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Un grande cambiamento per il trattamento dei testimoni di giustizia

testimoniPer molti anni il coraggio e il senso civico di tanti uomini e tante donne di questo paese non sono stati ripagati come sarebbe stato giusto fare.

Imprenditori che hanno denunciato, semplici cittadini che hanno assistito ad un reato, sono rimasti spesso soli, a volte trattati dal senso comune come pentiti, proprio perché la legge regolamentava le loro collaborazioni allo stesso modo. Hanno vissuto con pochi euro al mese, alcuni coi pacchi alimentari della Caritas, alcuni hanno dovuto affrontare processi senza le adeguate misure di sicurezza.
Hanno vissuto e vivono nella paura. Per sé e per i propri familiari.

Le audizioni e il lavoro svolto in commissione antimafia, che ha consentito di approvare nell’ottobre 2014 una relazione sulla revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia, ci hanno reso un quadro chiaro. Il decreto legge n. 8 del 1991, con cui dal 2001, oltre ai collaboratori, veniva normato il trattamento dei testimoni, si è dimostrato insufficiente, se non addirittura si ingiusto. I testimoni hanno pagato con isolamento geografico e sociale, perdendo il proprio lavoro e a volte le proprie case, hanno assistito a disparità di trattamento economico tra testimoni, a una burocrazia farraginosa e dannosa che spesso, basti guardate molte testimonianze, li ha fatti pentire di aver denunciato. Eppure le loro testimonianze sono state fondamentali per la giustizia italiana. Grazie a loro negli ultimi anni sono stati inferti duri colpi alla criminalità organizzata e alla criminalità in generale. Il loro aiuto è stato fondamentale e oltre che ringraziarli per questo, possiamo finalmente, con questa nuova legge che modifica il DL 1991 e alcune parti del codice penale, definire una disciplina organica specifica in tale settore.

Adottando ad esempio apposite disposizioni per i minori compresi nelle speciali misure di protezione; applicando le norme, anche ai soggetti che risultano esposti a grave, attuale e concreto pericolo a causa del rapporto di stabile convivenza o delle relazioni intrattenute con i testimoni di giustizia. Garantendo la permanenza nella località di origine e la prosecuzione delle attività che lì svolgono.

Le misure del trasferimento nella località protetta, l’uso di documenti di copertura e il cambiamento di generalità sono adottate invece eccezionalmente, quando le altre forme di tutela risultano assolutamente inadeguate rispetto alla gravità e all’attualità del pericolo, e devono comunque tendere a riprodurre le precedenti condizioni di vita, tenuto conto delle valutazioni espresse dalle competenti autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. In ogni caso, al testimone di giustizia e agli altri protetti è assicurata un’esistenza dignitosa.

Inoltre, con questa legge lo Stato potrà acquisire il suo patrimonio, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro secondo il valore di mercato, dei beni immobili di proprietà del testimone di giustizia e degli altri protetti, se le speciali misure di tutela prevedono il loro definitivo trasferimento in un’altra località e se la vendita nel libero mercato non si è rivelata possibile. Ma soprattutto garantirà fattivo sostegno alle imprese dei protetti che abbiano subìto o che possano concretamente subire danni a causa delle loro dichiarazioni o dell’applicazione delle speciali misure di tutela.

Altre misure che convincono che questo provvedimento possa incidere positivamente sulla vita di chi diventa testimone di giustizia è l’eventuale assegnazione in uso di beni nella disponibilità dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e l’accesso a mutui agevolati volti al reinserimento nella vita economica e sociale sulla base di convenzioni stipulate tra il Ministero dell’interno e gli istituti di credito.

E poi tempi certi, valutazione dei casi secondo criteri specifici e sistematizzati.

Insomma e mi avvio a concludere, un provvedimento di cui c’era bisogno e che Sinistra Italiana ha contribuito a migliorare.

In Commissione giustizia sono passati 2 emendamenti e 1 sub. All’articolo 19, in seguito ad audizione del Procuratore della Repubblica del Tribunale di Palermo, abbiamo integrato la norma che spetta a chi commette calunnia aggravata rispetto alla possibilità di usufruire del trattamento per testimoni, per cui aggiungiamo a “usufruire” anche “o di continuare ad usufruire”, perché non è che smettano di punto in bianco di aver bisogno del trattamento testimoni.

Abbiamo soppresso l’articolo 21 che prevedeva il cambio di generalità allargato. Infatti potrebbero rendere false dichiarazioni anche parenti dei mafiosi, che sono stati magari anche loro mafiosi, e che potrebbero scegliere, rendendo false dichiarazioni dissociative, di vivere alle spalle dello Stato in modo facile e senza impegno testimoniale.

Concludo. Siamo orgogliosi di questo lavoro e di tutte quelle misure che in questi anni abbiamo contribuito a costruire nel contrasto del fenomeno mafioso.

Per tutti questi motivi voteremo a favore di questo provvedimento.

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Il mio intervento in Aula sull’approvazione dell’Istituzione della “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”

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Giustizia è fatta

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Era il 15 gennaio 2012 e con l’associazione daSud partivamo per Modena con le magliette e uno striscione con su scritto IO MI CHIAMO GIOVANNI TIZIAN. Ieri sera finalmente la notizia: processo Black Monkey, tiene l’accusa di associazione mafiosa. Il tribunale ha condannato tutti e 23 gli imputati, infliggendo la pena più alta, 26 anni e 10 mesi, a Nicola Femia, ritenuto il vertice di un gruppo legato alla ‘ndrangheta che faceva profitto con il gioco illegale. Risarcimento per il giornalista Giovanni Tizian minacciato di morte per aver denunciato nei suoi articoli l’organizzazione criminale. Un grande abbraccio a Giovanni. Questi anni sono stati duri ma adesso giustizia è stata fatta.

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Oggi alla Camera, il terzo rapporto FilieraSporca: Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità

Oggi abbiamo presentato alla Camera il terzo rapporto di #FilieraSporca. Perché la battaglia al caporalato non è finita, perché abbiamo bisogno di trasparenza, perché il Sud deve ripartire, perché l’agricoltura è una delle opportunità per uscire dalla crisi. Grazie a Fabio Ciconte e Stefano Liberti per il lavoro di ricerca che hanno svolto e grazie alle associazioni Terra e daSud per la campagna.

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Oggi alla Camera dei Deputati la presentazione del secondo rapporto #FilieraSporca

filiera sporca

 

Oggi alle 10 la conferenza stampa presso la Sala stampa della Camera dei Deputati per presentare il secondo rapporto della campagna #FilieraSporcaLa raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende” a cura di Terra!Onlus, associazione antimafie daSud e Terrelibere.org. U

viaggio per indagare le cause del caporalato nell’anno che ha fatto registrare oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo. Nel secondo rapporto #FilieraSporca interroga e fornisce le risposte dei grandi attori della filiera agroalimentare, denuncia la mancata trasparenza della Gdo e il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori che agiscono come moderni feudatari, dimostra come il costo delle arance riduce in povertà i piccoli produttori e lascia marcire il made in italy. I soggetti promotori della campagna #FilieraSporca inoltre presenteranno proposte concrete al Governo e buone pratiche alle aziende.

Intervengon assieme a me

Fabio Ciconte, Terra! Onlus e portavoce #FilieraSporca, Sara Farolfi e Antonello Manganoricercatori, ​Luigi Manconi, senatore Partito Democratico​

modera Lorenzo Misuraca, Associazione daSud

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Un’interrogazione a cui il governo non ha mai risposto. Oggi l’attentato al Presidente del Parco dei Nebrodi

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Io ed Erasmo Palazzotto presentammo questa interrogazione parlamentare il 12 febbraio. Il Governo non ha risposto. Oggi la nostra solidarietà al Presidente del Parco dei Nebrodi. Un agguato a fucilate. A questo siamo.

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-12088

Martedì 16 febbraio 2016, seduta n. 570
PALAZZOTTO e COSTANTINO. — Al Ministro dell’interno, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali . — Per sapere – premesso che:
in Sicilia, nel periodo di programmazione 2007-2014 sono stati erogati fondi, tramite la politica agricola comune, per complessivi 5,185 miliardi di euro;
l’erogazione di tali fondi, sia per quanto concerne la parte di competenza regionale sia per quanto concerne la parte direttamente di competenza ministeriale, appare agli interroganti poco trasparente e di difficile lettura;
negli ultimi anni, tanto le inchieste degli organi inquirenti quanto i numerosi servizi giornalistici, hanno evidenziato l’interesse della mafia nel campo delle speculazioni e delle truffe relative alla contribuzione comunitaria nel settore dell’agricoltura;
tali vicende sono ben descritte nel documentario «fondi rubati all’agricoltura» realizzato da Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, i quali hanno mostrato come una rilevante quota dei finanziamenti comunitari per l’agricoltura sia stata indirizzata a beneficio di terreni agricoli di proprietà di noti esponenti mafiosi o di soggetti ad essi direttamente o indirettamente riconducibili;
tale lavoro, ripreso dall’edizione del Fatto Quotidiano in data 12 gennaio 2016 e dalla trasmissione Rai «Presa Diretta» del giorno 17 gennaio 2016 ha ben messo in luce il meccanismo contorto che ha consentito di dirottare ingenti finanziamenti comunitari verso le casse delle organizzazioni mafiose;
i controlli antimafia e la conseguente certificazione al fine di vedersi riconosciuto il contributo comunitario, sono obbligatori per cifre superiori ai 150 mila euro, in sostanza tutto ciò che è sotto tale soglia sfugge al controllo di legalità e, nel corso degli anni, questa norma ha favorito gli interessi mafiosi nel settore agricolo;
in data 15 gennaio 2016 l’edizione palermitana de La Repubblica dava conto dell’attività della prefettura di Messina, di concerto con l’Ente Parco dei Nebrodi, finalizzata all’individuazione di eventuali interessi mafiosi su terreni dati in concessione. Questo lavoro sinergico tra istituzioni ha portato alla scoperta di numerosissime posizioni prive del prescritto certificato antimafia;
alla base del lavoro di verifica e controllo vi è il protocollo pilota per i controlli nelle assegnazioni dei terreni pubblici anche di valore inferiore ai 150 mila euro sottoscritto dall’Ente Parco dei Nebrodi, dalla prefettura di Messina e dalla prefettura di Enna. Il protocollo pilota è stato esteso a tutti gli enti regionali;
al parco dei Nebrodi e al comune di Troina sono state revocate assegnazioni di terreni di proprietà di enti pubblici un totale di 4.200 ettari a cui sono state assegnate risorse, a valere sui fondi Agea e fondi dell’Unione europea per un importo di 2,5 milioni di euro;
dato non trascurabile è che su 25 certificazioni richieste ben 23 sono state rigettate dalle prefetture di Messina ed Enna per reati come l’associazione mafiosa e per legami con i clan dei Bontempo Scavo, dei Conti Taguali, dei Santapaola e dei clan «tortoriciani» e dei Cesarò;
per la propria attività di verifica il presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi, dottor Giuseppe Antoci, ha ricevuto minacce e intimidazioni tanto da essere sottoposto a regime di protezione da parte delle forze dell’ordine;
gli interessi mafiosi sulla concessione dei fondi europei emergono anche dall’indagine della procura di Caltagirone che ha portato al sequestro di beni pari a tre milioni di euro per concessioni di contributi comunitari su terreni nella disponibilità delle associazioni mafiose e all’arresto di 9 soggetti tra imprenditori e titolari di centri di assistenza agricola, i quali presentavano domande di aiuti con fondi dell’Unione europea su terreni che in realtà non erano di loro proprietà e certificavano con prestanome finte attività. In verità la quota sequestrata rappresenta a mala pena un quarto dei finanziamenti sottratti illecitamente in tale zona;
fatto singolare è che i centri di assistenza agricola non sono tenuti a verificare la regolarità dei contratti d’affitto di chi richiede le sovvenzioni, limitandosi a controlli superficiali a cui si aggiunge la compiacenza di alcuni funzionari e un complesso sistema di prestanome che ha consentito, ad esempio, a una associazione criminale di Caltagirone di ricevere contributi dichiarando la proprietà di terreni della diocesi di Agrigento e dell’aeroporto di Trapani;
la mancanza di misure di controllo avrebbe consentito a Salvatore Seminara, reggente della famiglia mafiosa di Enna fino al suo arresto nel 2009, in 12 anni, di poter sottrarre finanziamenti pubblici, ottenuti in modo fraudolento, per un importo di 700 mila euro;
secondo la Corte dei conti nel 2013 le truffe acclarate in Sicilia e in Campania ammontavano a 200 milioni di euro, di cui il 70 per cento irrecuperabili. La Corte afferma che in Sicilia negli ultimi dieci anni sono stati accertati oltre 300 casi per un valore intorno ai 100 milioni di euro che rappresenta una minima parte della quantità di denaro erogato che si aggira sui 7 miliardi di euro, quindi l’accertato fraudato corrisponde «fisiologicamente» al 10 per cento, ossia quasi un miliardo di euro a danno della comunità e degli agricoltori onesti;
l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, OLAF, mette la Sicilia tra le regioni che rappresenta il più alto tasso di truffe comunitarie con oltre il 40 per cento di tutte le frodi agricole denunciate in Italia, affermando inoltre che se la truffa viene scoperta l’attività di recupero delle risorse è di un misero 6 per cento, ossia poco più di 6 milioni di euro sui 100 milioni certamente frodati che sono stati oggetto di recupero –:
quali iniziative i Ministri interrogati intendano intraprendere al fine di aumentare la vigilanza nelle erogazioni dei fondi comunitari relativi all’agricoltura;
se il protocollo pilota, relativo alla verifica delle posizioni anche per contributi inferiori ai 150 mila euro, non possa essere esteso al territorio nazionale;
quali strumenti di controllo incrociato e di contrasto si intendano adottare per potenziare l’attività di verifica e controllo nell’erogazione dei fondi da parte di AGEA che avviene per il tramite dei centri di assistenza agricola che, come illustrato in premessa, si sono resi complici nel favorire tramite documentazioni false, le associazioni mafiose della zona di Caltagirone. (4-12088)

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/12088&ramo=CAMERA&leg=17

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La mia interrogazione su Santa Maria Capua Vetere e gli arresti degli ultimi giorni.

 

palazzo teti
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-13160
Mercoledì 11 maggio 2016, seduta n. 622

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
Biagio Di Muro è stato sindaco del comune di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta dal maggio 2011 fino al dicembre 2015, mese in cui il suddetto comune è stato commissariato in seguito alla dimissione di 14 consiglieri comunali;
il prefetto di Caserta, dopo l’autorizzazione allo scioglimento del consiglio comunale, aveva con proprio decreto quindi nominato un commissario e due subcommissari fino a indizione di nuove elezioni;
le elezioni della nuova amministrazione comunale rientrano nella tornata elettorale amministrativa di quest’anno, che si terranno nel mese di giugno;
nel 1996 lo storico palazzo comunale Teti Maffuccini era stato confiscato all’allora vicesindaco della città in seguito ad una condanna per tangenti; vicesindaco che è a sua volta padre di colui che nel 2011 sarebbe stato eletto sindaco, Biagio Di Muro, e assegnato al comune affinché lo restituisse alla comunità;
l’aggiudicazione provvisoria dei lavori di restauro di Palazzo Teti risale a febbraio 2014 (durante la consiliatura del sindaco Di Muro). Quella definitiva non è mai avvenuta, facendo finire la questione nelle mani della direzione distrettuale antimafia. Il palazzo in cui alloggiò Giuseppe Garibaldi era infatti al centro dell’inchiesta Medea sulle infiltrazioni della camorra nella gestione di grandi appalti;
l’allora sindaco Biagio Di Muro divenne perciò in pratica, in quanto primo cittadino, amministratore di un bene di famiglia e confiscato al padre anni prima;
nel mese d’aprile 2016, il nucleo regionale di polizia tributaria della guardia di finanza e i carabinieri del nucleo investigativo di Caserta hanno emesso numerose ordinanze di custodia cautelare, una di queste emessa proprio nei confronti di Biagio Di Muro. Insieme all’ex primo cittadino sono coinvolti nell’inchiesta imprenditori, funzionari comunali e professionisti. I reati ipotizzati vanno da corruzione a turbativa d’asta e falso ideologico. Tra le ipotesi investigative anche l’aggravante di aver agevolato la criminalità organizzata e in particolare il clan camorristico dei Casalesi;
lo spunto investigativo parte da un’intercettazione di una conversazione di colloqui avvenuti tra Biagio Di Muro e Alessandro Zagaria, omonimo del boss – anche lui arrestato – in cui si evincerebbe che il presidente del Partito democratico campano, nonché consigliere regionale, Stefano Graziano si sarebbe posto «come punto di riferimento politico e amministrativo» del clan Zagaria per garantirsi un pacchetto di voti. Graziano si sarebbe attivato per favorire il finanziamento dei lavori di consolidamento di Palazzo Teti Maffuccini, proprio negli anni in cui Biagio Di Muro era sindaco ed amministratore del bene confiscato al padre negli anni ’90;
nello specifico, per quanto riguarda gli arresti per turbativa d’asta nei confronti dell’ex sindaco, di un consigliere, di un funzionario comunale, in merito alla procedura ad evidenza pubblica afferente alla progettazione e esecuzione dei lavori del «Palazzo Teti Maffuccini», il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto la sussistenza di un illecito accordo che ha visto nel ruolo di corruttori l’ingegnere Guglielmo La Regina – rappresentante legale della «Archicons srl», società che si è occupata della progettazione dei lavori in argomento – e Marco Cascella, rappresentante legale della «Lande srl», che si è aggiudicata il relativo appalto del valore di oltre 2 milioni di euro. I beneficiari delle «tangenti» elargite da questi imprenditori sono stati il predetto sindaco Di Muro e alcuni componenti della commissione di gara all’uopo nominata (in specie, il RUP della gara Roberto Di Tommaso e il professor Vincenzo Manocchio), che hanno favorito le aziende corruttrici mediante l’attribuzione del necessario punteggio tecnico nelle procedure di gara. La «mazzetta» corrisposta, per un valore al momento accertato di 70 mila euro, è stata contabilmente giustificata dall’emissione di fatture relative ad operazioni oggettivamente inesistenti da parte di aziende compiacenti, facenti capo al dottore commercialista Raffaele Capasso (consulente fiscale ed amico del nominato ingegnere La Regina), e all’ingegnere Vincenzo Fioretto;
la sopra citata società Lande srl ha vinto numerosi appalti banditi dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e diversi appalti per il Grande Progetto Pompei;
appena saputo di questa fitta rete di corruzione, molti cittadini sammaritani hanno chiesto al prefetto di Caserta, nell’attesa che la magistratura continui a fare chiarezza, di nominare con la massima urgenza una commissione di accesso per il comune di San Maria Capua Vetere e di intervenire perché non si tengano le prossime elezioni amministrative, ritenendo troppo breve l’esperienza annuale del commissariamento, anche alla luce del coinvolgimento nell’ultima inchiesta di funzionari attuali del comune –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
se il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo non ritenga di dover avviare una verifica rispetto alle collaborazioni con la società Lande srl, e che bilancio possa fornire, specie alla luce delle nuove inchieste e degli ultimi arresti, il Ministero dell’interno rispetto ad un commissariamento di soli 6 mesi del comune sammaritano.

COSTANTINO, SCOTTO, DURANTI, RICCIATTI, PANNARALE, NICCHI, PIRAS, PELLEGRINO (4-13160)

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Il caso Maniaci tiene banco nel dibattito sull’antimafia

mafiaContinua a tenere banco il caso Maniaci. Dopo la rabbia e lo scoramento, adesso la gara a chi prende di più le distanze. A volte basterebbe dire una cosa semplice semplice: ci siamo sbagliati. Invece per “giustificare” l’abbaglio si mette in discussione tutto. Fu così per Rosy Canale, prima portata in giro come la Madonna pellegrina e – dopo l’arresto – disconosciuta da tutti. Anche in quel caso non si è ritenuto opportuno fare un simbolico mea culpa, ma si è preferito dire astrattamente che va ripensato tutto.

Pino Maniaci non è stato annoverato da sempre tra i giornalisti coraggiosi o tra gli esempi belli della critica al potere del nostro Paese?

Se si scopre che tutto questo era un bluff, il passaggio successivo non può essere puniamo tutti così non corriamo rischi. Ho letto e conosco la posizione di Claudio Fava sull’antimafia scalza. E non la condivido. Ci sono attività che possono essere affrontate attraverso il volontariato e altre che necessitano di finanziamenti. I progetti fatti dentro le scuole hanno o no bisogno di sostegno economico? O pensiamo che ci possano essere educatori che girano gli istituti italiani a spese proprie? I campi fatti con i ragazzi sui beni confiscati in cui si scambiano esperienze, lavoro e impegni vanno sostenuti economicamente o no? Le produzioni culturali, artistiche, d’inchiesta vanno appoggiate o no? La ricerca, l’analisi e la denuncia vanno incoraggiati o no? O pensiamo che tutto questo debba farlo solo chi se lo può già permettere. Anche per organizzare la manifestazione del 21 marzo sulle vittime delle mafie c’è bisogno di soldi. Per mantenere vivi presidi territoriali c’è bisogno di soldi. Mi dispiace, ma la concretezza di alcune esperienze necessita di altri tipi di riflessione. E con l’assunzione di responsabilità da parte di chi dà i finanziamenti, di chi li riceve, di chi usufruisce dei servizi e di chi ne parla o scrive. Il tema è la qualità dell’azione che si svolge, la capacità di denuncia di alcune realtà. E una riflessione su tutto questo e sul futuro dell’impegno antimafia – oggi più che mai – le vorrei ascoltare non da chi non svolge questa funzione sociale o dalle piccole realtà che se non sono scalze hanno come minimo il culo per terra, ma dalla politica istituzionale che ha delegato senza assumersi nessuna responsabilità e dalle grandi associazioni come Libera che dovrebbero promuove all’esterno questo dibattito.


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Oggi su Repubblica Palermo, un intervento mio e di Erasmo Palazzotto sull’antimafia – Icone addio, la lotta ai clan riparte dagli eroi silenziosi

Celeste - Erasmo

L’antimafia non deve tornare alle sue origini. Al contrario, l’antimafia deve essere capace di trasformarsi così come si sono trasformate le mafie. La crisi che investe l’antimafia oggi è infatti figlia, prima di tutto, della sua cristallizzazione e dei fenomeni degenerativi che questa cristallizzazione ha prodotto.

La complessità del fenomeno che abbiamo davanti non ci consente però di trovare scorciatoie o di lasciarsi andare al tutti contro tutti: non esistono soluzioni semplici o immediate e sono illusori e sbagliati i richiami a un mondo – quello del dopo stragi – che semplicemente non esiste più.

Vanno invece indagate con rigore le cause che hanno portato alle debolezze dell’antimafia e che hanno permesso fenomeni deformativi del movimento.

La prima responsabilità investe la politica. Negli ultimi anni la mancanza di credibilità da una parte e l’incapacità di analisi dall’altra hanno portato i partiti politici a delegare la propria funzione antimafia. Magistrati, giornalisti, imprenditori, associazioni, familiari delle vittime. A loro è stata affidata una sorta di certificazione antimafia che si è palesata, di volta in volta, nella ricerca di un consenso di maniera sui provvedimenti istituzionali, attraverso le partecipazioni di rappresentanti antimafia nelle liste elettorali o, semplicemente, attraverso il finanziamento ad alcune associazioni per mettersi la coscienza in pace. Questo ha determinato una deresponsabilizzazione della politica e un carico eccessivo al cosiddetto “professionismo dell’antimafia”.

Sono tanti gli esempi – passati e recenti – di questo sistema-cortocircuito: in alcuni casi ci sono stati effetti che ancora oggi sono positivi, in altri purtroppo ci siamo trovati di fronte a personaggi che si sono rivelati addirittura vicini a quegli ambienti che avrebbero dovuto contrastare.

Ma al di là dei casi più clamorosi – che hanno coinvolto illustri e autorevoli figure dell’antimafia di professione e che oggi svelano questa crisi – è innegabile che anche le forze “sane” del mondo antimafia sono risultate, nella loro azione, deboli davanti alla sfida che la criminalità organizzata ha lanciato al Paese. Questa fragilità – invece di essere giudicata – andrebbe analizzata fino in fondo perché interroga tutti noi, nessuno escluso.

Ci dice che esiste un ritardo nelle analisi e che ci sono riferimenti culturali logori. E ci dice anche che non esiste una modalità unica e universale con cui si combattono le mafie: c’è bisogno di innovare le chiavi di lettura della società, ma anche le pratiche. Non è un caso, per esempio, che la confisca e il riutilizzo dei beni confiscati con tutto quello che gli ruota intorno – agenzie, tribunali, amministratori, enti locali e associazioni – pur continuando ad essere uno degli strumenti più efficaci abbiano avuto bisogno di una riforma. Così come necessaria è stata la riforma del 416ter che non considerava lo scambio politico mafioso se non in termini economici. O ancora l’istituto dello scioglimento per mafia dei comuni che alla luce dei risultati che ha riportato in questi anni meriterebbe oggi una riflessione.

Ma poi c’è il ruolo degli intellettuali, delle università, delle scuole, degli ordini professionali, dei sindacati, degli imprenditori, delle associazioni e della società civile. Anche qui le responsabilità sono molte. Abbiamo assistito in questi anni ad una rappresentazione del movimento antimafia costruita attraverso icone, eroi più o meno solitari, la cui immagine ha spesso deformato il concetto stesso della battaglia. E, anche oggi, nel dibattito – necessario – che si sta aprendo sul futuro dell’antimafia la rappresentazione è la stessa: figure più o meno autorevoli che si contendono la primazia su un modello di antimafia che non esiste più se non – forse – sul proscenio mediatico.

Dimenticati invece, quando non emarginati, ci sono mondi che fanno un lavoro originale che spesso non viene riconosciuto e per questo non viene raccontato. Esiste un’antimafia sociale quotidiana con tratti anche generazionali unici che non emerge, non si coglie se non magari nel momento in cui ad alcuni di questi ragazzi viene assegnata una scorta. Solo in quel momento – ennesima stortura del sistema – forse hanno accesso al “Pantheon” dell’antimafia. Gli altri rimangono anonimi. Sono quei freelance mal pagati o non garantiti dai giornali, quei ricercatori che non diventeranno mai docenti associati, quei giovani che fanno volontariato nonostante la loro vita precaria, quelli che fanno associazioni e non prendono finanziamenti, ma li dovrebbero prendere perché le generalizzazioni sono buone per prendere gli applausi ma fanno sempre male, quelli che fanno i sindaci di piccoli comuni che restano sconosciuti fin quando scoppia una bomba, quegli insegnati che quotidianamente diffondono legalità in zone di frontiera, quelle donne che hanno dimostrato di essere le più coraggiose di tutti e che, in maniera silenziosa, costruiscono presidi nelle strade, tra i palazzi delle periferie delle nostre città.

Ecco, è da qui, da questi mondi – che si mettono in gioco fuori dai riflettori e senza garanzie – che una nuova antimafia può ripartire o, se preferite, da qui si devono cercare le risposte alle tante domande a cui ancora nessuno è in grado di trovare le risposte.