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La copertura delle statue ai Musei Capitolini ha coperto di ridicolo l’Italia e il mondo della cultura

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Le foto delle statue dei Musei capitolini coperte da pannelli bianchi in segno di rispetto per la sensibilità e la cultura iraniana stanno facendo il giro del mondo coprendo di ridicolo il nostro paese. Come è apparso ridicolo lo scaricabarile di chi aveva il compito di prendere decisioni. Basterà punire e sanzionare i responsabili tecnici? Le opere coperte hanno un valore culturale incommensurabile e sono fonte di orgoglio per l’offerta culturale romana e italiana. Non si comprende perché volerle nascondere, tanto più che una personalità politica internazionale poteva essere accolta in altri luoghi ritenuti più idonei. Il governo risponda alla mia interrogazione parlamentare prendendo atto di avere preso una decisione sbagliata e se ne assuma la responsabilità politica di questo.

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Il politicismo di Giachetti

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2014 Roma Politica Camera dei Deputati - Fiducia governo Renzi Nella foto Roberto Giachetti, Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-02-2014 Rome (Italy) Chamber of Deputies -  Vote of confidence on Renzi's Government  In the photo Roberto Giachetti, Matteo Renzi

A differenza di altri, non ho mai avuto un atteggiamento pregiudiziale nei confronti di un’alleanza territoriale con il Pd. Anche a Roma. Innanzitutto perché penso che i governi delle città siano cosa diversa da quello nazionale e poi perché credo che, laddove c’è stata una presenza di Sel, nonostante difficoltà e limiti, si è comunque segnata una differenza nell’amministrare un territorio.
Con la stessa laicità, sostengo che forse questa è l’ultima volta in cui può valere questo ragionamento, perché purtroppo quasi tutti gli amministratori locali del Pd si stanno adeguando al modello renziano. Di conseguenza, il nostro stare in coalizione può voler dire per loro una copertura a sinistra di pura facciata a fini elettorali e per noi avere una mera testimonianza istituzionale.
Neanche la questione enorme di Mafia Capitale mi ha mai impedito di guardare a questo appuntamento con banalità. Al contrario, proprio perché da tanto tempo mi occupo di criminalità organizzata a Roma, non ho mai creduto che il tema si potesse affrontare dicendo: con il Pd mai. Magari funzionasse così. Ne sa qualcosa il M5S.
Bisognava invece conoscere la proposta del Partito democratico nei confronti di questa città martoriata, anche per loro responsabilità, prima di poter affermare di stare fuori dall’alleanza con loro.

Adesso sembrerebbe che la loro idea di città sia arrivata. Eh sì, perché con un nome arrivano un sentire, un modo di fare, una storia, una posizione. E quel nome è Roberto Giachetti.

Per chi di noi sta in Parlamento, Roberto Giachetti è un apprezzatissimo vicepresidente. Con lui al comando dell’aula puoi stare tranquillo che arriverai in orario all’appuntamento che avevi fissato a fine dei lavori. È un fanatico delle regole parlamentari e questa sua conoscenza puntigliosa lo fa sentire in una condizione di grande potere. Sullo scranno Roberto Giachetti sembra sedere sul trono di spade più che sulla poltrona della Presidente Boldrini.
Si prende molto sul serio e non gradisce di essere contraddetto e chi lo fa riceve un trattamento decisamente poco carino. È qualcosa di più dell’arroganza tipicamente renziana perché quel tratto si mischia con la cultura politica radicale che nella pratica è, nel bene e nel male, affermazione di sé.
Penso che si sia già capito dalle sue prime uscite televisive e interviste ai giornali da candidato come abbia poco a cuore l’inclusione di un pezzo di città per il governo della Capitale. Si compiace nel rivedersi, come hanno fatto nelle trasmissioni di questi giorni, nelle immagini della Leopolda quando osanna davanti al suo leader l’efficacia dell’Italicum. Quando, per sostenere questa tesi, evoca il falso fantasma di Turigliatto e il giudizio sprezzante nei confronti della Sinistra radicale. O, ancora, gli piace vedere le immagini della direzione nazionale del Pd quando attacca la minoranza del partito per non essersi adeguata alla maggioranza e invoca la disciplina di partito!

Insomma di Roma nulla, quando gli viene chiesto cosa farà se sarà eletto Giachetti risponde: “per ora non pronuncio linee programmatiche perché andrò come un pazzo in giro per la città. Dirò buongiorno sono qui per ascoltare le urgenze”.

Le urgenze di Roma si conoscono se si conosce questa città, l’ascolto è necessario ma ci sono questioni su cui già ci si dovrebbe esprimere. La mobilità è un problema che non necessita di ascolto ma di ipotesi di soluzione. Ed è in base alla proposta politica su questioni prioritarie che si chiede di fare un percorso insieme se no è come chiedere a Sel un atto di fede e non un’alleanza. E stupisce che proprio Giachetti la metta in questi termini.

Tante tante parole per spiegare cose semplici come il suo rapporto con Renzi e invece banalità nell’affrontare temi complessi come le trascrizioni delle unioni civili e Mafia Capitale. Per le unioni civili dice che non valgono niente perché non c’è la legge nazionale, su Mafia Capitale interviene solo per dire che i soggetti coinvolti devono andare in carcere, ma che lui non butterebbe la chiave. Insomma un po’ burocrate e un po’ fuori tema.
E poi, candidamente, fa l’appello alla sinistra per le primarie: perché a Milano sì e a Roma no?
Non mi esprimo su Milano: è una realtà che non conosco. Il miglior sindaco d’Italia, così è stato battezzato Giuliano Pisapia, per la sua successione ha prodotto tre candidati del Pd e pezzi della sua giunta stanno oggi con Sala, Balzani e Majorino. Sinceramente non capisco proprio cosa stia succedendo.
Ma su Roma qualcosa in più la capisco e forse a questa domanda avrebbe dovuto rispondere lo stesso Giachetti nel momento in cui ha accettato la candidatura a sindaco. Avrebbe potuto dire: voglio provare a realizzare un modello condiviso con le forze sane di questa città e quindi abbandonare vezzi e ideologie nazionali e invece ha preferito immediatamente scaricarla tutta su di noi: “Quando ci fu da mettere insieme la prima coalizione Rutelli, la disponibilità a trovare una mediazione da parte di Rifondazione era maggiore”. Forse perché caro Giachetti la mediazione politica era su un’idea di città. 

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“Sdisonorate. Le donne e le mafie”, il nuovo dossier collettivo dell’associazione daSud

#‎Sdisonorate – Le donne e le mafie” è il nuovo lavoro collettivo curato dall’Associazione daSud che racconta le storie inedite sia delle «donne contro» che di quelle che si sono fatte strada nei clan, dentro strutture maschili difficili da scalare.

Su Radio 27esimaora del Corriere della Sera potete ascoltare la mia intervista e leggere, insieme ad alcuni racconti, un’anticipazione della prefazione al dossier. #‎daSud

> L’articolo + intervista su La27Ora

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Zona a luci rosse a Roma? Meglio un percorso partecipato che non si limiti a creare zone ghetto

Operazione anti prostituzione a Roma

Ci sono questioni che vanno maneggiate con cura e che non è possibile aggirare nella loro complessità. La prostituzione è senz’altro una di queste. Farei perciò molta attenzione a sentirsi depositari di verità assolute, a esibire la presunzione di avere tutte le risposte quando il più delle volte non si conoscono neanche le domande giuste.

Allora forse per prima cosa è bene sgomberare il campo da alcune ipocrisie. Il tentativo di creare un quartiere a luci rosse a Roma risponde soltanto a un’esigenza: andare incontro ai cittadini del’Eur che non ne possono più di avere le prostitute sotto casa, con tutto quello che ne comporta.

Tutto parte da qui. Non è per tutela, non è per liberare le donne. È un’operazione di decoro urbano che risponde all’esasperazione degli abitanti di quel quartiere. Non c’è giudizio su questo: credo sia un diritto dei cittadini chiedere di poter dormire senza sentire gemiti ed urla, accompagnare i bambini a scuola senza attraversare il tappeto di profilattici usati, non dover convivere con un sistema che tiene dentro altri aspetti collaterali come la droga e la violenza.

Partiamo da qui, ma proviamo a non fermarci. Perché se il tema è sgomberare lo sguardo allora basta un ghetto lontano dalle abitazioni, se invece vogliamo anche porci il tema di chi su quelle strade ci sta allora la questione è più ampia. E allora se c’è l’impegno da parte di tutti a rispondere a più esigenze, sperimentare un modello può diventare un’opportunità.

Chi sono quindi le ragazze che stanno in strada? Anch’io penso, come dice Giorgia Serughetti, che le prostitute non sono tutte vittime. Il modello svedese – che sancisce l’idea che la prostituzione è una violenza perpetuata dagli uomini sulle donne – mi ha sempre lasciata perplessa. Delle differenze vanno fatte sempre: le escort, e non è un caso che vengano chiamate così, probabilmente fanno una scelta, chi sta in strada è nella stragrande maggioranza costretta a prostituirsi. Questo è quello che ci dicono le unità di strada, le operatrici dei centri antiviolenza, chi da sempre si occupa di loro.

C’è poi un altro effetto, confermato da varie indagini. Gli uomini dei racket evitano sempre più di lavorare dove la prostituzione è osteggiata e preferiscono paesi come l’Olanda e la Germania, dove il mercato del sesso è perfettamente legale. Nelle società delle sex workers con assistenza e pensione è più difficile che la polizia indaghi e anche l’opinione pubblica è piuttosto indifferente. Salvo poi scoprire quasi per caso, come è successo in Germania, l’esistenza di un bordello con più di 100 ragazze tenute in stato di quasi schiavitù e marchiate a fuoco come animali.

Questo a testimonianza che non esiste una linearità delle soluzioni e che c’è bisogno di un combinato disposto di diversi agenti. Si vuole creare un luogo? Questo luogo deve contenere dei presidi stabili di assistenza sanitaria, devono essere presidiati dalle forze dell’ordine, devono avere delle figure di ascolto. Siamo pronti a tutto questo? Siamo pronti a garantire che questi soggetti possano operare senza essere mandati via dagli uomini delle mafie? Dobbiamo fare cioè in modo che il percorso si delinei così e dentro un quadro di mediazione sociale.

Gli abitanti dell’Eur hanno quindi ragione a rivendicare il diritto di non sentirsi “assediati” nel loro quartiere, ma devono sapere fino in fondo che cosa si consuma sotto le loro case. Lo dobbiamo saper tutti: lo sguardo non può fermarsi alle ragazze, ma deve riguardare i loro sfruttatori e i loro clienti. Padri, figli, mariti. Forse l’educazione sentimentale nelle scuole, su cui abbiamo presentato una proposta di legge che aspetta da quasi due anni di essere discussa, potrebbe servire anche a questo.

Allora accettiamo la sfida, ma dentro questo quadro. Raccogliamo allora la possibilità che ci mettono davanti il sindaco Marino e il mini sindaco Santoro. Facciamolo però con delle garanzie: deve essere un percorso partecipato che si fa carico di questa complessità, senza limitarsi a spostare il problema. Quello che non si vede dovrebbe fare male lo stesso. A volte fa male ancora di più.

Via Huffington Post Italia