Articolo

L’intoccabile decreto sicurezza del ministro Minniti. Il mio articolo su Huffington Post

27/02/2017 Roma. Firma del protocollo di legalita' per la prevenzione e infiltrazione della criminalita' organizzata tra il Ministero dell'Interno e Fincantieri. Nella foto il ministro Marco Minniti

È arrivato in Commissione Affari costituzionali il Decreto Sicurezza del ministro Minniti. E già la tempistica con cui la Commissione dovrà affrontare questo provvedimento è paradigmatica. Meno di una settimana per discutere, per ascoltare i soggetti “coinvolti” dal decreto, per presentare e votare gli emendamenti di tutte le forze politiche.

La solita mortificazione dei lavori parlamentari, ma soprattutto nessuna cura per i temi delicati di questo decreto. E, va precisato, la velocità con cui bisogna andare avanti non ha a che fare con la realtà. Il carattere d’urgenza che anche questa volta viene invocato semplicemente non sussiste (i numeri dei migranti irregolari non è in crescita, così come non lo è quello dei crimini di strada). Ha a che fare probabilmente con il suo proponente e la fase politica che stiamo attraversando.

Marco Minniti è l’uomo forte del governo Gentiloni. Lo è per curriculum e lo è per il potere accumulato grazie proprio alle varie postazioni affidategli in questi anni. Inquieta la leggerezza con cui si è concepito il suo passaggio dai servizi segreti alla carica di ministro dell’Interno. Quando parla lui tutto tace. Tace la destra e, purtroppo, tace anche la Sinistra. Perché Marco Minniti, negli schemi vetusti e anacronistici della politica novecentesca, è uomo di Sinistra. Braccio destro prima di D’Alema e adesso di Renzi-Gentiloni. Ecco perché, con autorevole spregiudicatezza, arrivano oggi questi due decreti -quello immigrazione al Senato e quello sicurezza alla Camera – e tutto si ammanta di “normalità”.

Due provvdiementi che avrebbero fatto inorridire non la Sinistra radicale ma gli onesti democratici di questo Paese diventano elementi di profonda riflessione. Ma andiamo al merito.

La prima osservazione è di ordine culturale. Come ha fatto notare Antigone, il decreto Sicurezza si pone in sorprendente continuità col decreto-legge del 5 maggio del 2008 (Maroni), di cui rilancia lo spirito, proponendo un’idea di una sicurezza che considera la marginalità sociale presente nello spazio pubblico come elemento deturpatore del decoro, della quiete pubblica e finanche della moralità”. L’approccio al tema da parte del governo è vessatorio e quasi classista. Viene criminalizzato l’accattonaggio e rafforzato il sistema reclusorio.

La seconda osservazione è di carattere materiale. Il dl Minniti si abbatte sulle fasce più svantaggiate e povere della popolazione e amplia i poteri straordinari dei Sindaci che diventano veri e propri sceriffi. Si parla spesso nel testo di “sicurezza integrata”. Si promuove teoricamente una sinergia istituzionale fra enti statali, regionali e comunali. Nella pratica però si introduce la figura di un sindaco dotato di più ampi poteri, le cui ordinanze incidono in maniera significativa sulla libertà di circolazione.

Si identificano degli indesiderabili da sanzionare ed espellere da alcune aree dello spazio pubblico. Con modifica dell’art.50 del TUEL, in caso di situazioni contingibili e urgenti, il potere di ordinanza non riguarda più unicamente l’ambito sanitario. Ora ci sono anche il decoro, l’accattonaggio, la prostituzione, la vendita di materiale contraffatto. È la palese criminalizzazione dei migranti e dei poveri.

La terza osservazione invece è di profilo costituzionale. Il decreto prevede che il sindaco prima e il questore poi può per talune persone disporre l’allontanamento e il divieto di accesso a certi luoghi per periodi non superiori all’anno. Le norme violate sono di questo tipo: “condotte lesive del decoro urbano, violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi (anche in conseguenza di assunzione di sostanza alcoliche o stupefacenti), prostituzione con modalità ostentate”.

Le sanzioni raddoppiano nel caso in cui le persone colpite dalla sanzione siano state condannate con sentenza confermata in appello per reati contro la persona o il patrimonio. Ciò vuol dire che si violano il principio di uguaglianza e il principio di presunzione d’innocenza (la persona potrebbe essere assolta in Cassazione).

Significa inoltre – seconda conseguenza – che potrebbe verificarsi che una persona si veda comminata una sanzione pecuniaria e l’allontanamento da una parte della città a causa di una condanna che poi non viene confermata. Nell’articolo 10 si specifica che la concessione della libertà condizionata può essere revocata qualora e laddove questi divieti non vengano rispettati. Per cui vi è anche un riflesso in materia penale e penitenziaria.

Infine il decreto prevede che alle persone condannate, anche con sentenza non definitiva, per vendita o cessione di sostanze stupefacenti il questore, sempre lui, possa disporre il divieto di accesso e stazionamento in certi luoghi (tipo locali) per un periodo non inferiore a un anno e di massimo cinque anni. Una sorta di daspo in cui si viola chiaramente il principio della presunzione d’innocenza.

A questo decreto va abbinato l’altro, quello specifico sull’immigrazione. Quello che, per intenderci, reintroduce i Cie ed elimina la possibilità di ricorso per i richiedenti asilo. Se poi ci aggiungiamo anche un accordo con la Libia dai contorni poco chiari… ecco che il quadro è (quasi) completo!

Eppure tutto tace. Un’azione politica che potrebbe essere tranquillamente targata Lega viene attuata da un governo a maggioranza Pd senza avere alcuna voce critica al proprio interno. Il M5S nicchia come sempre di fronte a provvedimenti di questa natura, e la destra sghignazza sotto i baffi.

Nel frattempo irrompe la realtà. Quella degli sbarchi. Quella che vede morire carbonizzati due uomini originari del Mali nel Grande Ghetto di Rignano. Ma state tranquilli: prima gli italiani.

http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/lintoccabile-decreto-sicurezza-del-ministro-minniti_b_15180842.html

Articolo

Cara Valeria, non ci sono più scuse, introduciamo l’educazione sentimentale nelle scuole. Il mio articolo sull’HuffingtonPost

08/10/2015 Roma, Aula del Senato, discussione generale sul DEF, nella foto  Valeria Fedeli

08/10/2015 Roma, Aula del Senato, discussione generale sul DEF, nella foto Valeria Fedeli

Tre anni fa ho depositato alla Camera una proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole. Un anno dopo, in Senato, Valeria Fedeli ha presentato una proposta di legge sull’educazione di genere simile alla mia.

Insieme abbiamo partecipato a molte iniziative, ci siamo confrontate spesso su questo tema e, pur avendo posizioni diverse sulle modalità di intervento, sulle questioni di fondo c’è stata sempre grande sintonia. A un certo punto però la fase del confronto pubblico sulle proposte si è arrestata. È successo quando – nella Buona scuola – è stato approvato un emendamento del Partito democratico in cui, in maniera assolutamente generica, veniva proposta alle scuole “la promozione alle pari opportunità”. Adesso non ci sono più scuse: è il momento di riprendere il cammino e approvare finalmente una legge.

La strada è già tracciata. Quella norma di principio, senza possibilità di applicazione concreta, infatti come chiunque può verificare non funziona. Per questa ragione – alla Camera – abbiamo insistito affinché fosse incardinata la nostra proposta di legge. Pensiamo infatti ci sia bisogno di ragionare in maniera strutturale e organica su come fare entrare nelle scuole quello che la Convenzione di Istanbul, all’articolo 14, chiede a tutti gli Stati che l’hanno ratificata e cioè inserire una forma di educazione all’affettività in tutti gli istituti di ogni ordine e grado.

Grazie a un pressing costante di Sinistra Ecologia e Libertà, il risultato di iniziare l’iter è stato portato a casa: a luglio infatti è stato incardinato il provvedimento nella VII commissione. Nel frattempo, tutte le altre forze politiche hanno presentato una loro proposta di legge, sono state fatte le audizioni ed è stato composto un comitato ristretto per tentare di arrivare ad una sintesi delle proposte in campo.

La ministra Giannini non ha mai fatto aperture concrete all’educazione sentimentale nelle scuole, si è ma sempre limitata a dichiarazioni generiche. In ultimo, proprio rispetto alle linee guida del Ministero, si è pronunciata sostenendo che non sarebbe mai stato imposto nelle scuole questo tipo di insegnamento, ma che avrebbero deciso i singoli istituti grazie all’autonomia scolastica.

Ha descritto cioè esattamente la situazione che esisteva già prima della Buona scuola. Infatti io in questi anni, presentando la proposta di legge sull’educazione sentimentale, con la campagna #1oradamore ho monitorato il Paese e trovato un’Italia a doppia velocità. Da una parte dirigenti scolastici illuminati e docenti sensibili che hanno aperto la scuola a esperienze e laboratori utili strumenti contro la violenza sulle donne, l’omofobia, il razzismo e il bullismo, dall’altra parte realtà in cui i ragazzi e le ragazze – gli adolescenti soprattutto – non hanno alcun riferimento nell’istituzione scuola.

E oggi c’è un’aggravante in più: gli istituti che prima, in autonomia, facevano progetti sull’educazione sentimentale, adesso dopo la propaganda inventata sulla teoria del gender hanno difficoltà a riproporre quello schema perché ci sono famiglie terrorizzate dall’indottrinamento dell’omosessualità nella scuola.

Questo governo Renzi senza Renzi non ha nessuna novità se non proprio nella delega all’istruzione. Non c’è più la ministra Giannini, c’è appunto l’ormai ex vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli. Tutt’altra formazione, tutt’altra esperienza, tutt’altra sensibilità. La scuola vive un momento drammatico, sono tante le questioni aperte e da correggere.

Ha bisogno di tanta cura, mancata soprattutto con quest’ultima riforma che tutto è fuorché buona. Tra le cose in sospeso c’è questa. Non siamo all’anno zero ma come dicevo è già iniziato l’iter. Questo significa che, in un paio di mesi, noi potremmo avere la legge approvata.

Mi rivolgo quindi alla nuova ministra all’Istruzione Valeria Fedeli chiedendole di fare con coerenza quello che, da semplice senatrice di maggioranza, ha sempre sostenuto in questi anni: facciamo uscire l’Italia dal Medioevo, riallineiamoci al resto d’Europa, rispettiamo la Convenzione di Istanbul.

Solo noi e la Grecia non abbiamo una forma di educazione alla sessualità, all’affettività nell’ordinamento scolastico. Facciamolo per le nuove generazioni e facciamolo anche per noi donne impegnate in politica. Dimostriamo la “differenza”. Quella che per una volta porta un ministro, e un governo, non a cambiare idea, ma ad andare avanti fino in fondo.

http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/cara-valeria-non-ci-sono-piu-scuse-introduciamo-leducazione-sentimentale-nelle-scuole_b_13622930.html?utm_hp_ref=italy

Articolo

Oggi su Repubblica Palermo, un intervento mio e di Erasmo Palazzotto sull’antimafia – Icone addio, la lotta ai clan riparte dagli eroi silenziosi

Celeste - Erasmo

L’antimafia non deve tornare alle sue origini. Al contrario, l’antimafia deve essere capace di trasformarsi così come si sono trasformate le mafie. La crisi che investe l’antimafia oggi è infatti figlia, prima di tutto, della sua cristallizzazione e dei fenomeni degenerativi che questa cristallizzazione ha prodotto.

La complessità del fenomeno che abbiamo davanti non ci consente però di trovare scorciatoie o di lasciarsi andare al tutti contro tutti: non esistono soluzioni semplici o immediate e sono illusori e sbagliati i richiami a un mondo – quello del dopo stragi – che semplicemente non esiste più.

Vanno invece indagate con rigore le cause che hanno portato alle debolezze dell’antimafia e che hanno permesso fenomeni deformativi del movimento.

La prima responsabilità investe la politica. Negli ultimi anni la mancanza di credibilità da una parte e l’incapacità di analisi dall’altra hanno portato i partiti politici a delegare la propria funzione antimafia. Magistrati, giornalisti, imprenditori, associazioni, familiari delle vittime. A loro è stata affidata una sorta di certificazione antimafia che si è palesata, di volta in volta, nella ricerca di un consenso di maniera sui provvedimenti istituzionali, attraverso le partecipazioni di rappresentanti antimafia nelle liste elettorali o, semplicemente, attraverso il finanziamento ad alcune associazioni per mettersi la coscienza in pace. Questo ha determinato una deresponsabilizzazione della politica e un carico eccessivo al cosiddetto “professionismo dell’antimafia”.

Sono tanti gli esempi – passati e recenti – di questo sistema-cortocircuito: in alcuni casi ci sono stati effetti che ancora oggi sono positivi, in altri purtroppo ci siamo trovati di fronte a personaggi che si sono rivelati addirittura vicini a quegli ambienti che avrebbero dovuto contrastare.

Ma al di là dei casi più clamorosi – che hanno coinvolto illustri e autorevoli figure dell’antimafia di professione e che oggi svelano questa crisi – è innegabile che anche le forze “sane” del mondo antimafia sono risultate, nella loro azione, deboli davanti alla sfida che la criminalità organizzata ha lanciato al Paese. Questa fragilità – invece di essere giudicata – andrebbe analizzata fino in fondo perché interroga tutti noi, nessuno escluso.

Ci dice che esiste un ritardo nelle analisi e che ci sono riferimenti culturali logori. E ci dice anche che non esiste una modalità unica e universale con cui si combattono le mafie: c’è bisogno di innovare le chiavi di lettura della società, ma anche le pratiche. Non è un caso, per esempio, che la confisca e il riutilizzo dei beni confiscati con tutto quello che gli ruota intorno – agenzie, tribunali, amministratori, enti locali e associazioni – pur continuando ad essere uno degli strumenti più efficaci abbiano avuto bisogno di una riforma. Così come necessaria è stata la riforma del 416ter che non considerava lo scambio politico mafioso se non in termini economici. O ancora l’istituto dello scioglimento per mafia dei comuni che alla luce dei risultati che ha riportato in questi anni meriterebbe oggi una riflessione.

Ma poi c’è il ruolo degli intellettuali, delle università, delle scuole, degli ordini professionali, dei sindacati, degli imprenditori, delle associazioni e della società civile. Anche qui le responsabilità sono molte. Abbiamo assistito in questi anni ad una rappresentazione del movimento antimafia costruita attraverso icone, eroi più o meno solitari, la cui immagine ha spesso deformato il concetto stesso della battaglia. E, anche oggi, nel dibattito – necessario – che si sta aprendo sul futuro dell’antimafia la rappresentazione è la stessa: figure più o meno autorevoli che si contendono la primazia su un modello di antimafia che non esiste più se non – forse – sul proscenio mediatico.

Dimenticati invece, quando non emarginati, ci sono mondi che fanno un lavoro originale che spesso non viene riconosciuto e per questo non viene raccontato. Esiste un’antimafia sociale quotidiana con tratti anche generazionali unici che non emerge, non si coglie se non magari nel momento in cui ad alcuni di questi ragazzi viene assegnata una scorta. Solo in quel momento – ennesima stortura del sistema – forse hanno accesso al “Pantheon” dell’antimafia. Gli altri rimangono anonimi. Sono quei freelance mal pagati o non garantiti dai giornali, quei ricercatori che non diventeranno mai docenti associati, quei giovani che fanno volontariato nonostante la loro vita precaria, quelli che fanno associazioni e non prendono finanziamenti, ma li dovrebbero prendere perché le generalizzazioni sono buone per prendere gli applausi ma fanno sempre male, quelli che fanno i sindaci di piccoli comuni che restano sconosciuti fin quando scoppia una bomba, quegli insegnati che quotidianamente diffondono legalità in zone di frontiera, quelle donne che hanno dimostrato di essere le più coraggiose di tutti e che, in maniera silenziosa, costruiscono presidi nelle strade, tra i palazzi delle periferie delle nostre città.

Ecco, è da qui, da questi mondi – che si mettono in gioco fuori dai riflettori e senza garanzie – che una nuova antimafia può ripartire o, se preferite, da qui si devono cercare le risposte alle tante domande a cui ancora nessuno è in grado di trovare le risposte.

Articolo

La copertura delle statue ai Musei Capitolini ha coperto di ridicolo l’Italia e il mondo della cultura

image

Le foto delle statue dei Musei capitolini coperte da pannelli bianchi in segno di rispetto per la sensibilità e la cultura iraniana stanno facendo il giro del mondo coprendo di ridicolo il nostro paese. Come è apparso ridicolo lo scaricabarile di chi aveva il compito di prendere decisioni. Basterà punire e sanzionare i responsabili tecnici? Le opere coperte hanno un valore culturale incommensurabile e sono fonte di orgoglio per l’offerta culturale romana e italiana. Non si comprende perché volerle nascondere, tanto più che una personalità politica internazionale poteva essere accolta in altri luoghi ritenuti più idonei. Il governo risponda alla mia interrogazione parlamentare prendendo atto di avere preso una decisione sbagliata e se ne assuma la responsabilità politica di questo.

Articolo

Il politicismo di Giachetti

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2014 Roma Politica Camera dei Deputati - Fiducia governo Renzi Nella foto Roberto Giachetti, Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2014 Rome (Italy) Chamber of Deputies -  Vote of confidence on Renzi's Government  In the photo Roberto Giachetti, Matteo Renzi

A differenza di altri, non ho mai avuto un atteggiamento pregiudiziale nei confronti di un’alleanza territoriale con il Pd. Anche a Roma. Innanzitutto perché penso che i governi delle città siano cosa diversa da quello nazionale e poi perché credo che, laddove c’è stata una presenza di Sel, nonostante difficoltà e limiti, si è comunque segnata una differenza nell’amministrare un territorio.
Con la stessa laicità, sostengo che forse questa è l’ultima volta in cui può valere questo ragionamento, perché purtroppo quasi tutti gli amministratori locali del Pd si stanno adeguando al modello renziano. Di conseguenza, il nostro stare in coalizione può voler dire per loro una copertura a sinistra di pura facciata a fini elettorali e per noi avere una mera testimonianza istituzionale.
Neanche la questione enorme di Mafia Capitale mi ha mai impedito di guardare a questo appuntamento con banalità. Al contrario, proprio perché da tanto tempo mi occupo di criminalità organizzata a Roma, non ho mai creduto che il tema si potesse affrontare dicendo: con il Pd mai. Magari funzionasse così. Ne sa qualcosa il M5S.
Bisognava invece conoscere la proposta del Partito democratico nei confronti di questa città martoriata, anche per loro responsabilità, prima di poter affermare di stare fuori dall’alleanza con loro.

Adesso sembrerebbe che la loro idea di città sia arrivata. Eh sì, perché con un nome arrivano un sentire, un modo di fare, una storia, una posizione. E quel nome è Roberto Giachetti.

Per chi di noi sta in Parlamento, Roberto Giachetti è un apprezzatissimo vicepresidente. Con lui al comando dell’aula puoi stare tranquillo che arriverai in orario all’appuntamento che avevi fissato a fine dei lavori. È un fanatico delle regole parlamentari e questa sua conoscenza puntigliosa lo fa sentire in una condizione di grande potere. Sullo scranno Roberto Giachetti sembra sedere sul trono di spade più che sulla poltrona della Presidente Boldrini.
Si prende molto sul serio e non gradisce di essere contraddetto e chi lo fa riceve un trattamento decisamente poco carino. È qualcosa di più dell’arroganza tipicamente renziana perché quel tratto si mischia con la cultura politica radicale che nella pratica è, nel bene e nel male, affermazione di sé.
Penso che si sia già capito dalle sue prime uscite televisive e interviste ai giornali da candidato come abbia poco a cuore l’inclusione di un pezzo di città per il governo della Capitale. Si compiace nel rivedersi, come hanno fatto nelle trasmissioni di questi giorni, nelle immagini della Leopolda quando osanna davanti al suo leader l’efficacia dell’Italicum. Quando, per sostenere questa tesi, evoca il falso fantasma di Turigliatto e il giudizio sprezzante nei confronti della Sinistra radicale. O, ancora, gli piace vedere le immagini della direzione nazionale del Pd quando attacca la minoranza del partito per non essersi adeguata alla maggioranza e invoca la disciplina di partito!

Insomma di Roma nulla, quando gli viene chiesto cosa farà se sarà eletto Giachetti risponde: “per ora non pronuncio linee programmatiche perché andrò come un pazzo in giro per la città. Dirò buongiorno sono qui per ascoltare le urgenze”.

Le urgenze di Roma si conoscono se si conosce questa città, l’ascolto è necessario ma ci sono questioni su cui già ci si dovrebbe esprimere. La mobilità è un problema che non necessita di ascolto ma di ipotesi di soluzione. Ed è in base alla proposta politica su questioni prioritarie che si chiede di fare un percorso insieme se no è come chiedere a Sel un atto di fede e non un’alleanza. E stupisce che proprio Giachetti la metta in questi termini.

Tante tante parole per spiegare cose semplici come il suo rapporto con Renzi e invece banalità nell’affrontare temi complessi come le trascrizioni delle unioni civili e Mafia Capitale. Per le unioni civili dice che non valgono niente perché non c’è la legge nazionale, su Mafia Capitale interviene solo per dire che i soggetti coinvolti devono andare in carcere, ma che lui non butterebbe la chiave. Insomma un po’ burocrate e un po’ fuori tema.
E poi, candidamente, fa l’appello alla sinistra per le primarie: perché a Milano sì e a Roma no?
Non mi esprimo su Milano: è una realtà che non conosco. Il miglior sindaco d’Italia, così è stato battezzato Giuliano Pisapia, per la sua successione ha prodotto tre candidati del Pd e pezzi della sua giunta stanno oggi con Sala, Balzani e Majorino. Sinceramente non capisco proprio cosa stia succedendo.
Ma su Roma qualcosa in più la capisco e forse a questa domanda avrebbe dovuto rispondere lo stesso Giachetti nel momento in cui ha accettato la candidatura a sindaco. Avrebbe potuto dire: voglio provare a realizzare un modello condiviso con le forze sane di questa città e quindi abbandonare vezzi e ideologie nazionali e invece ha preferito immediatamente scaricarla tutta su di noi: “Quando ci fu da mettere insieme la prima coalizione Rutelli, la disponibilità a trovare una mediazione da parte di Rifondazione era maggiore”. Forse perché caro Giachetti la mediazione politica era su un’idea di città. 

Articolo

“Sdisonorate. Le donne e le mafie”, il nuovo dossier collettivo dell’associazione daSud

#‎Sdisonorate – Le donne e le mafie” è il nuovo lavoro collettivo curato dall’Associazione daSud che racconta le storie inedite sia delle «donne contro» che di quelle che si sono fatte strada nei clan, dentro strutture maschili difficili da scalare.

Su Radio 27esimaora del Corriere della Sera potete ascoltare la mia intervista e leggere, insieme ad alcuni racconti, un’anticipazione della prefazione al dossier. #‎daSud

> L’articolo + intervista su La27Ora

Articolo

Zona a luci rosse a Roma? Meglio un percorso partecipato che non si limiti a creare zone ghetto

Operazione anti prostituzione a Roma

Ci sono questioni che vanno maneggiate con cura e che non è possibile aggirare nella loro complessità. La prostituzione è senz’altro una di queste. Farei perciò molta attenzione a sentirsi depositari di verità assolute, a esibire la presunzione di avere tutte le risposte quando il più delle volte non si conoscono neanche le domande giuste.

Allora forse per prima cosa è bene sgomberare il campo da alcune ipocrisie. Il tentativo di creare un quartiere a luci rosse a Roma risponde soltanto a un’esigenza: andare incontro ai cittadini del’Eur che non ne possono più di avere le prostitute sotto casa, con tutto quello che ne comporta.

Tutto parte da qui. Non è per tutela, non è per liberare le donne. È un’operazione di decoro urbano che risponde all’esasperazione degli abitanti di quel quartiere. Non c’è giudizio su questo: credo sia un diritto dei cittadini chiedere di poter dormire senza sentire gemiti ed urla, accompagnare i bambini a scuola senza attraversare il tappeto di profilattici usati, non dover convivere con un sistema che tiene dentro altri aspetti collaterali come la droga e la violenza.

Partiamo da qui, ma proviamo a non fermarci. Perché se il tema è sgomberare lo sguardo allora basta un ghetto lontano dalle abitazioni, se invece vogliamo anche porci il tema di chi su quelle strade ci sta allora la questione è più ampia. E allora se c’è l’impegno da parte di tutti a rispondere a più esigenze, sperimentare un modello può diventare un’opportunità.

Chi sono quindi le ragazze che stanno in strada? Anch’io penso, come dice Giorgia Serughetti, che le prostitute non sono tutte vittime. Il modello svedese – che sancisce l’idea che la prostituzione è una violenza perpetuata dagli uomini sulle donne – mi ha sempre lasciata perplessa. Delle differenze vanno fatte sempre: le escort, e non è un caso che vengano chiamate così, probabilmente fanno una scelta, chi sta in strada è nella stragrande maggioranza costretta a prostituirsi. Questo è quello che ci dicono le unità di strada, le operatrici dei centri antiviolenza, chi da sempre si occupa di loro.

C’è poi un altro effetto, confermato da varie indagini. Gli uomini dei racket evitano sempre più di lavorare dove la prostituzione è osteggiata e preferiscono paesi come l’Olanda e la Germania, dove il mercato del sesso è perfettamente legale. Nelle società delle sex workers con assistenza e pensione è più difficile che la polizia indaghi e anche l’opinione pubblica è piuttosto indifferente. Salvo poi scoprire quasi per caso, come è successo in Germania, l’esistenza di un bordello con più di 100 ragazze tenute in stato di quasi schiavitù e marchiate a fuoco come animali.

Questo a testimonianza che non esiste una linearità delle soluzioni e che c’è bisogno di un combinato disposto di diversi agenti. Si vuole creare un luogo? Questo luogo deve contenere dei presidi stabili di assistenza sanitaria, devono essere presidiati dalle forze dell’ordine, devono avere delle figure di ascolto. Siamo pronti a tutto questo? Siamo pronti a garantire che questi soggetti possano operare senza essere mandati via dagli uomini delle mafie? Dobbiamo fare cioè in modo che il percorso si delinei così e dentro un quadro di mediazione sociale.

Gli abitanti dell’Eur hanno quindi ragione a rivendicare il diritto di non sentirsi “assediati” nel loro quartiere, ma devono sapere fino in fondo che cosa si consuma sotto le loro case. Lo dobbiamo saper tutti: lo sguardo non può fermarsi alle ragazze, ma deve riguardare i loro sfruttatori e i loro clienti. Padri, figli, mariti. Forse l’educazione sentimentale nelle scuole, su cui abbiamo presentato una proposta di legge che aspetta da quasi due anni di essere discussa, potrebbe servire anche a questo.

Allora accettiamo la sfida, ma dentro questo quadro. Raccogliamo allora la possibilità che ci mettono davanti il sindaco Marino e il mini sindaco Santoro. Facciamolo però con delle garanzie: deve essere un percorso partecipato che si fa carico di questa complessità, senza limitarsi a spostare il problema. Quello che non si vede dovrebbe fare male lo stesso. A volte fa male ancora di più.

Via Huffington Post Italia

Articolo

Cortei, Alfano continua la repressione e dice no a catene umane, sit-in e perfino a baci alle forze dell’ordine

1452185_897372353613958_5417245184205209707_n

Il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha presentato ieri ai sindacati il nuovo regolamento per cortei, controlli e fermi, che precisa una serie di “garanzie” per le forze dell’ordine e per i cittadini. L’obiettivo, indicato nella relazione introduttiva, sarebbe quello di fare in modo che «la condotta del personale della polizia» preveda «comportamenti improntati al rispetto dei diritti fondamentali, primo tra tutti la sacralita’ della persona». Finora c’erano delle regole che affermavano il contrario?

La relazione del Viminale osteggia principalmente le forme di resistenza passiva dei cittadini come i “baci” alle forze dell’ordine (atto provocatorio!), le “catene umane”, i “sit in” e gli “atti di autolesionismo”. Nel documento non si fa cenno al numero identificativo nelle divise per gli agenti in servizio. Costituirebbe, come diciamo da tempo, un diritto dei cittadini per risalire all’accertamento degli abusi dei poliziotti in situazioni di ordine pubblico. Non una proposta rivoluzionaria: e’ gia’ così in tantissimi Paesi europei.

Abbiamo depositato una proposta di legge per mettere a disposizione delle forze dell’ordine dei percorsi didattici, di addestramento e aggiornamento all’uso delle risorse della nonviolenza. Le nuove regole di ingaggio invece ci pare vadano nella direzione opposta: si introduce l’utilizzo dello spray al peperoncino, degli idranti, della pistola elettrica (già prevista nel decreto violenza stadi). delle fasce in velcro per immobilizzare, dello “sfollagente”.

Il ministro Alfano evidentemente continua a perseguire la strada della repressione, mentre omette di informarci su chi e’ stato responsabile dei fatti di piazza indipendenza contro gli operai dell’Ast di Terni.

Articolo

L’unica nuova regola per i cortei? Il numero identificativo per le forze dell’ordine.

Ast:operai,caricati per non farci arrivare a ministero

Il Viminale presenterà ufficialmente domani ai sindacati di polizia un documento di circa 100 pagine con le nuove regole di ingaggio per gli agenti in servizio durante i cortei e le manifestazioni. Vogliono introdurre finalmente il numero identificativo per le forze dell’ordine? Assolutamente no. Dopo le cariche della polizia agli operai della AST di Terni, il Governo Renzi che, con il ministro Alfano, ha sostenuto in parlamento una versione totalmente smentita dalle immagini tv e che finora ha scelto la strada del silenzio e del no comment, sta per introdurre l’utilizzo dello spray al peperoncino, degli idranti e del taser. Però specificano fonti del Ministero dell’Interno, il “contatto fisico con i manifestanti deve essere l’extrema ratio” e sarà considerata una “area di rispetto”. L’ennesima retorica utilizzata da questo Governo per tutti i suoi annunci maldestri.

Dicono che l’obiettivo sia tutelare “l’incolumità dei cittadini, ma anche degli agenti chiamati a garantire la sicurezza”. Una necessità condivisa. Il fatto è però i Governi che si sono alternati negli ultimi 20 anni hanno perso ogni credibilità di cui (purtroppo) hanno goduto, siano essi di centrodestra, centrosinistra o esecutivi tecnici. Abbiamo assistito ad un continuo e perpetrato uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine del nostro Paese: dagli incancellabili giorni del G8 di Genova fino alle cariche degli operai delle Acciaierie di Terni che manifestavano pacificamente a Roma.

[Read more]

Un video della conferenza stampa di ieri in Senato contro il licenziamento dell’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma. Sulle fondazioni lirico sinfoniche abbiamo notato un cambio di passo con l’arrivo del ministro Franceschini. Perché non si è ricorso al decreto Bray per tutelare i lavoratori e le lavoratrici? Aspettiamo ancora le risposte alle nostre interrogazioni.

Articolo

Interrogazione al ministro @AngeAlfa: a @PiazzapulitaLA7 parole xenofobe e istigazione a violenza da @RadioTiRicordi

molti-nemici-molto-onore-620x348

Interrogazione a risposta orale

Al Ministro dell’interno
Per sapere, premesso che:
Luca Casciani è un conduttore radiofonico, quotidianamente, sulla radio locale romana Radio Ti Ricordi, RTR99, conduce dalle 10.00 alle 13.30 una trasmissione chiamata “Giorno per Giorno”, in cui espone lunghi monologhi;
il giorno 6 ottobre 2014, nel corso della trasmissione televisiva piazzapulita in onda sul canale La7, venivano mandati in onda estratti della sua trasmissione giornaliera;
alcuni degli estratti mandati in onda durante la trasmissione vengono qui di seguito riportati:[Read more]

Articolo

Celeste Costantino su voto di fiducia a #DLviolenzastadi e protezione internazionale

Questo Governo si è caratterizzato – come abbiamo detto più volte – per le continue decretazioni d’urgenza e le conseguenti fiducie. Dico conseguenti perché ormai in maniera sistematica questo esecutivo ripropone sempre lo stesso schema: costruisce pacchetti di provvedimenti con dentro le cose più diverse, priva della discussione il Parlamento, non permette di agire gli strumenti per modificare i decreti e in nome di una finta urgenza annienta o tenta di annientare il senso che per molti di noi che stanno qui, ha ancora il fare politica.

Questa volta è il turno della violenza negli stadi e della protezione internazionale d’altronde come non vedere lo imstretto legame che intercorre tra un tifoso violento e un richiedente asilo. Eh già siamo veramente dei folli a non cogliere le numerose analogie fra questi due soggetti. Ma si sa noi della sinistra arretrata e ideologica ci attacchiamo a tutto, ce lo diceva anche qualcun’altro speriamo di non sentire utilizzate su di noi altre categorie di berlusconiana memoria come per esempio “l’odio”.

[Read more]