certo modo per avere protezione o tranquillità economica, prestarsi a manifestazioni di consenso verso chi comanda, essere a disposizione dei clan aspettando di essere chiamato a soddisfare un’esigenza o un affare delle mafie.

Invece il racconto pubblico tende a dividere tutto in buoni e cattivi. E se viene colpito un giornalista l’importante è dimostrare subito che a Ostia ci sono i “cittadini perbene” – cosa chiaramente vera – ma c’è la necessità studiata a tavolino di fare emergere questo assunto. Come se questa presunta difesa dell’immagine del territorio sia l’unica soluzione ai problemi. L’ha talmente capito la mafia che in passato ha addirittura contribuito fattivamente alla riuscita delle manifestazioni così da dare all’opinione pubblica quello che si aspettava e fare spegnere il prima possibile i riflettori. Della serie: “prima se ne vanno da Ostia e meglio è. Diamo un’immagine riappacificata e torniamo a farci i fatti i nostri”.

E purtroppo anche le istituzioni contribuiscono. Non faccio lo stupido ragionamento tipico di queste circostanze: i politici sono venuti a fare la sfilata e poi se ne vanno. Se viene convocata una manifestazione, è giusto che le istituzioni siano presenti. Quello che invece non va bene è che quelle stesse istituzioni siano sempre parte del problema e non rappresentino mai la soluzione.

La sindaca Raggi deve dire che cosa farà a Ostia. E ammettere che il suo Movimento non si è mai davvero opposto ad alcune degenerazioni del sistema. Ha difeso proprietari e gestori degli stabilimenti balneari che forse meritavano di essere attenzionati dalla magistratura e non ha mai preso le distanze dalle azioni di CasaPound. Che a Ostia non significa semplicemente non avere a che fare con i fascisti, ma anche e soprattutto porre una questione di trasparenza.

Si dice che Casapound distribuisce pacchi alimentari o che se manca l’acqua arriva con le cisterne. Invece di osannarli come esempio di nuova politica per come fanno welfare forse si dovrebbe chiedere dove prende i soldi per finanziare queste attività. Ci sarebbero delle sorprese interessanti. Strano che il M5S che fa della contabilità la cifra del proprio agire politico non abbia nulla da dire. Strano anche che nonostante alcune inchieste giornalistiche nessuno ne parli nei programmi televisivi che invece stanno facendo un’opera di legittimazione politica dei neofascisti.

Le cose sono complesse e come tali vanno affrontate se vogliamo capire che succede a Ostia. Qualche anno fa con l’associazione daSud manifestammo a Reggio Calabria con uno striscione che diceva “la ‘ndrangheta è viva e marcia insieme a noi”. Un modo per dire apertamente che purtroppo a quel corteo antimafia c’erano pezzi di ‘ndrangheta.

Anche Reggio Calabria, primo comune capoluogo commissariato per mafia e con una storia molto più antica di Ostia dal punto di vista della presenza criminale, fatica purtroppo a riconoscere il bene e il male. Non può che essere così anche a Ostia. Qui i cittadini onesti hanno bisogno di tempo, di supporto e della serietà delle istituzioni e dei media. Io non sono nessuno, sono solo una parlamentare che sta in commissione Antimafia che ha seguito con impegno e passione la vicenda di Ostia, forse perché purtroppo le ricorda tanto la sua città di origine, appunto Reggio Calabria.

Proprio per questo tuttavia penso debba assumermi la responsabilità della scelta. E per questa ragione – non certo per questioni legate alle bandiere – ho deciso di non partecipare alla manifestazione di sabato e di non invitare a votare il M5S al ballottaggio come altri nella Sinistra hanno fatto. Purtroppo non ci sono ancora le condizioni per esprime un voto libero e democratico. Interrompere il commissariamento è stato un errore.

Sarò invece oggi alla manifestazione convocata da Libera e la Federazione stampa italiana perché quell’iniziativa si propone una cosa semplice e più onesta: esprimere solidarietà a un giornalista aggredito e dire alla società di Ostia “ci siamo”, possiamo darvi una mano.

Perché, vedete, in questi anni in cui Sciascia è stato utilizzato per screditare il movimento antimafia, di professionismo dell’antimafia ci sarebbe bisogno come il pane. Ci sarebbe bisogno di persone che facciano meno gli eroi e i personaggi e siano più rigorose e consapevoli della posta in gioco, che siano più preoccupate a raccontare e meno a raccontarsi o specchiarsi e che possano suggerire strumenti utili e concreti ai cittadini onesti che vogliono uscire dal ricatto mafioso. Libera e daSud sono realtà che questo percorso provano a farlo ogni giorno ed io oggi sarò in piazza insieme a loro.

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Franceschini mandi ispettori presso la Sovrintendenza a Crotone. Lo stop incarico all’archeologa Margherita Corrado è un abuso

PUNTA SCIFO

Per le sue battaglie per la legalità, per proteggere le bellezze archeologiche della Calabria le viene impedito di lavorare. E’ infatti grazie allo studio e alla denuncia pubblica dell’archeologa calabrese Margherita Corrado, e della sua associazione, che è stato fermato l’ecomostro con vista su una delle baie più incantevoli dello Ionio: Punta Scifo in provincia di Crotone. Una denuncia che ha messo nei guai il Soprintendente Mario Pagano che l’ha querelata per diffamazione presso la procura di Torre Annunziata e messa al bando con una lettera indirizzata al Ministero, ai funzionari archeologi e a tutti i tecnici di Cosenza, Catanzaro e Crotone affinché non riceva più incarichi professionali. Un vero e proprio abuso. Franceschini intervenga.

Con la mia interrogazione sollecito il Ministro Franceschini a promuovere un’ispezione presso la Soprintendenza di Crotone per dirimere un contenzioso che rischia di squalificare il lavoro svolto finora dai professionisti che hanno lavorato sul caso.

E’ grazie alla denuncia della Corrado e alla mobilitazione di associazioni ambientaliste locali e della cittadinanza, che la Procura ha bloccato questo ennesimo scempio edilizio in Calabria.
Il rischio però è che ci sia un’accelerazione dei lavori, come richiesto dall’avvocato Domenico Grande Aracri, fratello di Nicolino al vertice della cosca di Cutro implicato nell’operazione Aemilia condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Bologna, che difende i costruttori nella battaglia contro i vincoli paesaggistici. Ora questo editto potrebbe avere conseguenze pesanti per l’archeologa che ha svelato la storia di questo ordinario scempio calabrese. Sarebbe una vera e propria beffa visto l’impegno speso dall’archeologa per salvare uno degli ultimi angoli incontaminati della Calabria, conclude Costantino.

Al link l’interrogazione: http://www.celestecostantino.it/lanatema-della-sovrintendenza-calabrese-contro-larcheologa-che-ha-salvato-punta-scifo-la-riformulazione-di-una-vecchia-interrogazione-a-cui-il-ministero-non-ha-ancora-dato-risposte/

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La verità sul Cara di Crotone

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Ho denunciato per anni la gestione del Cara di Isola Caporizzuto, prima da giovane attivista poi da parlamentare. Ho fatto sit in davanti al Sant’Anna, ho fatto ispezioni a sorpresa, presentato interrogazioni e chiesto audizioni in antimafia.
Per una volta mi sento di dire che la politica non ha aspettato la magistratura. Troppe cose non andavano nel centro fra i più grandi d’Europa. Dalla condizione in cui versavano i migranti alla gestione economica. Dalla mancanza di trasparenza alla morte di un ragazzo.
Eppure davanti a tutte queste sollecitazioni la risposta era sempre la stessa. Il Ministro Alfano, il Prefetto Morcone hanno sempre detto che era tutto in regola. Oggi dopo un bliz anti ‘ndrangheta condotto dal Procuratore Gratteri, finalmente arrivano 68 arresti alla cosca Arena di Crotone.
Tra questi ci sono anche il capo della Misericordia di Isola Caporizzuto e il parroco dello stesso paese, la cooperativa che da sempre è stata l’unica a poter gestire il centro.
Certo, sono molto felice che sia stata svelata questa trama ma non posso non rammaricarmi del ritardo con cui si è arrivati a svelarla.
Troppe persone hanno sofferto e per una volta non nel silenzio assordante. Movimenti, comitati, giornalisti, partiti politici hanno denunciato più volte e sono rimasti inascoltati. Diciamo sempre che nella lotta alle mafie ognuno deve fare la propria parte. C’è chi l’ha fatta e c’è chi invece si è voltato più volte dall’altra parte.
Oggi tutti possiamo guardare nella stessa direzione.
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Un grande cambiamento per il trattamento dei testimoni di giustizia

testimoniPer molti anni il coraggio e il senso civico di tanti uomini e tante donne di questo paese non sono stati ripagati come sarebbe stato giusto fare.

Imprenditori che hanno denunciato, semplici cittadini che hanno assistito ad un reato, sono rimasti spesso soli, a volte trattati dal senso comune come pentiti, proprio perché la legge regolamentava le loro collaborazioni allo stesso modo. Hanno vissuto con pochi euro al mese, alcuni coi pacchi alimentari della Caritas, alcuni hanno dovuto affrontare processi senza le adeguate misure di sicurezza.
Hanno vissuto e vivono nella paura. Per sé e per i propri familiari.

Le audizioni e il lavoro svolto in commissione antimafia, che ha consentito di approvare nell’ottobre 2014 una relazione sulla revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia, ci hanno reso un quadro chiaro. Il decreto legge n. 8 del 1991, con cui dal 2001, oltre ai collaboratori, veniva normato il trattamento dei testimoni, si è dimostrato insufficiente, se non addirittura si ingiusto. I testimoni hanno pagato con isolamento geografico e sociale, perdendo il proprio lavoro e a volte le proprie case, hanno assistito a disparità di trattamento economico tra testimoni, a una burocrazia farraginosa e dannosa che spesso, basti guardate molte testimonianze, li ha fatti pentire di aver denunciato. Eppure le loro testimonianze sono state fondamentali per la giustizia italiana. Grazie a loro negli ultimi anni sono stati inferti duri colpi alla criminalità organizzata e alla criminalità in generale. Il loro aiuto è stato fondamentale e oltre che ringraziarli per questo, possiamo finalmente, con questa nuova legge che modifica il DL 1991 e alcune parti del codice penale, definire una disciplina organica specifica in tale settore.

Adottando ad esempio apposite disposizioni per i minori compresi nelle speciali misure di protezione; applicando le norme, anche ai soggetti che risultano esposti a grave, attuale e concreto pericolo a causa del rapporto di stabile convivenza o delle relazioni intrattenute con i testimoni di giustizia. Garantendo la permanenza nella località di origine e la prosecuzione delle attività che lì svolgono.

Le misure del trasferimento nella località protetta, l’uso di documenti di copertura e il cambiamento di generalità sono adottate invece eccezionalmente, quando le altre forme di tutela risultano assolutamente inadeguate rispetto alla gravità e all’attualità del pericolo, e devono comunque tendere a riprodurre le precedenti condizioni di vita, tenuto conto delle valutazioni espresse dalle competenti autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. In ogni caso, al testimone di giustizia e agli altri protetti è assicurata un’esistenza dignitosa.

Inoltre, con questa legge lo Stato potrà acquisire il suo patrimonio, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro secondo il valore di mercato, dei beni immobili di proprietà del testimone di giustizia e degli altri protetti, se le speciali misure di tutela prevedono il loro definitivo trasferimento in un’altra località e se la vendita nel libero mercato non si è rivelata possibile. Ma soprattutto garantirà fattivo sostegno alle imprese dei protetti che abbiano subìto o che possano concretamente subire danni a causa delle loro dichiarazioni o dell’applicazione delle speciali misure di tutela.

Altre misure che convincono che questo provvedimento possa incidere positivamente sulla vita di chi diventa testimone di giustizia è l’eventuale assegnazione in uso di beni nella disponibilità dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e l’accesso a mutui agevolati volti al reinserimento nella vita economica e sociale sulla base di convenzioni stipulate tra il Ministero dell’interno e gli istituti di credito.

E poi tempi certi, valutazione dei casi secondo criteri specifici e sistematizzati.

Insomma e mi avvio a concludere, un provvedimento di cui c’era bisogno e che Sinistra Italiana ha contribuito a migliorare.

In Commissione giustizia sono passati 2 emendamenti e 1 sub. All’articolo 19, in seguito ad audizione del Procuratore della Repubblica del Tribunale di Palermo, abbiamo integrato la norma che spetta a chi commette calunnia aggravata rispetto alla possibilità di usufruire del trattamento per testimoni, per cui aggiungiamo a “usufruire” anche “o di continuare ad usufruire”, perché non è che smettano di punto in bianco di aver bisogno del trattamento testimoni.

Abbiamo soppresso l’articolo 21 che prevedeva il cambio di generalità allargato. Infatti potrebbero rendere false dichiarazioni anche parenti dei mafiosi, che sono stati magari anche loro mafiosi, e che potrebbero scegliere, rendendo false dichiarazioni dissociative, di vivere alle spalle dello Stato in modo facile e senza impegno testimoniale.

Concludo. Siamo orgogliosi di questo lavoro e di tutte quelle misure che in questi anni abbiamo contribuito a costruire nel contrasto del fenomeno mafioso.

Per tutti questi motivi voteremo a favore di questo provvedimento.

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Il mio intervento in Aula sull’approvazione dell’Istituzione della “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”

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Giustizia è fatta

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Era il 15 gennaio 2012 e con l’associazione daSud partivamo per Modena con le magliette e uno striscione con su scritto IO MI CHIAMO GIOVANNI TIZIAN. Ieri sera finalmente la notizia: processo Black Monkey, tiene l’accusa di associazione mafiosa. Il tribunale ha condannato tutti e 23 gli imputati, infliggendo la pena più alta, 26 anni e 10 mesi, a Nicola Femia, ritenuto il vertice di un gruppo legato alla ‘ndrangheta che faceva profitto con il gioco illegale. Risarcimento per il giornalista Giovanni Tizian minacciato di morte per aver denunciato nei suoi articoli l’organizzazione criminale. Un grande abbraccio a Giovanni. Questi anni sono stati duri ma adesso giustizia è stata fatta.

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Oggi alla Camera, il terzo rapporto FilieraSporca: Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità

Oggi abbiamo presentato alla Camera il terzo rapporto di #FilieraSporca. Perché la battaglia al caporalato non è finita, perché abbiamo bisogno di trasparenza, perché il Sud deve ripartire, perché l’agricoltura è una delle opportunità per uscire dalla crisi. Grazie a Fabio Ciconte e Stefano Liberti per il lavoro di ricerca che hanno svolto e grazie alle associazioni Terra e daSud per la campagna.

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Oggi alla Camera dei Deputati la presentazione del secondo rapporto #FilieraSporca

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Oggi alle 10 la conferenza stampa presso la Sala stampa della Camera dei Deputati per presentare il secondo rapporto della campagna #FilieraSporcaLa raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende” a cura di Terra!Onlus, associazione antimafie daSud e Terrelibere.org. U

viaggio per indagare le cause del caporalato nell’anno che ha fatto registrare oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo. Nel secondo rapporto #FilieraSporca interroga e fornisce le risposte dei grandi attori della filiera agroalimentare, denuncia la mancata trasparenza della Gdo e il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori che agiscono come moderni feudatari, dimostra come il costo delle arance riduce in povertà i piccoli produttori e lascia marcire il made in italy. I soggetti promotori della campagna #FilieraSporca inoltre presenteranno proposte concrete al Governo e buone pratiche alle aziende.

Intervengon assieme a me

Fabio Ciconte, Terra! Onlus e portavoce #FilieraSporca, Sara Farolfi e Antonello Manganoricercatori, ​Luigi Manconi, senatore Partito Democratico​

modera Lorenzo Misuraca, Associazione daSud

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Un’interrogazione a cui il governo non ha mai risposto. Oggi l’attentato al Presidente del Parco dei Nebrodi

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Io ed Erasmo Palazzotto presentammo questa interrogazione parlamentare il 12 febbraio. Il Governo non ha risposto. Oggi la nostra solidarietà al Presidente del Parco dei Nebrodi. Un agguato a fucilate. A questo siamo.

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-12088

Martedì 16 febbraio 2016, seduta n. 570
PALAZZOTTO e COSTANTINO. — Al Ministro dell’interno, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali . — Per sapere – premesso che:
in Sicilia, nel periodo di programmazione 2007-2014 sono stati erogati fondi, tramite la politica agricola comune, per complessivi 5,185 miliardi di euro;
l’erogazione di tali fondi, sia per quanto concerne la parte di competenza regionale sia per quanto concerne la parte direttamente di competenza ministeriale, appare agli interroganti poco trasparente e di difficile lettura;
negli ultimi anni, tanto le inchieste degli organi inquirenti quanto i numerosi servizi giornalistici, hanno evidenziato l’interesse della mafia nel campo delle speculazioni e delle truffe relative alla contribuzione comunitaria nel settore dell’agricoltura;
tali vicende sono ben descritte nel documentario «fondi rubati all’agricoltura» realizzato da Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, i quali hanno mostrato come una rilevante quota dei finanziamenti comunitari per l’agricoltura sia stata indirizzata a beneficio di terreni agricoli di proprietà di noti esponenti mafiosi o di soggetti ad essi direttamente o indirettamente riconducibili;
tale lavoro, ripreso dall’edizione del Fatto Quotidiano in data 12 gennaio 2016 e dalla trasmissione Rai «Presa Diretta» del giorno 17 gennaio 2016 ha ben messo in luce il meccanismo contorto che ha consentito di dirottare ingenti finanziamenti comunitari verso le casse delle organizzazioni mafiose;
i controlli antimafia e la conseguente certificazione al fine di vedersi riconosciuto il contributo comunitario, sono obbligatori per cifre superiori ai 150 mila euro, in sostanza tutto ciò che è sotto tale soglia sfugge al controllo di legalità e, nel corso degli anni, questa norma ha favorito gli interessi mafiosi nel settore agricolo;
in data 15 gennaio 2016 l’edizione palermitana de La Repubblica dava conto dell’attività della prefettura di Messina, di concerto con l’Ente Parco dei Nebrodi, finalizzata all’individuazione di eventuali interessi mafiosi su terreni dati in concessione. Questo lavoro sinergico tra istituzioni ha portato alla scoperta di numerosissime posizioni prive del prescritto certificato antimafia;
alla base del lavoro di verifica e controllo vi è il protocollo pilota per i controlli nelle assegnazioni dei terreni pubblici anche di valore inferiore ai 150 mila euro sottoscritto dall’Ente Parco dei Nebrodi, dalla prefettura di Messina e dalla prefettura di Enna. Il protocollo pilota è stato esteso a tutti gli enti regionali;
al parco dei Nebrodi e al comune di Troina sono state revocate assegnazioni di terreni di proprietà di enti pubblici un totale di 4.200 ettari a cui sono state assegnate risorse, a valere sui fondi Agea e fondi dell’Unione europea per un importo di 2,5 milioni di euro;
dato non trascurabile è che su 25 certificazioni richieste ben 23 sono state rigettate dalle prefetture di Messina ed Enna per reati come l’associazione mafiosa e per legami con i clan dei Bontempo Scavo, dei Conti Taguali, dei Santapaola e dei clan «tortoriciani» e dei Cesarò;
per la propria attività di verifica il presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi, dottor Giuseppe Antoci, ha ricevuto minacce e intimidazioni tanto da essere sottoposto a regime di protezione da parte delle forze dell’ordine;
gli interessi mafiosi sulla concessione dei fondi europei emergono anche dall’indagine della procura di Caltagirone che ha portato al sequestro di beni pari a tre milioni di euro per concessioni di contributi comunitari su terreni nella disponibilità delle associazioni mafiose e all’arresto di 9 soggetti tra imprenditori e titolari di centri di assistenza agricola, i quali presentavano domande di aiuti con fondi dell’Unione europea su terreni che in realtà non erano di loro proprietà e certificavano con prestanome finte attività. In verità la quota sequestrata rappresenta a mala pena un quarto dei finanziamenti sottratti illecitamente in tale zona;
fatto singolare è che i centri di assistenza agricola non sono tenuti a verificare la regolarità dei contratti d’affitto di chi richiede le sovvenzioni, limitandosi a controlli superficiali a cui si aggiunge la compiacenza di alcuni funzionari e un complesso sistema di prestanome che ha consentito, ad esempio, a una associazione criminale di Caltagirone di ricevere contributi dichiarando la proprietà di terreni della diocesi di Agrigento e dell’aeroporto di Trapani;
la mancanza di misure di controllo avrebbe consentito a Salvatore Seminara, reggente della famiglia mafiosa di Enna fino al suo arresto nel 2009, in 12 anni, di poter sottrarre finanziamenti pubblici, ottenuti in modo fraudolento, per un importo di 700 mila euro;
secondo la Corte dei conti nel 2013 le truffe acclarate in Sicilia e in Campania ammontavano a 200 milioni di euro, di cui il 70 per cento irrecuperabili. La Corte afferma che in Sicilia negli ultimi dieci anni sono stati accertati oltre 300 casi per un valore intorno ai 100 milioni di euro che rappresenta una minima parte della quantità di denaro erogato che si aggira sui 7 miliardi di euro, quindi l’accertato fraudato corrisponde «fisiologicamente» al 10 per cento, ossia quasi un miliardo di euro a danno della comunità e degli agricoltori onesti;
l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, OLAF, mette la Sicilia tra le regioni che rappresenta il più alto tasso di truffe comunitarie con oltre il 40 per cento di tutte le frodi agricole denunciate in Italia, affermando inoltre che se la truffa viene scoperta l’attività di recupero delle risorse è di un misero 6 per cento, ossia poco più di 6 milioni di euro sui 100 milioni certamente frodati che sono stati oggetto di recupero –:
quali iniziative i Ministri interrogati intendano intraprendere al fine di aumentare la vigilanza nelle erogazioni dei fondi comunitari relativi all’agricoltura;
se il protocollo pilota, relativo alla verifica delle posizioni anche per contributi inferiori ai 150 mila euro, non possa essere esteso al territorio nazionale;
quali strumenti di controllo incrociato e di contrasto si intendano adottare per potenziare l’attività di verifica e controllo nell’erogazione dei fondi da parte di AGEA che avviene per il tramite dei centri di assistenza agricola che, come illustrato in premessa, si sono resi complici nel favorire tramite documentazioni false, le associazioni mafiose della zona di Caltagirone. (4-12088)

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/12088&ramo=CAMERA&leg=17